Miti e luoghi comuni sulla psicoterapia e sui dubbi dell'aspirante psico-paziente indeciso.

Premessa

Ho sempre trovato interessante quando le persone arrivano a scrivere a uno psicologo per dirgli, fra le altre cose: “Io non andrò mai da uno psicologo” come succede spesso a Medicitalia. Ciò può solo significare che queste persone forse vorrebbero, oppure dovrebbero andarci ma non possono, a causa di convinzioni erronee o imprecise, preconcetti, stereotipi, sentito dire, influenza subita assistendo a film o leggendo libri, oppure a un insieme di tutte queste cose.

In quest’articolo indicheremo come miti tutte queste difficoltà, e ne presenteremo una lista numerata con le rispettive definizioni. Ma non lo faremo per smentirli, perché i luoghi comuni sono difficili da sradicare, si sa.

Una spiegazione aggiuntiva al possedere miti può essere che queste persone non hanno ancora toccato il fondo, ovvero non siano ancora giunte a un livello di disagio tale da sentirsi obbligate a fare qualcosa. Questo può essere un bene, perché significa che il loro livello di sopportazione è alto. È un fatto che molte persone arrivano in terapia quando sono ormai “alla frutta”, ossia quando proprio non riescono più a convivere con il disturbo perché divenuto troppo limitante.

Osservazione

Sappiamo bene che chi afferma “non andrò mai dallo psicologo” pur sospettando di averne bisogno è ovviamente in buona fede, e allo stesso tempo del tutto incapace di prendere una decisione. Quindi sarebbe perfettamente inutile suggerirgli: “Dovresti vedere uno psicologo”, perché non può farlo. Tuttavia, leggendo quest’articolo avrà la possibilità di riflettere e valutare da quanto tempo si sta eventualmente trascinando il suo disagio, per non si sa bene quale motivo.

In altre parole è chiaro che chiunque ricada nella tipologia di persona appena descritta non può assolutamente rivolgersi a uno psicologo/psicoterapeuta, però rifletta che più si tratterrà dal farlo, più continuerà a soffrire senza reale necessità.

MITO n. 1: “Non vado dallo psicologo perché non mi fido degli psicologi”

Perfettamente d’accordo. Mai fidarsi di chi non si conosce. In fondo anche noi siamo degli sconosciuti, alcuni di noi hanno un sito personale, una foto, una targa sulla porta e magari delle pubblicazioni. Ma il punto è: come si fa a fidarsi? In fondo, il nostro lavoro potrebbe essere privo di un reale valore. Quindi mai dare fiducia al primo arrivato.

Quando ci si rivolge a un esperto non è necessario fidarsi di lui fin dall’inizio, ma è sufficiente affidarsi. Sono cose molto diverse. La fiducia si dà a chi si conosce bene ed è un punto d’arrivo, non di partenza, una cosa che si dà e si guadagna con il tempo e sul campo. Per questo diciamo ad esempio: “Il mio elettricista di fiducia”, perché lo conosciamo da tanto e sappiamo come lavora. Ma quando non si ha a disposizione nessuno di cui fidarsi per il nostro problema, abbiamo una sola alternativa: affidarci.

Affidarsi vuol dire fare finta che l’esperto sia tale, prendere per buoni i suoi suggerimenti e metterli in pratica. Se i suggerimenti si riveleranno validi, allora il nostro livello di fiducia nei confronti del sedicente esperto non sarà più zero, ma sarà salito un pochettino. In caso contrario potremo decidere di concedergli un’altra chance, così come di abbandonarlo e rivolgerci altrove. Ma pretendere di sapere in anticipo che cosa succederà, quando chi ci sta di fronte è uno sconosciuto, è quasi impossibile.

MITO n. 2: “Mi vergogno da morire al solo pensiero di andare dallo psicologo!”

Anche questo è comprensibile. In alcune culture o subculture, anche in Italia, andare dallo psicologo è considerato un segno di debolezza: se vai dallo psicologo vuol dire che sei matto. D’altra parte, se ne hai bisogno e non ci vai, continuerai a soffrire. Comunque la si metta non c’è scampo, sei ugualmente dannato. O soffri perché sei additato in famiglia o in società, oppure perché ti devi tenere il tuo problema.

Questo è il motivo per cui alcune persone decidono di non dire niente a nessuno e recarsi da sole da un professionista, che per ragioni di segretezza dovute al suo codice deontologico non rivelerà mai a nessuno né il contenuto dei colloqui né il fatto stesso che una certa persona si è rivolta a lui. Ma non si sa ma che qualcuno mi vedesse... magari mi compro barba finta e impermeabile.
“Dottore, potrebbe darmi appuntamento di notte?”

MITO n. 3: “Non mi va di raccontare la mia vita a un terapeuta”

Infatti, non è necessario conoscere la storia dettagliata del paziente per poterlo aiutare, nessun terapeuta farà più domande del necessario. Così come per andare in macchina da A a B non ha alcuna importanza se eravamo giunti ad A partendo da X, da Y, da Z o da qualunque altro luogo, non c’è necessità di sapere da dove viene un problema o perché esso si sia formato per poterlo risolvere, ma solo qual è il suo funzionamento nel presente. È l’illusione della causalità lineare universale (vedi mito n. 4) a far credere che sia necessario sapere il passato per cambiare il presente ma è, appunto, solo un’illusione.

MITO n. 4: “Se capisco cos’ho, allora potrò fare da solo qualcosa per risolverlo”

Questo è uno dei miti più duri a morire, in grado di resistere a qualunque tentativo di distruzione. L’idea che conoscere una cosa equivalga a poterla controllare è stata effettivamente utile da migliaia di anni a questa parte, da quando cioè nell’antica Grecia e con Cartesio molto più tardi si è affermato il paradigma della logica aristotelica, positiva, classificatoria, basata sul principio d’esclusione (se una cosa è un A, allora non può essere un non-A) e su una causalità lineare universale: tutti gli eventi procedono in una catena ininterrotta, con A che causa B, B che a sua volta causa C e così via.

Questo modo di concepire il mondo ci ha dato innumerevoli vantaggi ed è tuttora alla base di gran parte del pensiero scientifico occidentale. Peccato, però, che i problemi psicologici non si presentino affatto in maniera lineare ma siano anzi intrecciati in modo spesso paradossale e contraddittorio.

Tutti abbiamo provato la frustrazione di voler lasciare qualcuno, ma di non riuscire a farlo. Sappiamo che non è la persona adatta a noi, che tanto ci dà e tanto ci toglie, vorremmo rompere ma sentiamo di essere troppo legati da non essere in grado di lasciarla.

Il lavoro dello psicoterapeuta consiste proprio nell’aiutare la persona a uscire dall’impasse, a sbloccarsi e riallineare ciò che sente con ciò che vuole e pensa. In questo consiste, in breve, la psicoterapia.

Da Gödel in poi, grazie ai suoi teoremi d’incompletezza, abbiamo la prova matematica che cambiamenti di una certa entità in qualunque sistema sono difficilissimi da ottenere dall’interno (nei sistemi logico-matematici è infatti impossibile).
È per questo che a volte si dice: “Prova a guardarti con più obiettività”, quasi invitando a uscire da se stessi e osservarsi dall’esterno.

Dice Lao-Tse: “La vita è una spada che ferisce, ma che non può ferire se stessa”.

È per questo che un aiuto esterno può far risparmiare tempo: perché l’occhio non può osservare se stesso, direttamente. Però, certo, anche l’orgoglio e l’ego vogliono la loro parte. Vuoi mettere la soddisfazione di poter dire: “Ho sofferto come un cane, però almeno ho provato a farcela da solo”?

MITO n. 5: “Quindi (vedi mito n. 4) ora vado su internet e mi faccio dare un consiglio, così risolverò i miei problemi”

Una delle conseguenze più probabili dell’essere caduti nella trappola costituita dai miti n. 4 e n. 5 è il sovraccarico d’informazioni a cui iniziamo a sottoporci. Di nuovo la logica lineare: se sapere è potere, allora mi riempio la testa di nozioni, così più saprò e più sarà probabile che riesca a risolvere il problema. Oggi questo tipo di comportamento ha un nome ed è diventato addirittura un disturbo a se stante: si chiama information overloading, ovvero sovraccarico d’informazioni.

Attraverso la rete internet è possibile accedere a qualunque tipo d’informazione e il rischio d’eccesso è sempre presente. Se non si è già esperti in ciò che si cerca, si rischia di non riuscire a filtrare le buone informazioni da quelle inutili o dannose, e di formarsi delle convinzioni erronee. Si ha così il paradosso che internet, creata per essere lo strumento democratico d’informazione per eccellenza, nelle mani dello sprovveduto può fare più danni che altro. Perché, come ha detto qualcuno: “Cercare informazioni in internet è come cercare di abbeverarsi all’idrante dei pompieri”.

Ma non serve internet per infilarsi da soli nella trappola: qualunque altra fonte d’informazione va benissimo: la televisione, i giornali, ma anche il gruppo di persone afflitte dallo stesso problema. Uno dei fatti della vita è che la qualità di qualunque cosa non si trova ovunque, ma solo in ambiti delimitati e circostanziati.

Lo schema della trappola è questo: si parte con la domanda che ci assilla, ma trovata la risposta si aprono altre questioni, nuove domande che chiedono di essere soddisfatte, e ciò produce un’esplosione che per alcuni è insostenibile. Ecco allora che ci si trova invischiati prima di rendersene conto: si passano giornate e notti intere a cercare, cercare, cercare, ogni volta insoddisfatti di ciò che si è trovato, ma sempre più convinti che esista da qualche parte il Sacro Graal, quel piccolo, prezioso pezzetto di conoscenza che potrà risolvere d’incanto tutto. Se solo riuscissimo a trovarlo.

Per quanto questa spiegazione possa suonare frustrante per l’internauta accanito, non esistono metodi né tecniche in grado di essere insegnati o trasmessi via internet che abbiano un'efficacia psicoterapeutica comprovata.

La relazione terapeutica, per quanto breve e per quanto si possa cercare di limitarne la durata, è indispensabile affinché qualunque tecnica sia efficace. Quindi, quando la sofferenza supera la soglia di sopportazione individuale e non si è riusciti da soli a risolvere il problema, è opportuno cercare un aiuto specialistico di persona. Ma naturalmente non potete farlo, per le ragioni sopra spiegate.

MITO n. 6: “Delle buone chiacchiere con un amico sono la stessa cosa, quindi perché spendere soldi per una psicoterapia?”

Ovviamente. “Un buon amico costa meno della terapia” dice un anonimo, quindi perché dare soldi agli psicologi?

Molti problemi personali o relazionali, così come tante malattie, tendono a guarire da soli. L’essere umano è un organismo complesso, progettato dalla natura per essere relativamente autosufficiente. Quindi è naturale che sappia far fronte da sé a molte situazioni che ne perturbano l’equilibrio. Ma questo non sempre è possibile. A volte capita che non si riesca a farlo, eppure che ci si ostini a tutti i costi a non voler guardare oltre la punta del proprio naso. Quando si sta davvero male, il vero segno di forza e intelligenza consiste nel chiedere aiuto, non nel continuare a soffrire stoicamente. Ma naturalmente ognuno deve sentirsi libero di scegliersi la propria pena: se tenersi il fastidio del disturbo, oppure andare incontro al fastidio di chiedere aiuto.

“Bene, ma tanto lo psicoterapeuta lavora solo con la parole, quindi se si tratta solo di parlare posso farlo anche con un amica. Oppure al limite con mia madre, e non mi costerà niente.”

Certo, questo sarebbe vero se chiunque fosse in grado di usare le parole e la comunicazione allo stesso modo del terapeuta. Ma il fatto è che il colloquio terapeutico ha poco in comune con le comuni conversazioni di tutti i giorni. A parte la lingua, che è sempre la stessa.

Le parole sono pallottole” diceva il filosofo Wittgenstein, e il terapeuta le dirige non verso la persona, ma verso il problema che la sta affliggendo.

MITO n. 7: “Lo psicologo potrà anche sapere il fatto suo, ma la manipolazione è sbagliata”

Il mito della spontaneità è anch’esso indistruttibile e inossidabile come l’eternità. Sostenere che influenzare sia “sbagliato” perché violerebbe la spontaneità dell’altro, presuppone che sarebbe possibile evitarlo. Ovvero che esisterebbero davvero situazioni nelle quali due persone in grado di comunicare fra loro possano volontariamente evitare di influenzarsi a vicenda. Che il rossetto che uso, la macchina che compro, l’appartenere a un certo gruppo sociale piuttosto che un altro o l’accettare di ricoprire una certa carica non abbia alcuna influenza su quanti vengono in contatto con me. Che quando comunico con mia moglie, la fidanzata, il capoufficio o i miei figli non faccia mai niente per influenzarli, rispettando sempre scrupolosamente la loro “spontaneità”.

Ed è chiaro che ciò non è vero. La differenza è solo fra giocare sapendo di giocare, oppure giocare facendo finta di non giocare. L’essenza di questo mito coincide con la credenza che comunicazione e influenzamento siano cose distinte: sono invece facce della stessa medaglia e dove c’è una non può non esserci anche l’altra.

Ma se le cose stanno davvero così, l’unica alternativa sensata è prenderne atto, riconoscere che l’influenzamento esiste ovunque e imparare a utilizzarlo con criterio, nel migliore interesse della persona che ci chiede aiuto. Questo è appunto ciò che fa ogni giorno lo psicoterapeuta e specificamente lo psicoterapeuta a indirizzo strategico.

La pretesa della spontaneità, così come la richiesta: “Sii spontaneo” è non solo impossibile, ma paradossale, perché quando qualcosa è richiesto non può più essere spontaneo. Il ragazzo che riceve dalla fidanzata la lamentela: “Tu non mi regali mai dei fiori” si verrà a trovare di fronte a un dilemma irrisolvibile: se glieli regalasse non sarebbero apprezzati, perché sarebbe stata lei a chiederli, ma d’altra parte non farlo sarebbe la conferma che, effettivamente, lui non le regala mai dei fiori. Un cattivo fidanzato in ogni caso.

Insidie comunicative come queste sono comunissime e stanno alla base non solo di tante incomprensioni, ma proprio dell’insorgenza di veri e propri problemi personali e relazionali. Persino quando comunichiamo con noi stessi siamo esposti a trappole del genere, che ci complicano la vita. Lo psicoterapeuta efficace deve perciò essere un maestro nell’uso delle parole, ed ecco anche perché (vedi mito n. 6) la chiacchierata con l’amico o il genitore non possono avere la stessa efficacia: perché a meno che non siano stati essi stessi degli abili comunicatori e psicoterapeuti, non possono disporre della necessaria competenza.

E quindi non possiamo non essere d’accordo con Seth Godin, quando più modestamente e onestamente sostiene che: “L’autenticità consiste nel fare ciò che si promette, non nell’essere come si è.”

MITO n. 8: “Nessuno psicologo potrebbe mai riuscire a entrare nei miei processi mentali, così complicati, né potrebbe mai capire che cosa sto passando veramente”

Bene, ma questa è una certezza derivante dall’essere stati già da molti terapeuti e aver fatto fallire tutte le terapie, oppure è solo una convinzione da verificare? Perché se la risposta è la seconda, uno potrebbe sempre togliersi la soddisfazione di andare verificare di persona. Ma certo, così rischierebbe di sbagliarsi. E questo creerebbe un altro problema.

Così come non si può non influenzare, allo stesso modo non si può non comunicare. Semplicemente trovandosi di fronte a una persona e comunicando con lei, lo psicologo può  capire molte cose. Dopotutto, fa parte del suo lavoro. È chiaro che non è un indovino e non potrà mai sapere i fatti privati della vita del paziente, a meno che non gli vengano riferiti, ma questo non è necessario. Si presuppone che una persona si rechi da un terapeuta perché ha un problema specifico da risolvere, e quindi sarà sufficiente che comunichi solo quanto basta, aiutato da alcune domande che lo specialista gli rivolgerà.

Ogni terapeuta si basa sul tipo di formazione che ha ricevuto, e quindi possono esserci differenze nel modo di condurre i colloqui, anche notevoli, ma in linea di massima si tende a parlare solo dello stretto necessario. E più spesso che no, ciò di cui serve parlare non è ciò che crede il paziente, ma altro.

MITO n. 9: “Non vado dallo psicologo perché temo di diventare dipendente dal suo supporto morale”

È giusto. A volte si crede di parlare di psicoterapia, ma in realtà ci si sta riferendo a ciò che propriamente si chiama sostegno. Nei colloqui di sostegno lo psicologo adotta una posizione meno attiva, meno interveniente e più di supporto. Si sceglie questa via d’accordo con il paziente quando una psicoterapia non è praticabile, a causa di motivi di vario genere. In questi casi non c’è un problema definito da risolvere, quanto piuttosto la richiesta di essere ascoltati da un professionista che, eventualmente, ci sappia orientare e sostenere in qualche area particolare. Potremmo dire che il sostegno è meno simile a un intervento e più simile a una consulenza.

Deve quindi essere chiaro fin dall’inizio che cosa si sta facendo e il paziente ha il diritto di esserne informato. Se ciò su cui ci si accorda è una psicoterapia, si dovrebbe formulare all’inizio il cosiddetto contratto terapeutico, nel quale siano previsti l’obiettivo terapeutico, quando sarà giunta la fine del percorso, e un numero limite di sedute nel quale si dovrà riuscirci.

È però necessario un chiarimento. Come già detto, ogni terapeuta si basa sul particolare orientamento nel quale si è formato, e a orientamenti diversi corrispondono modi diversi di condurre la terapia. Alcuni terapeuti tendono effettivamente a formare un legame più intenso con il paziente, per svincolarsi dal quale può essere necessario più tempo. Ma anche qui, è tutto alla luce del sole e il paziente può decidere in ogni momento se e come interrompere il trattamento.

Nel caso degli approcci brevi e attivi, come quello strategico, si tende invece a premiare l’efficienza, e a fare solo lo stretto necessario per risolvere il problema portato dal paziente, puntando a renderlo autonomo e autosufficiente nel minor tempo possibile. Se poi saranno necessari altri colloqui di approfondimento, questi potranno naturalmente essere concordati in seguito.

MITO n. 10: “Non vado dallo psicologo perché la terapia durerà anni e mi costerà on occhio della testa”

Si può pensare che iniziare una psicoterapiasia necessariamente un impegno che durerà anni e anni, e questo potrebbe scoraggiare chi avrebbe bisogno di una cura e magari farlo rinunciare, per paura di non potersela permettere. Un tempo era così e i percorsi terapeutici duravano tutti molto a lungo. Si pensava che fosse necessario vedere i pazienti anche due o tre volte la settimana, per anni, affinché la terapia fosse efficace.

Oggi invece si è capito che questo non è vero, e gli orientamenti psicoterapeutici moderni sono in genere brevi, attivi e poggiano su criteri non solo di efficacia, ma di efficienza. In altre parole non cercano solo di incidere sul problema, ma di farlo nel minor tempo possibile e con il minor dispendio di risorse possibile. Ad esempio l’approccio breve strategicoriesce a risolvere molti comuni problemi in poco tempo, spesso in un arco compreso entro le dieci sedute. La frequenza può andare da una seduta ogni due o tre settimane fino a mesi d’intervallo, a seconda dei progressi riportati.

MITO n. 11: “La psicoterapia non è una scienza esatta, quindi non può far niente per aiutarmi”

A parte la matematica e la logica, che sono discipline puramente teoriche, non esistono scienze esatte. Ogni disciplina scientifica applicata, e a maggior ragione le scienze della natura e dell’uomo, ha un margine d’incertezza che non può essere eliminato.

Tuttavia sono i risultati della ricerca a parlare. Negli ultimi 40 anni sono stati condotti innumerevoli indagini e accertamenti, che hanno stabilito che la psicoterapia funziona. Anzi, persino considerando la psicoterapia nel suo complesso, ovvero senza nemmeno distinguere gli approcci più efficienti o i terapeuti più c apaci, le persone che cercano aiuto psicoterapeutico per i loro problemi stanno meglio dell’80% di coloro che non lo fanno e che i cambiamenti ottenuti sono durevoli.

Il decidere di farlo, tuttavia, è un’altra cosa.


Bibliografia

  • Lambert M J, Vermeersch D A, 2002. Effectiveness of Psychotherapy. In Elsevier Encyclopedia of Psychotherapy, 709-714, Elsevier Science, USA.
  • Nardone G, 1990. L'arte del cambiamento. Ponte alle Grazie, Firenze.
  • Watzlawick P, Weakland J H, Fisch R, 1974. Change : la formazione e la soluzione dei problemi. Astrolabio, Roma.