L'articolo illustra il metodo di trattamento dell'alcolismo con GHB, inquadrandolo nel contesto delle terapie disponibili.

Il trattamento dell’alcolismo (vedi articoli sull’argomento in questo stesso sito) può contare su una serie di strumenti farmacologici. Alcuni di questi strumenti sono stati direttamente pensati per interferire con il comportamento di assunzione di alcol da parte del bevitore “patologico”, altri invece sono stati ideati come strumenti per controllare direttamente il desiderio di bere.

La differenza sta nel fatto che il primo tipo di terapie (naltrexone, disulfiram) funziona perché l’effetto del bere è reso sgradevole, oppure è frenato, cosicché alle prime bevute non segue la ricaduta vera e propria. Il secondo gruppo di terapie invece colpisce i meccanismi cerebrali dell’alcolismo ancor prima di arrivare al rapporto con l’alcol, cioè condizionando il desiderio di bere in partenza.

Nonostante questa varietà di strumenti, curare un soggetto alcolista non è semplice, e la percentuale di risposta, intendendo solo le risposte cosiddette “complete” (controllo naturale sul desiderio di bere con astensione stabile) non è elevata per i singoli strumenti. Inoltre, i risultati sono confusi dal fatto che per sua natura il paziente alcolista tende a non essere costante e concentrato sulla regolarità dell’assunzione di una cura, cosicché molte ricadute avvengono dopo la sospensione della cura, o sono facilitate dal fatto che il paziente sospende la cura durante una ricaduta attenuata.

Il gammaidrossiburittato di sodio (GHB) è un prodotto da tempo disponibile, ma il suo uso è spesso limitato nel tempo e non organizzato in maniera da ottenere i risultati migliori.

 

Alcolisti resistenti ai trattamenti.

Il 60% di questi soggetti ha ridotto l’assunzione di alcol, alcuni in maniera significativa, alcuni sospendendolo totalmente. Il valore di tali risultati non riguarda il raggiungimento di un obiettivo dopo la disintossicazione, cioè quanti ritornano a bere dopo aver interrotto, ma il risultato raggiunto a partire dalle condizioni iniziali di intossicazione cronica, durante un anno di trattamento con GHB.

Il GHB richiede il coinvolgimento di operatori che vivono con il paziente o di familiari, a cui si affida la custodia e l’erogazione del farmaco stesso, in maniera da controllarne l’uso corretto. L’uso corretto consiste nell’assunzione di una certa dose al giorno (sciroppo), costante, frazionata in 4 o meglio 6 volte a intervalli per quanto possibile regolari. Ciò che invece facilmente accade se il paziente non ha nessuna supervisione è che salti alcune dosi, che ne assuma più di una insieme, e in una parte dei casi che inizi ad usare il GHB non come una medicina ma come una sostanza inebriante.

Quando il paziente inizia il GHB può anche smettere di bere, poiché il GHB ha attività contro l’astinenza, ma in questo caso la situazione e le dosi vanno decise dal medico in base alle condizioni dei primi giorni, e mai in autogestione. Se il paziente non smette di bere, la terapia può essere svolta ugualmente, e in questo caso i suoi effetti saranno direttamente visibili in tempo reale, così come sarà immediatamente possibile aggiustare la dose nel caso di risposta non soddisfacente. Nel caso in cui il paziente “parta” con la sospensione brusca dell’alcol, l’utilità della cura nel prevenire le ricadute si dovrà stabilire nel corso dei mesi, e i dosaggi aggiustati se e quando tali ricadute si verificano.

Il trattamento con GHB, essendo un trattamento che influisce direttamente sul cardine dell’alcolismo, cioè l’impulso a bere e il desiderio che lo precede e lo accompagna, ha alcune particolarità. In altri trattamenti (come quello con disulfiram) esistono due sole possibilità: o l’astensione o il fallimento del trattamento (per sua interruzione o per rischi consistenti sulla salute perché la persona non riesce a non bere nonostante gravi reazioni tossiche con il disulfiram). In altri trattamenti, analogamente, o la risposta è completa, o non è significativa. In questo caso invece è provato che anche gli alcolisti che non smettono di bere (ma riducono in maniera sostanziosa) traggono vantaggi in termini di recupero delle proprie funzioni mentali e del proprio adattamento sociale, fino a livelli equivalenti a quelli che sospendono completamente.

 

La ricaduta, come in ogni altro trattamento per l’alcolismo, non è la fine del tentativo, ma l’inizio. Ogni trattamento per una dipendenza passa attraverso ricadute iniziali, che vanno gestite aggiustando la cura. Il cambiamento che si ottiene all’inizio (prime settimane) tende ad essere o scarso o drastico: c’è chi smette di bere e c’è chi non ci riesce.
Di solito i primi sono considerati “sulla buona strada”, e i secondi paiono partire con il piede sbagliato. Invece la risposta più affidabile va misurata più tardi, dopo i primi mesi. Il trattamento va continuato e potenziato attraverso le ricadute, avendo come scopo ideale il controllo totale, ma considerando accettabili nel frattempo anche progressi incompleti.

 

Il trattamento con GHB è un trattamento a lungo termine, ma questo non è un elemento nuovo. Tutte le cure per l’alcolismo sono concepite per durare a lungo. Così come anche per le altre cure, la psicoterapia e la psicoeducazione dell’alcolista possono procedere di pari passo alla cura farmacologica. La stessa comprensione dell’importanza di un regime di cura, della sua regolarità, dello scopo e dei meccanismi con cui una cura restituisce il controllo alla persona sono argomenti che migliorano la consapevolezza di malattia e aiutano paziente e familiari a identificare il “bere patologico” (il comportamento) e non l’alcol (la sostanza) come obiettivo principale del trattamento.

 

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