Riconoscere e gestire le emozioni per migliorare se stessi

ROBERTO IBBAL'articolo illustra in brevità la natura delle emozioni, quanto è importante saperle riconoscere e saperle vivere, per poterle affrontare e gestire.
Articolo a cura di .  Pubblicato il 03/01/2012, cliccato 13273 volte.
 

1. Che cos’è un’emozione, a cosa diamo il nome di emozione?

Un’emozione è un movimento, cioè un cambiamento, rispetto ad uno stato precedente: «… ero assopito, ad un tratto ho provato un’emozione». La parola ha la stessa radice di motivazione, motivo, e indica una costellazione di fenomeni a livello fisico (il battito cardiaco, la respirazione, un’attivazione/inibizione di alcune componenti del nostro organismo).

L’emozione inoltre è qualcosa che ci fa riflettere, che colpisce i nostri pensieri, cioè la componente cognitiva. L’emozione è inoltre una reazione a stimoli che abbiamo percepito, a eventi che abbiamo in qualche modo vissuto.

L’emozione però è anche qualcosa che ricerchiamo e pur di poterla vivere, siamo disposti ad affrontare un disagio o qualsiasi cosa costituisca un “prezzo” da pagare, è qualcosa che ci spinge ad agire.

 

2. Come faccio a sapere quale emozione sto provando?

L’alessitimia è un termine coniato da Sifneos nel 1973 per indicare la difficoltà/incapacità a riconoscere e verbalizzare i propri stati affettivi ed emotivi. Spesso quando diventa un disturbo della personalità si presenta spesso in soggetti che tendono alla somatizzazione (un tempo definiti “psicosomatici”), i quali hanno difficoltà a identificare un’emozione, come distinta dal suo correlato organico. Tali soggetti sono incapaci di definire l’emozione come ansia, angoscia, ma accusano palpitazioni, tachicardia. Tale incapacità nel verbalizzare le proprie emozioni non è da considerare come una difficoltà di tipo espressivo ma come una vera e propria limitazione nella possibilità di elaborare le emozioni e di costruire un proprio mondo interno.

Va da sé che una tale “anestesia emozionale” potrebbe avere finalità adattive, rappresenterebbe cioè un massiccio meccanismo di difesa verso la propria realtà inaccettabile.

In definitiva, per rispondere alla domanda, io non so di provare un’emozione, la provo e la riconosco come tale, in quanto attribuisco ad una serie di fenomeni fisiologici un certo significato, che può variare nel tempo.

Quando l’adolescente scendendo le scale della sua scuola improvvisamente sente le palpitazioni, sia quando incrocia la prof di matematica – che lo vorrebbe interrogare – sia quando vede la ragazza o il ragazzo che ama segretamente, sa implicitamente distinguere le due diverse emozioni, anche se in fondo prova analoghe reazioni fisiologiche (tachicardia, pugno nello stomaco, a seconda dei temperamenti pallore o rossore, accelerazione del respiro, etc). Semplicemente, a parità di reazioni fisiologiche, si associano pensieri differenti che attivano altre emozioni ancora, fino a creare nei casi estremi una perdita del controllo.

 

3. Quando mi rendo conto di provare un’emozione, cosa faccio, su cosa mi focalizzo?

L’emozione è sempre una fonte di interesse per la persona perché ci dice qualcosa di quello che proviamo senza l’interferenza dell’apparato cognitivo, quindi per certi versi è anche una fonte di conoscenza di se stessi. Molti costruttivisti affermano che prima proviamo un’emozione, poi il nostro apparato cognitivo cerca – e naturalmente trova – una ragione plausibile per confermare quella stessa emozione. Difficilmente noi ci smentiamo, ci disconfermiamo, ma tendiamo invece a rinforzare nella nostra coscienza – attraverso argomentazioni logiche e plausibili (talvolta smentendo addirittura la realtà, producendo effetti grotteschi) – le emozioni che abbiamo provato. Ciò è perfettamente in linea con quanto afferma A. Damasio all’interno dei suoi recenti studi.

Egli riconduce la nascita della coscienza dell’uomo, non come si è finora creduto, a partire dalle funzioni cognitive superiori riconducibili alla corteccia, bensì alle funzioni sottostanti connesse al

tronco cerebrale. Non possiamo essere coscienti senza una funzione emotiva e un’emozione inizia nel tronco cerebrale, mentre la corteccia ne assicura la sua piena fioritura. Pertanto in un sistema umano l’emozione e il sentimento hanno realmente una primogenitura ai fini dell’espansione della nostra coscienza.

 

4. Quali sono le emozioni più disturbanti? Quali quelle che lo sono meno?

La differenza è puramente soggettiva, così come alcuni prediligono certe emozioni altri le detestano. C’è a chi piacciono i film horror, altri li detestano. Ad alcuni piacciono le canzoni romantiche, altri le detestano, e così via. L’ansia, il brivido, le emozioni forti che ti fanno andare il cuore in gola alcuni le cercano (la velocità, buttarsi da altezze, scalare pareti di roccia, partecipare a combattimenti violenti), mentre altri non farebbero mai nulla del genere. Tutto ciò ha a che fare con il nostro carattere, con la nostra storia personale, con la nostra educazione, con le esperienze che la vita ci ha riservato la quale, da buona o cattiva maestra che sia, ci sottopone sempre a delle prove che possiamo superare o possiamo invece fallire: dipende da noi.

 

5. Quando mi rendo conto di provare un’emozione più disturbante su cosa mi focalizzo?

Focalizzarsi sull’emozione disturbante significa sostanzialmente amplificarla.

C’era uno che diceva uccidi il mostro finché è piccolo, quando sarà troppo grande sarà improbabile - o molto impegnativo - sconfiggerlo.

Se voglio annullare un’emozione disturbante non mi ci devo focalizzare, anzi per combatterla bisogna minimizzarla, privarla di rilevanza o, meglio ancora, devo distrarre la mia attenzione. A meno che non stia facendo uno studio particolare, una ricerca verso la parte più profonda di me stesso, in tal caso il discorso cambia. È importante però sapere che per un simile viaggio si deve andare ben attrezzati, oppure accompagnati da un anfitrione, un mentore, qualcuno - come un analista o un terapeuta - che conosca la strada e soprattutto le sue insidie.

 

6. Cosa mi agevola nel rapporto di coaching rispetto alle mie emozioni? Quali emozioni agevolano il rapporto di coaching psicologico?

Il coaching psicologico serve a prendere confidenza con le mie emozioni e metterle al servizio della mia volontà, di un mio progetto, senza annullarle, ma facendole diventare mie alleate.

Le emozioni positive agevolano il processo di coaching, tutte quelle legate al pensiero positivo, all’ottimismo. Secondo me pensare bene è vivere bene. Bisogna educarsi a pensare bene e il coaching agevola questo processo.

 

7. Come riconoscere, gestire, agire le emozioni che provo può favorire la mia efficacia e il mio sviluppo?

Un’emozione come il sentimento di vittoria, di riuscita dopo un’impresa, per quanto minima o del tutto relativa essa sia, rinforza in noi il sentimento di autoefficacia personale, ci rende più forti spiritualmente.

Aver attraversato momenti difficili nella vita serve a farci capire di cosa siamo capaci, quello che veramente vogliamo, chi siamo; riconoscere le emozioni, rispettarle senza farci travolgere forse è il modo migliore per farle diventare parte della nostra vita e non viverle come qualcosa di estraneo o peggio come nemiche.

 

 

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ROBERTO IBBAIl suggerisce questi argomenti correlati:  emozione,  emozioni disturbanti,  coaching
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