La violenza di genere nella coppia, i modi in cui si esprime, i meccanismi che la sostengono, aiuti e risorse a disposizione della donna per allontanarsi dal rapporto violento

Premesse

Sono sempre più frequenti le notizie che ci pervengono dalla cronaca sull’uccisione di donne da parte di partner o ex partner. Fatti tragici, ma solo la punta di un iceberg di un fenomeno allarmante e ben più ampio e variegato, quello della violenza di genere nella coppia che si declina in vari modi pur sempre dolorosi .

Un quadro delle sue proporzioni ci può venire da un'indagine Istat nella quale si rileva oltretutto che solo una minoranza delle donne colpite chiede aiuto o denuncia.*

Un problema che meriterebbe maggiore attenzione e impegno a livello istituzionale per essere opportunamente contrastato. Occorrerebbero interventi in più ambiti volti alla prevenzione, al cambiamento delle condizioni sociali e culturali che lo sostengono, alla cura: maggiore informazione, educazione e sensibilizzazione sul tema della violenza, precisi interventi legislativi, attenzione alla salute della famiglia e degli individui, nonché alla cura e tutela delle donne maltrattate.

Ma in che modi si esprime la violenza di genere nella coppia e quali i meccanismi che impedirebbero alla donna di allontanarsi dal rapporto malato come spesso succede? Quali possibilità le si offrono concretamente per poterne uscire?

 

I diversi volti della violenza

La violenza sulla partner può essere:

  • fisica: ogni azione violenta, aggressione, finalizzata a ledere la vittima o a terrorizzarla come ad esempio schiaffi, pugni, calci, percosse, spinte, minacce con armi
  • psicologica: intimidazioni, privazione della libertà, isolamento sociale, dai rapporti familiari, svilimento morale, accuse ingiustificate, controllo economico
  • sessuale : costrizione ad atti o pratiche sessuali non volute che arrechino dolore o sofferenza psichica

Considerare solo la violenza fisica o separarla da quella psicologica –più difficilmente dimostrabile- è dunque riduttivo, poiché la prima non solo lascia segni visibili e spesso ripercussioni sulla salute della donna, ma anche ferite nell’anima e nella psiche, così come la seconda può comportare, oltre a queste, conseguenze di tipo fisico.

La violenza di genere nella coppia si nutre di dinamiche di comunicazione perverse, volte al controllo e alla sottomissione della donna ed è in un rapporto presumibilmente squilibrato e patologico che troverebbe terreno fertile per alimentarsi.

Non mi addentrerò qui nelle varie ed eventuali problematiche psichiche individuali che potrebbero essere a monte di tali rapporti, lo scopo di questo articolo è quello di mettere l’accento su quanto può accadere in questo genere di situazioni e come farvi fronte.

 

Le dinamiche del rapporto violento: dipendenza dal partner e codipendenza

Come mai le donne spesso non riescono a sottrarsi al partner maltrattante e si trattengono in un rapporto tossico, andando incontro a gravi conseguenze sulla propria salute psichica e fisica? Come mai solo pochissime chiedono aiuto o denunciano?

Le dinamiche che connotano una relazione di questo tipo sono ben illustrate da E. Walker nella sua teoria sul ciclo della violenza articolato in tre fasi.

Nella prima fase, di tensione crescente, la violenza è psicologica. Bersagliata da critiche ingiustificate, squalifiche, accuse, la donna comincia a perdere fiducia in sé, si sente in colpa e cerca di accontentare e placare il partner, rinforzandone i comportamenti.

 Nella seconda fase scoppia la violenza con l’aggressione fisica. Sorpresa e impaurita, la donna sa che più sta buona e asseconda il partner meno rischia. Senso di colpa, impotenza, paura e stato di vigilanza aumentano.

Nella terza fase il partner sembra ravvedersi e far sperare in un cambiamento. La vittima è purtroppo disponibile nel dargli un’opportunità e resta nel rapporto sperando di controllarlo e cambiarlo. Ma la trasformazione immaginata non avviene e il ciclo torna a ripetersi daccapo, perfino in modo peggiore, grazie anche alla mistificazione della violenza da parte dell’uomo, confusiva per la donna .

Secondo P. Serra tra vittima e carnefice si può instaurare una co-dipendenza. La donna continuamente incolpata cercherebbe una riabilitazione dalle sua posizione di imputata che nessuno come il partner le può dare proprio quando si pente e, soprattutto se minacciato di essere lasciato, quando le implora di restare, mostrandosi a sua volta dipendente da lei.

Una gratificazione per la vittima che genererebbe dipendenza dal compagno per uscire dalla frustrazione. Negando la propria debolezza la donna maltrattata resta illudendosi di poter controllare il rapporto. Non sa però che in questo modo non fa altro che confermare al partner, a sua volta riabilitato dalla sua concessione, il ruolo di potere nei propri confronti.

 I vissuti della donna che permane in una situazione in cui subisce violenza sono quelli di un progressivo svuotamento interiore, una perdita di fiducia nelle sue capacità, la sensazione di non valere niente e che si meriti quello che le accade. La percezione di se stessa come impotente, inadeguata, colpevole fa in modo che si indebolisca sempre più e resti invischiata nella relazione perversa, scivolando così in una spirale senza fine.

Del resto la stessa Walker attraverso uno studio su casi reali partendo dagli studi di Seligman sulla “Learned Helplessness”**, sostiene che quando le violenze sono ripetute nel tempo, incontrollabili e ogni tentativo di cambiamento inutile, la donna è sempre più fiaccata fino ad arrivare a perdere ogni capacità e speranza di risolvere il problema e uscire dalla relazione.

 

Fattori di rischio e di protezione

L’isolamento sociale, la carenza di supporti, l’autostima carente, il crescente senso di debolezza, eventuali fragilità personali e altre importanti variabili come la mancanza di un lavoro e di autonomia economica, il problema abitativo, la presenza di figli, concorrono ad ostacolare la donna nell’abbandonare la relazione.

Viceversa, autonomia economica, buona autostima, rete sociale e parentale di appoggio, possono essere fattori protettivi e facilitanti, anche se comunque non sempre sufficienti, per liberarsi dal rapporto tossico seppur con sforzo e fatica.

Purtroppo anche quando la donna riesce a separarsi o a mettere distanze dal suo carnefice, non è detto che riesca sempre ad affrancarsene. Questi, patologicamente dipendente, può non essere disposto a rinunciare, ad accettare la fine del rapporto. Possono dunque scattare agiti persecutori ingravescenti e anche violenti. E’ qui che con maggiore frequenza riscontriamo infatti i casi con i risvolti più tragici.

In ogni caso per la vittima resta dunque davvero auspicabile se non necessario ricorrere ad un aiuto competente per riuscire a distaccarsi dalla relazione. Supporto psicologico per elaborare e superare disagi, traumi, ogni conseguenza psicologica connessa ai suoi vissuti, ma anche interventi a carattere legale e pratico, spesso anche logistico, ad esempio un luogo protetto dove abitare sconosciuto al partner .

In un percorso per allontanarsi da una relazione violenta, la donna dovrebbe capire prima di tutto che la violenza non è mai giustificabile. Ciò che la potrebbe indurre a restare sarebbe anche il pensare al partner come una persona sofferente e bisognosa del suo aiuto per potersi salvare.

 

Cosa fare

La violenza andrebbe spezzata dalla donna già al suo primo manifestarsi proprio per evitare conseguenze peggiori. Sarebbe dunque opportuno in questi casi che non perdesse tempo e prendesse provvedimenti chiedendo aiuto e denunciando le violenze subite.

Ciò che purtroppo spesso accade è il contrario e anche quando ricorre a cure mediche inventa scuse : “sono scivolata, sono caduta" parrebbe la più frequente.

Confusa e disorientata, non denuncia il partner anche per paura di ritorsioni e per non causargli guai con la giustizia. Se poi è il padre dei suoi figli gli scrupoli aumentano, ma un clima familiare altamente conflittuale nel quale per di più i minori sono spettatori della violenza li espone a serio rischio psicopatologico.

Sul territorio nazionale esiste una rete di centri antiviolenza in grado di offrire assistenza sotto il profilo psicologico, legale, abitativo alla donna vittima di violenza per aiutarla ad uscire dal rapporto e ricostruire la propria vita.

 

A chi rivolgersi

 

BIBLIOGRAFIA

  • C.a.do.m. “Rompere il silenzio” , 2005.
  • Hirigoyen, M.F. “Sottomesse: La violenza sulle donne nella coppia” , 2006
  • Romito, P. “Un silenzio assordante: la violenza occultata su donne e minori” , 2005
  • Walker,L. E. “The Battered Woman”, 1979
  • Walker L.E. “Battered women and learned helplessness” in Victimology , 1977
  • Andolfi, m. “La crisi della coppia”, 1999
  • Seligman, M. Helplessness “On Depression, Development and Death” , 1975
  • Internet: http://www.casadonne.it/cms/index.php?option=com_content&task=view&id=172&Itemid=65casa delle donne

 

Note:

* http://www.istat.it/it/archivio/34552 

** "Impotenza appresa"