In questo articolo viene approfondito il legame tra emozioni e psicoterapia, mostrando come, anche sul piano psico-biologico l'essere umano sia fondamentalmente emotivo.

Introduzione

Nel corso della storia della psicoterapia il linguaggio parlato ha accumulato sempre più importanza come mezzo e vettore del cambiamento. Già dagli albori della Psicanalisi (Freud, Breurer, 1892; Freud, 1905) fino alle più contemporanee scuole di natura sistemica il linguaggio e il suo utilizzo nella stanza di Psicoterapia ha acquisito sempre più rilevanza (Palazzoli et al., 2003; Watzlawick et al., 1967, 1974).

Questa concezione della Psicoterapia non è nuova. Già una delle prime pazienti di Freud e Breurer, Bertha Poppenheim, meglio conosciuta come il caso di Anna O., definì la Psicoterapia come una “talking cure”, la cura della parola. Da allora vi sono state molte evoluzioni, supportate soprattutto dalla scuola di Palo Alto, che rappresentò una vera rivoluzione nel mondo della Psicoterapia ispirando più o meno direttamente un folto numero di correnti di pensiero.

A partire dagli anni ’50 si è andata formando una concezione della psicoterapia maggiormente concentrata sugli aspetti di risorsa e sviluppo dell'uomo anziché sulla Psicopatologia ed i suoi meccanismi. Tale spostamente ha introdotto significative innovazioni anche nel lavoro clinico (Perls et al., 1951; Perls, 1969; Rogers, 1951, 1980). Una delle conseguenze importanti prodotte dalla Psicologia Umanistica nel campo della Psicoterapia riguarda l'introduzione di numerosi concetti e tecniche che pongono in risalto il ruolo dell'emotività nel processo di cambiamento clinico.

Negli ultimi anni si è andata formando una consistente mole di prove a sostegno dell’idea per cui le emozioni sono da considerarsi l’elemento centrale del cambiamento clinico. (Panksepp, 1998, 2003, 2007, 2008, 2009). Queste nuove conoscenze hanno dato nuova linfa ad una ricerca nel mondo della Psicoterapia permettendo di ampliare le conoscenze provenienti dalla pratica clinica e dalla ricerca clinica con quelle provenienti dal mondo delle neuroscienze affettive, dando vita a nuove quanto interessanti concezioni del cambiamento (Schore, 1994, 2001, 2011; Siegel, 1999, 2011; Fosha et al., 2009; Menoni, Iannelli, 2011).

I concetti base di queste psicoterapie denominate ABT's (affective balance theraspies – terapie di bilanciamento affettivo) sono quelli di Finestra di Tolleranza Affettiva (Siegel, 1999, 2011; Porges, 1995, 2009) e di Sistemi Affettivi Primari (Panksepp, 1998, 2003, 2007, 2008, 2009) anche detti Sistemi Motivazionali Interni (Liotti, 2006).

 

Cos'è la Finestra di Tolleranza Affettiva e cose c'entra con la Psicoterapia

Ogni persona ha un suo modo di percepire e reagire alle emozioni. Siamo, spesso inconsapevolmente, capaci di muoverci molto bene in alcuni stati emotivi e molto peggio in altri. Questo è uno dei motivi che sta alla base delle differenze individuali nella reazione ad eventi dolorosi della vita. Come il lutto, una malattia terminale, una separazione, un divorzio oppure un handicap. Quando un esperienza dolorosa travalica i confini delle nostre emozioni può sovrastarci costringendoci in un dolore paralizzante. Altre volte ci scopriamo capaci di affrontare tali esperienze, anche al di sopra delle nostre aspettative personali.

Quando una emozione, per quanto dolorosa, è gestibile, si dice che sta all’interno della finestra di tolleranza. Quando invece è ingestibile si dice che sta all’esterno della finestra di tolleranza. Le esperienze che stanno all’interno della finestra sono quelle che siamo ben capaci di gestire. Quelle che stanno all’esterno della finestra siamo incapaci di gestirle, e le nostre reazioni possono essere le più svariate, talvolta anche a forte potenziale patologico. Le esperienze che stanno sul confine della finestra sembrano essere quelle che ci permettono di allargare o ridurre i confini della nostra tolleranza affettiva. Cioè quelle con maggiore potenziale terapeutico.

E’ noto come la nostra capacità di affrontare esperienze traumatiche sia collegata al modo in cui sono state da noi affrontate le esperienze traumatiche passate (Van der Kolk et al., 1996; Yule, 2000). Oggi possiamo sostenere che quelle esperienze che possono influenzare il nostro modo di fronteggiare gli eventi traumatici sono quelle il cui impatto emotivo si colloca ai bordi della finestra di tolleranza. Le esperienze che sovrastano i nostri confini affettivi sono sicuramente mal gestite e quelle che invece si trovano ben all’interno dei nostri confini affettivi verranno gestite con successo.

Nelle psicoterapie di bilanciamento affettivo, le sedute servono a fornire esperienze che permettono alla persona di allargare i confini della propria finestra di tolleranza, riuscendo ad affrontare meglio il proprio dolore. Una delle esperienze comuni di chi sceglie questo tipo di percorso è di sentirsi bene o meglio anche in quelle occasioni dove sono stati affrontati argomenti molto dolorosi.

Il lavoro terapeutico, in questo senso, può essere focalizzato su circostanze specifiche, come il rapporto con il datore di lavoro, i familiari, il partner. Oppure può essere focalizzato su sensazioni specifiche, come quando si va dallo Psicologo per un disturbo ben preciso. Può essere l’esempio dell'ansia, l'insonnia, un disturbo alimentare.

L'ampliamento della propria finestra di tolleranza affettiva determina una migliore qualità della vita, incrementa il benessere della persona e la qualità delle proprie relazioni. Ciò perché l'emotività che sta all'interno della finestra viene gestita più agilmente.

 

Cosa sono i Sistemi Affettivi Primari e cosa c'entrano con la Psicoterapia

I Sistemi Affettivi Primari o Sistemi Motivazionali Interni, rappresentano delle modalità relazionali selezionate evolutivamente su base affettiva.

Materialmente sono reti neurali che si trovano nel mesencefalo e sono presenti in tutti i mammiferi. Man mano che ci si avvicina all’essere umano la loro complessità aumenta. Questi sistemi sembrano alla base stessa della cognitività umana (il pensiero razionale) e del linguaggio parlato (Panksepp, 2008, 2009).

Sostanzialmente predispongono l’essere umano a dei comportamenti che nel corso dell’evoluzione si sono rivelati importanti per la sopravvivenza dell’individuo e della specie. Tutti hanno un’origine affettiva: sistema del Gioco, Sessuale, Ricerca, Rabbia, Paura, Attaccamento e Accudimento. Ne esistono altri, come quello di Dominanza/Subordinazione sociale e cooperazione paritetica che non nutrono, ancora, dello stesso quantitativo di ricerche ed evidenze sperimentali, benché a livello comportamentale siano stati ampiamente osservati nella nostra specie (Fosha et al., 2009; Liotti, 2006).

La loro particolarità, oltre ad essere la base affettiva su cui poggiano, sta nel fatto che sembrano essersi evoluti per predisporre l’essere umano alle relazioni sociali. Per esempio come i bambini sviluppano un attaccamento verso i genitori, gli stessi genitori sviluppano un forte senso di accudimento per la prole. Questi comportamenti apparentemente scontati sono determinati dai sistemi sopra menzionati, ed una alterazione nel loro funzionamento è capace di determinare forti deviazioni da quello che noi consideriamo “normalità”.

Questi sistemi hanno una notevole rilevanza clinica. Il disturbo di panico, per esempio, sembra essere connesso ad una iperattivazione del sistema di attaccamento (Panksepp, 2009; Liotti, 2006). Per cui, la capacità di regolare le emozioni sperimentate all'interno di un sistema affettivo primario permette all'individuo di essere maggiormente capace di affrontare le situazioni della propria vita, per esempio cessando le esperienze di panico.

Se prendiamo ad esempio il caso della pedofilia, si tratta di una attivazione del sistema sessuale al posto del sistema di accudimento o in contemporanea ad esso. Per cui l'adulto sperimenta una emozionalità di tipo sessuale al posto dei tipici sentimenti di cura paterni o materni.

Questi stati affettivi sono estremamente importanti nel determinare la relazionalità umana e le ricerche basate su di essi offrono notevoli spunti sia per la ricerca farmacologica che psicoterapeutica.

 

Come funzionano le terapie di bilanciamento affettivo

Le ABT's, affective balance therapies (Terapie di Bilanciamento Affettivo), sono il frutto della pratica dell'Integrazione in Psicoterapia. Cioè quella corrente di pensiero che porta all'avvicinamento dei vari modelli psicoterapici. Pertanto sono da considerarsi una forma di Psicoterapia Integrata.

In questo tipo di terapie (Fosha et al., 2009) il focus è sull’esperienza presente all’interno della stanza di terapia. Sviluppare una capacità di tolleranza affettiva progressivamente maggiore è uno degli obiettivi. In tal modo la persona diviene abile nel muoversi in situazioni emotive che precedentemente erano di ostacolo.

Una progressiva consapevolezza dei sistemi affettivi primari, che giocano un ruolo importante nella formazione della coscienza, permette di comprendere sottili aspetti emotivi il cui ignoramento ha condotto al consolidarsi di situazioni vissute come problematiche.

Tramite il lavoro clinico svolto col terapeuta si incrementa la propria capacità di riconoscimento emotivo, nell’esperienza condotta in terapia si alimentano le possibilità di tolleranza affettiva. Questo comporta una serie di piccoli cambiamenti che permettono alla persona di spostare le capacità acquisite dal contesto della terapia a quello della vita quotidiana.

 

 

Bibliografia

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