L'articolo vuole chiarire la differenza tra depressione intesa come tristezza/debolezza patologica, depressione intesa come insieme di sintomi e malattia specifica.

La parola “depressione” è un termine di uso comune, anche se il significato con cui le persone lo recepiscono e lo usano non corrisponde al suo significato tecnico. Il senso comune di “depressione” è tristezza, malinconia.

La Depressione intesa come malattia è invece un insieme di manifestazioni di inibizione e rallentamento dei comportamenti, delle reazioni emotive e di orientamento e svolgimento dei pensieri che comprendono un umore “negativo”.
Il depresso non è necessariamente triste, talora è apatico, spento, altre volte, irritabile, intrattabile, altre ancora angosciato, preoccupato, timoroso o semplicemente svogliato, stanco.

Nelle epoche passate uno dei termini di uso comune che indicava la depressione era “esaurimento nervoso”, che pur nella sua sprecisione perlomeno richiamava alla natura cerebrale (nervosa) della malattia, e al suo derivare da un rallentato funzionamento di alcuni centri (esaurimento).

In merito alla natura della malattia, una delle domande più frequenti è quella sulle cause. Se si è esauriti quale è la causa che ha scatenato la depressione?

Si dice spesso che uno “cade” in depressione, come se ci fosse un qualcosa che ce lo spinge, cioè come se ci fosse una causa a monte che provoca la depressione. Questo in realtà succede solo in alcuni casi. Spesso, mano a mano che nella vita si ripetono gli episodi, il fattore scatenante diventa sempre meno importante, o non ce n’è uno preciso.

Inoltre, la tendenza a riconoscere una causa è un nostro “vizio” culturale, mentre spesso le cause “incolpate” sono né più né meno gli eventi che capitano a tutti o sarebbero prima o poi capitati in una vita normale (lutti, fine di relazioni amorose, difficoltà economiche, responsabilità crescenti sul lavoro o in famiglia, malattie di persone care etc).

Il termine “depressione reattiva” va quindi preso con le molle, perché è prima di tutto un’interpretazione e non necessariamente cambia la natura della malattia. Sarebbe come distinguere tra fratture da caduta a terra o da spinta a terra dataci da qualcuno, che sempre fratture fondamentalmente rimangono.

Un depresso “senza cause” è quindi semplicemente un depresso normale, se qualche differenza si può fare è se mai sulla vulnerabilità alla depressione, che è presumibilmente maggiore quando la malattia viene da sola che non quando viene dopo una serie di eventi di vita negativi.

Infine, va detto che le esperienze negative che sono riferite come cause della depressione possono semplicemente corrispondere alla visione che la persona ha attraverso il filtro depressivo che in quel momento è inevitabile, e che è ispirato di solito a idee di rovina, di colpa, di fallimento e di sfiducia in un futuro positivo.

 

Ritornando alla qualità dell’umore, non tutte le depressioni ruotano intorno ad un umore che soggettivamente è descritto come “triste”. Questo accade specialmente negli anziani, o nelle persone che non esprimono i loro sentimenti a parole (alessitimia): il malessere può essere riferito come stanchezza, o con una preoccupazione per malesseri corporei, mentre i familiari riferiscono uno stato di apatia, di ritiro e chiusura che la persona non sa meglio qualificare (depressione “mascherata”).

 

Si distinguono abitualmente due sottotipi principali, “tipico” e “atipico”, o meglio “rallentato” e “letargico”.
Nel tipo “rallentato” vi è una inibizione di alcune funzioni, a partire dal linguaggio, il movimento, la mimica, la velocità di ragionamento, e una scarsa capacità di reazione agli stimoli esterni, quindi un “appiattimento” depressivo. Spesso la persona non ride ma neanche piange, tende ad essere priva di vivacità emotiva. Il sonno è scarso, spezzettato, superficiale, c’è calo degli istinti, dimagrimento, e una sorta di isolamento depressivo, la persona cioè tende ad “affondare” con la sua depressione ritenendo che non vi sia scelta o soluzione, e quindi non si impegna a curarsi o a chiedere aiuto medico.

La forma “letargica” somiglia invece più ad una “reazione depressiva”, nel senso che la persona rimane reattiva agli stimoli esterni, che possono temporaneamente far cambiare l’umore, e ricerca il piacere anche se in maniera più passiva e pigra (mangiando, con il sesso anche se magari solitario, con l’alcol). Il sonno spesso è aumentato, o comunque si dorme per non pensare, l’appetito c’è o è aumentato. La persona se ne lamenta di più, spesso ha l’atteggiamento di chi aspetta una soluzione dall’esterno (come appunto l’animale in letargo aspetta una stagione favorevole), e evita finché può gli impegni pur essendo in grado di svolgere le normali attività se materialmente costretta.

 

La forma depressiva più insidiosa, anche se non la più grave come intensità dei sintomi, è la distimia, cioè la depressione minore protratta.
Le persone con questa malattia si abituano a vivere da depressi, un po’ perché riescono comunque a portare avanti una parte della loro vita, anche se a fatica, in parte perché attribuiscono la loro condizione a fattori esterni che non cambiano e quindi li tengono demoralizzati.

La distimia diventa una specie di nuovo carattere, o di nuovo stato mentale, non gradevole ma vissuto come ormai inevitabile. Le persone sofferenti di distimia possono vivere la vita come una specie di condanna da scontare, in cui riescono a fare diverse cose ma con uno sforzo che alla fine impedisce di goderne, sia prima che dopo.

Si può dire che se la persona depressa si sente bloccata e senza via d’uscita quando è nel pieno della sua depressione, la persona distimica, nel suo piccolo, non può dirsi bloccata ma non vede neanche una direzione dove valga davvero la pena di andare. E’ in entrambi i casi il sentimento depressivo che produce questa visione pessimistica della realtà, in maniera più o meno mercata ma uguale come qualità.

 

La depressione grave (nella forma “tipica”) può essere accompagnata da un vero e proprio sovvertimento della capacità di giudizio: le idee della persona divengono espressione di uno stato di depressione al di là della realtà, o del buon senso. La persona può affermare di essere responsabile di colpe immaginarie, o che non lo riguardano, prevedere lutti e rovine a causa sua, affermare di essere sul lastrico e di non avere da mangiare o un tetto, di avere malattie incurabili.
Nelle forme più gravi compaiono deliri di dannazione, di inesistenza (essere già morto, non avere più parti del corpo, non riuscire più a respirare o muoversi). Queste forme sono ad alto rischio e meritano un trattamento urgente.

 

Come in tutte le alterazioni del funzionamento di un organo o di un sistema organico, anche nella depressione si può giungere dal semplice “rallentamento” al cosiddetto “arresto” psicomotorio: la persona non si muove, è muta, risponde con cenni ad occhi chiusi, non avverte più gli stimoli fisiologici a evacuare e urinare, non si alimenta.

 

La depressione è inoltre una diagnosi provvisoria. “Episodio Depressivo” non è quindi il nome definitivo di una malattia, ma il nome di quello stato in quel periodo.
Ci sono diverse malattie psichiatriche che si compongono anche o soprattutto di episodi depressivi, senza per questo somigliarsi negli altri sintomi o nel tipo di andamento.

Si costella di Episodi Depressivi una Depressione Maggiore Ricorrente, così come un Disturbo Bipolare. Possono evolvere in Depressione i Disturbi d’ansia, specie nel tempo se non trattati, così come può esordire con una Depressione una malattia neurologica o una psicosi.

 

Non è detto che la malattia, che il medico vede nel periodo dell’episodio depressivo, sia effettivamente iniziata con sintomi depressivi. Nel Disturbo Bipolare, ad esempio, spesso nei periodi precedenti la depressione o tra un episodio e l’altro ci sono fasi di euforia o di eccitamento attenuate che non sono riferite come parte del problema, poiché corrispondono ad un umore vigoroso e tonico, ma sono invece un elemento importante nel distinguere una Depressione da un Disturbo Bipolare.

In altri casi il periodo di depressione è preceduto da lunghi periodi in cui i sintomi dominanti, o unici, sono di tipo corporeo (intestinale per esempio, come una sindrome del colon irritabile), oppure vegetativo (insonnia, l’antecedente forse più frequente della depressione).

 

Al momento della diagnosi, quindi, il termine “depressione” non è sufficiente a capire il tipo di malattia, e l’essere tristi non è l’elemento più importante per definire questa malattia, ma solo uno dei sintomi.
Sapere di che tipo di depressione si soffre, e se la malattia definita nel tempo è fondamentalmente depressiva o ha un altro baricentro, cioè corrisponde ad una diversa diagnosi, è importante per scegliere il tipo di cura.

I farmaci etichettati come “antidepressivi” ad esempio possono non essere  la scelta migliore nelle forme bipolari. Inoltre, i farmaci inseriti nella categoria “antidepressivi” spesso si usano per diverse indicazioni, quindi il farmaco non fa la malattia.