Alcuni bambini rifiutano di andare a scuola e il loro malessere si esprime con sintomi fisici che li portano a saltare molte lezioni. Come possono aiutarli i genitori?

Ogni settembre per milioni di studenti è ora di tornare (o di recarsi per la prima volta) sui banchi di scuola e alcune famiglie possono trovarsi ad affrontare situazioni spiacevoli, quando un figlio vive in maniera drammatica il ritorno o l’ingresso nella scuola ed esprime di conseguenza un rifiuto più o meno intenso verso questo obbligo.

Il rifiuto può manifestarsi con modalità differenti a seconda dell’età, e può essere comunicato verbalmente ma anche – e a volte soprattutto – attraverso disturbi fisici che costituiscono un mezzo tanto involontario quanto efficace per evitare le lezioni.

Escludendo i casi in cui disturbi lamentati sono fittizi, possiamo prendere in esame tutti quei casi di disagio reale e intenso che il corpo esprime tramite disturbi psicosomatici di vario genere, come nausea, vomito, mal di testa, asma, forme di raffreddamento lievi e persistenti.

Quando accade questo il bambino incontra solitamente disponibilità da parte della famiglia e riesce a saltare le lezioni anche per un monte ore non indifferente, perché spesso questi malesseri non sono identificati per la loro reale natura psicosomatica, ma sono trattati esattamente come qualunque altro disturbo organico e non suscitano particolari interrogativi negli adulti.

E’ molto importante tuttavia considerare il significato psicologico di una situazione che vede lo sviluppo di sintomi corporei persistenti e accompagnati da scarso entusiasmo (o aperta avversione) da parte del bambino nei confronti della scuola.

Insegnare al bambino che stando male otterrà quello che desidera è molto negativo per il suo sviluppo, perché lo renderà un individuo pronto a rifugiarsi nella malattia ogniqualvolta la vita lo metterà di fronte a contesti, impegni e obblighi che per qualche motivo non vorrà accettare.

In questo modo si costituirà e si rinforzerà in lui l’idea della fuga come soluzione e non sarà costruita un’adeguata autoconsapevolezza e capacità di affrontare le situazioni spiacevoli prima di tutto identificandole e sentendosi poi in grado di farvi fronte senza scappare o sentirsi male.

 

Cosa fare se il bambino rifiuta la scuola?

E’ importante comprendere il motivo che lo porta a detestare un ambiente in cui incontra sia i coetanei, sia degli adulti che rappresentano l’autorità e si aspettano qualcosa da lui (che faccia i compiti, stia attento, rimanga seduto, rispetti gli orari, …).

Per questo motivo i genitori dovrebbero parlare con lui in maniera calma, senza sgridarlo o farlo sentire inadeguato, e capire così se il bambino:

- si trova male in classe, non ha amici, è preso di mira da qualche bullo;

- non vuole separarsi dalla mamma e/o dalla casa (ansia da separazione);

- non accetta l’autorità degli insegnanti e non comprende quale dovrebbe essere il proprio ruolo, fino a sentirsi preso di mira o malvoluto dagli adulti dell’ambiente scolastico.

In tutti questi casi è meglio intervenire risolutamente piuttosto che aspettare che la situazione “si sistemi da sola”, sia per il benessere psicologico del bambino sia perché se il disagio è intenso può portare allo sviluppo di molteplici sintomi fisici e, più avanti, anche all’abbandono scolastico precoce con le immaginabili conseguenze.

 

Analizziamo i vari casi nel dettaglio:

a) Se il bambino vive un problema relazionale con i compagni è importante capire se sta reagendo in maniera esagerata e di conseguenza raccogliere informazioni anche dagli insegnanti ed eventualmente dai compagni che gli sono più vicini, ma senza dargli l’idea di non fidarsi di lui.

In questo modo potranno essere studiate delle soluzioni con l’eventuale coinvolgimento degli insegnanti e l’assistenza di uno psicologo che consigli e affianchi i genitori nella gestione del problema, intraprendendo un percorso di psicoterapia familiare se necessario.

E’ importante che i genitori stessi si interroghino sulle proprie modalità di relazione, perché sono i modelli che ispirano il bambino e possono averlo condizionato negativamente se loro stessi intrattengono poche relazioni, faticano a stringere amicizia e/o a farsi valere e apprezzare dagli altri.

Consiglio a mamme e papà anche di ripensare alla propria esperienza scolastica per capire se il bambino si sta trovando in una situazione analoga a quelle vissute da loro stessi nell’infanzia.

 

b) Se il bambino non vuole andare a scuola per non separarsi dalla mamma o da casa potrebbe soffrire di ansia da separazione e sviluppare tipicamente sintomi come l’asma e i dolori addominali.

In questo caso è importante non alimentare in lui l’idea che i genitori lo vogliano allontanare da sé mandandolo a scuola, ma valorizzare tutto quello che di positivo è possibile sottolineare della sua esperienza scolastica.

Accanto a questa prima misura è necessaria una valutazione psicologica della situazione che permetta di intervenire sugli aspetti che hanno determinato l’ansia del bambino, considerando anche la qualità della sua relazione con la madre e la possibile ansietà di quest’ultima di fronte al distacco dal figlio. La reazione iperemotiva del bambino al distacco può infatti essere un riflesso del disagio della madre che teme per motivi che la riguardano individualmente l’allontanamento dal figlio , per la possibilità che gli succeda qualcosa di male o per il disagio che sente nel separarsi da lui.

A volte infine un clima emotivo teso rende insicuro il bambino, che non vuole allontanarsi da casa nel timore che possa succedere qualcosa di brutto in sua assenza: in questo caso adoperarsi per migliorare la situazione e la relazione fra i genitori è indispensabile per ridare serenità a tutti i soggetti coinvolti.

 

c) Se il bambino è in conflitto con gli insegnanti potrebbe provare difficoltà nell'accettare l’esistenza di regole che valgono per tutti, forse perché in famiglia non ha ricevuto norme e limiti non negoziabili e ora si trova costretto in situazioni per lui spiacevoli, come l’obbligo di restare seduto in una stanza per ore e di andare in bagno solo nei momenti prestabiliti o dovendo chiedere il permesso.

In questo caso è importante avere pazienza e spiegare al bambino la necessità di comportarsi secondo le regole che non sono imposte arbitrariamente dagli insegnanti, ma dalla necessità di conservare l’ordine sufficiente al sereno svolgimento delle lezioni e alla convivenza fra molte persone nell’edificio scolastico.

Merita una menzione il caso in cui il bambino si sente trattato ingiustamente dagli insegnanti, perché può rappresentare un dato di realtà e non una mera impressione. E’ comprensibile che un bambino eccessivamente vivace (e magari anche non rispettoso o maleducato) sia ripreso più e più volte dagli insegnanti, e che di conseguenza si senta contrastato da loro perché rimproverato e punito molto più dei suoi compagni. Questo potrebbe farlo sentire bersagliato e innescare una spirale di comportamenti che confermano la reciproca visione negativa fra il bambino e i suoi insegnanti.

In questo caso è utile che i genitori spieghino al figlio cosa sta succedendo, aiutandolo a non sentirsi perseguitato e invitandolo a cambiare atteggiamento.

Se i docenti hanno invece un comportamento realmente vessatorio o violento è ovviamente necessario intervenire ad altri livelli, informando prima di tutto il dirigente scolastico di quello che sta accadendo e chiedendo un chiarimento.

 

Come comportarsi con il proprio figlio?

Le cause che spingono un bambino a rifiutare la scuola possono essere molte e differenti, ma richiedono tutte la presenza di adulti attenti che ascoltino il bambino e lo aiutino a superare il disagio che sta vivendo senza drammatizzare né colpevolizzarlo né sminuirlo.

In questo modo non solo il bambino si sentirà ascoltato e supportato, ma diventerà anche un adulto più fiducioso nelle proprie capacità e nella possibilità di risolvere le situazioni difficili anche accettando e ricevendo l’aiuto di altre persone.