Il ricordo di un abuso può, a volte, essere l'espressione di una costruzione ossessiva priva di alcun fondamento oggettivo.

 

Negli ultimi cento anni fiumi di letteratura di orientamento analitico hanno descritto il concetto di trauma sessuale sotto tutte le forme, a partire dalle prime concezioni freudiane di seduzione da parte dei genitori verso il piccolo, con la relativa messa in discussione delle stesse per poi trasformarle il fantasie incestuose del piccolo verso i suoi stessi genitori. Erano le osservazioni sul Complesso di Edipo e le conseguenze traumatiche di questa dimensione. Il piccolo visto prima come vittima e poi seduttore per tornare, ancora una volta, vittima quando Jeffrey Masson, direttore degli Archivi Freud, tornò a mettere in discussione la revisione freudiana di questa trasformazione confermando che, in realtà, il piccolo non ha mai avuto alcuna fantasia incestuosa verso i genitori e poi “rimossa” ma che l’abuso da parte delle figure famigliari significative era ed è una realtà da non scartare.

Ma quando l’abuso, o il presunto tale, riemerge a distanza di anni in circostanze del tutto casuali e senza alcun riscontro oggettivo, che tipo di importanza si può attribuire ad esso? In alcuni ambienti ortodossi si ha ancora la convinzione che una ricostruzione analitica possa mettere insieme i tasselli del puzzle di eventi dimenticati, per dar loro una certa dignità operativa. Ma se su tale materiale era possibile lavorarci fino a qualche tempo fa, ora, grazie alle ricerche di Elizabeth Loftus, dell’Università della California, sappiamo che la memoria non si comporta come una sorta di registratore in cui è possibile riavvolgere il nastro e rivedere gli eventi passati. Essa è un processo attivo di ricostruzione che ristruttura gli eventi prendendo in prestito immagini ed esperienze effettuate in circostanze completamente estranee all’episodio in questione. Per cui, ogni ricordo, soprattutto quando è lontano nel tempo, è intriso di materiale mnestico di episodi ad esso lontani o addirittura estranei. Ma se è vero che un ricordo non può essere recuperato c’è un fatto che non si può ignorare. Ci sono ricordi di abusi che riemergono o meglio emergono ed assumono una valenza così dirompente da diventare veri.

Trascuriamo, ovviamente, quelli ricostruiti, o meglio costruiti, da un processo analitico, che non rende esenti dal pericolo di false memorie, e prendiamo in considerazione qui ricordi, soprattutto di abusi subiti nell’infanzia che, senza l’aiuto di qualcuno o di qualche tecnica di dubbia efficacia come l’ipnosi regressiva, si impiantano nella mente di qualcuno. Questo processo pone dei quesiti.

 

Da dove deriva il ricordo di un abuso?

Eleonora, 24 anni, ha una vita regolare, è felicemente fidanzata ma non ha mai avuto rapporti sessuali grazie ad una educazione piuttosto rigida. Ma, come ella riportava, nessun vissuto di repressione, solo l’adesione ad un sistema educativo appreso dal suo contesto famigliare. Dopo alcune pressioni del suo fidanzato e la convinzione che questo poteva essere l’uomo giusto, in prossimità di un progetto matrimoniale, Eleonora decide di concedersi. Il primo approccio risulta fallimentare, la paura della prima volta fa si che la giovane viva la situazione con particolare tensione ed il dolore provato in prossimità del rapporto ne impedisce il proseguimento.

Il primo approccio non è vissuto come particolarmente angoscioso, la comprensione del ragazzo rende le cose semplici e si decide di riprovare. Altra esperienza, altra delusione, tensione e dolore non ne permettono alcuna evoluzione. E’ ormai tempo di una visita ginecologica. Dal punto di vista medico nessun elemento significativo, il ginecologo parla di vaginismo, ossia una contrazione involontaria dei muscoli della vulva e dell’orifizio vaginale che ne impediscono la penetrazione.

Lo stesso ginecologo ne attribuisce un significato psicologico parlando di una probabile fobia dovuta alla novità del rapporto e dall’inesperienza. Prescritto un lubrificante il quadro clinico non cambia e la cosa comincia a complicarsi. Il vissuto di Eleonora comincia a farsi carico di angosce, complice le lamentele del fidanzato che sente di essere piuttosto frustrato. Ciò che diventa un tormento per la ragazza è il perché di quei dolori di origine psicologica.

Durante un ennesimo tentativo fallito di rapporto, Eleonora si sente particolarmente in colpa nei confronti del partner a tal punto da chiedergli scusa piangendo ed affermando tra le lacrime: “perdonami, non è colpa tua, non so cosa mi succede, non capisco, forse avrò subito qualche trauma da bambina, non so forse un abuso che non ricordo”. Il fidanzato, ingenuamente, le risponde che se si dovesse trattare di una cosa del genere avrebbe dovuto scoprirlo. L’ipotesi dell’abuso non lascia più la mente della ragazza.

Ed ecco che comincia la ricerca. Internet diventa il primo interlocutore di Eleonora che fa ricerche sul vaginismo, fobie, ansia e trova molto materiale su cause traumatiche avvenute nell’infanzia. L’ipotesi dell’abuso è ormai indelebile ed accompagna la ragazza in ogni istante. Ogni riflessione è rivolta a questo, accompagnata da un notevole sforzo per poter ricordare in quale occasione e da chi avrebbe potuto ricevere qualche molestia o violenza.

Ogni ipotesi sembra essere plausibile e, più esse sono riprovevoli per la ragazza, più sembrano prendere forma le immagini nella sua testa. Ed ecco che, senza alcun riscontro, le ipotesi cominciano ad essere vissute come fatti accaduti. L’angoscia e lo sconcerto diventano le prove della realtà dell’accaduto: “se fanno così male devono essere accadute davvero” “si, comincio a ricordare, deve essere stato in quella occasione quando la mamma mi lasciava sola con lo zio e lui non faceva altro che abbracciarmi con la scusa di essermi affezionato” “sono stata molestata” ora ricordo.

 

Quando l’ipotesi diventa vera.

Cosa può essere accaduto nella mente di Eleonora? Sembra che il processo impiantatosi sia lo stesso di quello grazie al quale si impianta un pensiero ossessivo. Aaron Beck descrisse il meccanismo cognitivo in cui una semplice ipotesi potesse insediarsi nella mente di un ossessivo solo sulla base della sua indesiderabilità. Ossia un pensiero o una fantasia si esprime sotto forma di ipotesi (se facessi del male a qualcuno? Se cambiassi orientamento sessuale)?. Tale ipotesi, per alcuni neutra, se non è conforme con il sistema morale di chi l’ha prodotta diventa spaventosa e produttrice di angoscia. Dal momento in cui crea ansia diventa un vero tabù, nella convinzione che possa davvero essere messa in pratica. Il tentativo di eliminarla dalla mente fa si che diventi l’oggetto principale di attenzione sul quale continue rimuginazioni sulla sua natura e sulla possibilità o meno di attuarla non fa altro che imprimerla ancor di più.

L’ipotesi dell’abuso, come l’esempio di Eleonora, si impianta con lo stesso meccanismo. Le stesse rimuginazioni sull’accaduto, proprio come nelle ossessioni, rendono indelebile l’idea, ma in questo caso non ci si affanna a cacciarla, ci si concentra nell’inquadrarla meglio, nel tentativo di ricordare. Più si cerca di mettere a fuoco i contenuti mnestici, più essi assumo forma, pur non avendo alcun elemento oggettivo per sostenerli. L’unica prova sulla veridicità di tali ricordi è il vissuto fortemente emotivo che essi suscitano.

In tal caso è possibile sostenere una certa predisposizione, ossia una tendenza particolarmente elevata osservata nei soggetti ansiosi, una condizione chiamata affect as information: ossia individui che hanno una particolare predisposizione all’ansia tendono ad assumere come una fonte autorevole di informazione i propri stai affettivi ed emotivi. Un meccanismo di elaborazione cognitiva grazie al quale è lo stato emozionale a dirigere in pensiero ed è alla base delle conclusioni che se ne traggono. Espresso in parole esso è così riassunto: “se mi crea tanto disagio, se mi fa così paura e sono in ansia è senz’altro vero”.

La stessa ipotesi può non avere alcun seguito per molti, ma per alcuni soggetti, portatori di questo sistema di elaborazione delle informazioni, non può passare inosservata, così come non può suscitare reazioni emotive che, a loro volta, rinforzano questa ipotesi.

Un problema , come uno di natura sessuale a sua volta legato, per fattori culturali, a traumi subiti, suscita un’ipotesi orientata in tal senso (abuso, molestia) , tale ipotesi, in particolari predisposizioni emotive, stimola emozioni intense che ne confermano la veridicità. La letteratura sulla natura traumatica degli abusi e il suo ingresso nell’immaginario collettivo, nei dibattiti, così come nei film hollywoodiani, contribuisce a rinforzare quest’idea ossessiva. In realtà, a distanza di anni, dopo un lungo periodo di vuoto mnestico e senza alcun riscontro oggettivo, ciò che emerge non è un ricordo ma una probabile ipotesi mascherata da ricordo. Appare semplice ipotizzare che, in base alle credenze e ai contesti, questa osservazione può essere estesa a tutte quelle occasioni in cui si ha la convinzione di aver avuto contatti straordinari con figure mistiche e/o aliene.

 

Per saperne di più

  • Beck A. (1984) Principi di terapia cognitiva, un approccio nuovo alla cura dei disturbi affettivi, Astrolabio.
  • Freud S. (1905) Tre saggi sulla teoria sessuale, Boringhieri, 1975.
  • Loftus E. (1996) Eyewitness Testimony, Cambrige, Harvard University Press.
  • Loftus E. et all. (1970) Journal of verbal learning and verbal behavior, 13 University of Washington.
  • Masson J.M. (1984) Assalto alla verità, Mondadori.