Il sintomo in medicina è un fenomeno con cui si può manifestare una malattia, può essere uno stato ansioso o depressivo, un attacco di panico o un disturbo psicosomatico. Descriveremo la sintomatologia, nella sofferenza psicologica, come una forma di comunicazione.

Credo sia proprio in questo scarto tra amore e desiderio non soddisfatto, capace di generare dolore mentale, che si gioca gran parte del destino mentale dell’uomo”. Mancia (2010)

Il sintomo in medicina è un fenomeno con cui si può manifestare una malattia, può essere uno stato ansioso o depressivo, un attacco di panico o un disturbo psicosomatico. Descriveremo la sintomatologia, nella sofferenza psicologica, come una forma di comunicazione: fatta di comportamenti, di espressioni fisiche e/o mentali che trasmettono simbolicamente un disagio psichico. Il sintomo come il risultato di un ingranaggio che perde il suo posto ed uscendo segnala una rottura su cui lo psicologo, lo psicoterapeuta deve soffermarsi.

Vedremo i sintomi come “forme uniche di comunicazione” che hanno lo scopo di allontanare il soggetto da un’angoscia profonda e di mantenere una forma di sofferenza ancora “sostenibile” evitando così emozioni troppo intense da digerire: “si è di fronte a delle proto-emozioni (o spesso a una proto-sensorialità) che non possono essere trasformate e dunque rese pensabili ed emotivamente vivibili e da cui ci si difende prendendone le distanze e arroccandosi a molta distanza da esse.” Ferro (2007).

Ci soffermeremo dunque su quei sintomi che possiamo ritrovare in coloro che devono proteggere una fragilità, un aspetto del proprio Io che possiamo descrivere come “l’Io deriso”: un senso profondo di svalutazione, di vuoto e insicurezza, un senso di frustrazione e inadeguatezza che soggiorna in una dimensione dell’essere, con il “compito di compensare una mancanza affettiva e di far fronte ai sentimenti di impotenza, esclusione e solitudine, inadeguatezza e incapacità di affrontare la realtà e il mondo” (Mancia, 2010).

Allora parleremo di quei comportamenti, quelle rigidità che posizionano su un vertice lontano dalla sofferenza, o di quei comportamenti che illuminano il soggetto rendendolo visibile e oscurando aspetti emotivi difficilmente tollerabili, o ancora quelle azioni che mettono una distanza da un profondo senso d’angoscia. Spesso questi comportamenti (azioni e/o pensieri) si sovrappongo nello stesso soggetto con la finalità di allontanare sentimenti di profonda e intollerabile umiliazione minacciando con lo spetro della depressione e facendo stazionare il soggetto in una “rappresentazione artificiale del Sé”.

il sintomo come:

“Il posizionarsi sull’opposto”

Come si comporta la mente quando deve affrontare una verità scomoda, una verità non pensata che ha che fare con emozioni troppo intense per essere contenute. Una modalità che la mente può mettere in atto per non sentire, o meglio sentire da molto, troppo lontano, è posizionarsi “sul contrario”. In reciproco contrasto, l’opposto che tende a ridurre la sofferenza della verità. Allora parliamo di Jenny che si descrive come una donna forte che non sopporta la debolezza, che ama gli sport pericolosi, una donna che fa tutto il possibile per non sentire la paura, il suo senso di fallimento, d’inadeguatezza, d’impotenza ossia il suo opposto. Sensazioni che arrivano da lontano ma che ancora oggi l’invadono con attacchi d’ira davanti ai soggetti deboli che rinunciano al posto di lottare e attacchi d’ansia al solo pensiero di fallire nel lavoro o nella relazione con il suo compagno. Jenny deve rimanere lontana da tutto ciò che l’avvicina ad una verità scomoda, fatta di una sofferenza che lascia senza fiato e deve posizionarsi sul suo opposto nella ricerca di tutto ciò che confermi il suo contrario. Alla ricerca estenuate di risultati che possano disconfermare la sua verità, rilegando in secondo piano aspetti importanti della sua vita come le relazioni. L’aspetto centrale del movimento o “motore narcisistico” diventa raggiungere la vetta per poter vedere dall’alto il senso opprimente di inadeguatezza e di svalutazione del proprio Sé, per non sentire la paura profonda che non sopporta negli altri. Oppure Lucio, una carriera scolastica con lode, una buona posizione lavorativa, ma anche il timore profondo di essere scoperto, di perdere la “sua posizione contraria”. Ad aiutarlo a mantenere la sua posizione opposta alla verità è il controllo ossessivo, un sintomo che deve impedire di perdere ciò che si è faticosamente conquistato ovvero la distanza da una svalutazione profonda del Sé. Per mantenere questo equilibrio patologico la mente di Lucio dovrà controllare ogni foglietto, ogni file, ogni minimo segno che possa far scoprire questa profonda verità. A rappresentare bene la scissione nella mente di Lucio è il sogno della palestra: “entrando negli spogliatoi della palestra incontro un ragazzo fisicamente perfetto, penso che mi assomigli che pure io avrò quello stesso fisico; mi sento molto bene, mi sento pieno e soddisfatto. Prima di immergermi nella mia ora di esercizio vado in bagno e aprendo la porta mi trovo davanti a me stesso, urlo dal dolore, mi vedo completamente deformato, mi sveglio dal terrore”. Ci vorrà tempo e due menti al lavoro perché Lucio riesca ad avvicinarsi prima, e poi a contenere quelle emozioni devastanti che hanno a che fare con la sua storia e suoi vissuti. Una verità allontanata che Lucio ha imparato con il tempo a vedere e a contenere rendendo i sintomi ossessivi non più necessari per la sua mente.

“La richiesta d’attenzione”

I sintomi possono essere utilizzati come razzi segnalatori, segnalano la presenza dal soggetto al posto di una vera soggettività “che non è stata riconosciuta – e ora non è riconosciuta”, che ha fortemente bisogno di una conferma esterna per far funzionare una struttura che sembra esistere solo se è vista dall’altro e mancante di un sufficiente riconoscimento interno. “La segnalazione rivendicativa e risentita del proprio corpo (o mente); una manovra per orientare lo sguardo dell’altro, un modo-choc di tornare a essere visibile…” (Civitarese, 2011). Abbiamo Marco un ragazzo di 16 anni che nella fase adolescenziale sente di perdere la sua impalcatura di figlio perfetto, quello intelligente, quello visto per la sua diversità rispetto ai pari della stessa età “io leggevo libri di letteratura già da piccolo”; “non mi sono mai interessati i discorsi dei miei coetanei… …hanno sempre fatto i complimenti ai miei genitori per la mia intelligenza”. Ai primi sussulti dell’adolescenza e ad un confronto con il mondo degli adulti e con i pari non più vincente, Marco si trova senza quel riconoscimento del “ragazzo capace” che gli aveva creato una maschera stretta ma che gli permetteva di allontanare il vuoto del non essere visto. Marco per non crollare ha bisogno di qualsiasi strumento segnalatore che possa farlo risentire sotto i riflettori, allontanando il vuoto, di un’immagine buia, dei propri limiti non ancora riconosciuti e sinonimo di: abbandono, fratelli preferiti e isolamento. Allora il sintomo diventa esplosivo, uno scoppio fatto di immagini di lesioni al proprio corpo che richiamano l’attenzione di più psicoterapeuti, neuropsichiatri, insegnati e dirigenti scolastici. Dove la maschera narcisistica del “ragazzo capace” viene sostituita dalla maschera del “malato/depresso/poeta maledetto” con lo stesso scopo di sentirsi diverso dagli altri, speciale, riconosciuto, allontanando il senso di vuoto e le emozioni annesse ancora troppo pericolose per una struttura così fragile, dove il bisogno di essere sotto i riflettori rimane l’unico modo che Marco riconosce come atto d’amore.

“La distanza”

La distanza come lontananza psichica, un posto ideale, un lavoro che coinvolge e non fa pensare, allontanando una verità scomoda come nel personaggio di Tolstoy, Aleksej Aleksàndrovič nel romanzo Anna Kerenina. Così descritto: “aveva vissuto e aveva lavorato per tutta la sua vita nella sfera della burocrazia che ha a che fare solo con dei riflessi della vita e, ogni volta che gli capitava di scontrarsi con la vita, se ne ritraeva. Adesso egli provava un sentimento simile a quello di un uomo che, mentre attraversa tranquillamente un ponte teso su un abisso, si accorge improvvisamente che il ponte è crollato e che sotto di lui si spalanca il precipizio. Il precipizio era la vita stessa e il ponte quella vita artificiale che Aleksej Aleksàndrovič aveva sempre vissuto”. Il Ponte è ciò che protegge dal precipizio, che fa sentire lontano il buio della voragine, sentimenti che appartengono ad una verità che fa male, quella che Tolstoy chiama “vita”. Una vita che nel personaggio Aleksej Aleksàndrovič è messa a distanza, allontanando l’onere di affrontare scossoni emotivi dalle relazioni e dagli aspetti interni, mantenendo il personaggio in uno stand-by di vita artificiale; la speranza che non ci siano scossoni in grado di far crollare il ponte, riducendo così la distanza da una verità, che nonostante porti i semi della crescita e della creatività, porta con sé la cruda realtà. La ricerca di una distanza come migliaia di km che allontanano il soggetto da un posto reale verso un ideale compensatorio. Come per Luisa di origini Canadesi (a pochi mesi di vita trasferitasi con i genitori italiani a Milano) che utilizza la nazione di nascita come un approdo ideale da un mare insidioso e angoscioso. Il Canada diventa il contenitore dove tutto è possibile, facile, senza limiti, dove non esistono frustrazioni e dove poter sempre fuggire da un mare emotivo in tempesta ossia la realtà ultima, fatta di profonde frustrazioni e senso di impotenza, dove è stato necessario costruire un contenitore adeguato per poter digerire emozioni molto intese caratterizzanti la storia di vita di Luisa.

Questi sintomi, meccanismi nevrotici, hanno la finalità di irrigidire (posizionare), spostare l’attenzione su altro (attirare l’attenzione), allontanare (mettere una distanza) da una realtà profonda per ora inaccettabile. Il paziente “può scegliere” tra evadere la consapevolezza dell’esperienza emotiva dolorosa o accettare la sua verità rendendosi disponibile all’incontro emotivo (Bion, 1962). Come descrive Mancia (2010), i soggetti sono sensibili agli affetti, sono le forze che fanno muovere, l’amore, la tenerezza, la tolleranza, la disponibilità dei genitori; ma altrettanto tragicamente sensibili alle frustrazioni e alle delusioni che inevitabilmente la realtà oggettiva offre. Sarà quello che Mancia (2010) indica come: “equipaggiamento emotivo del bambino” che insieme all’aiuto che sapranno offrirgli i genitori, gli permetterà di trasformare le frustrazioni e crescere emotivamente e mentalmente. Ma se le condizioni genetiche e ambientali saranno sfavorevoli, esse favoriranno modalità difensive tese a evitare frustrazioni e sofferenza mentale con il risultato della perdita della propria identità e la formazione di un falso Sé.

 

 

Bibliografia

  • Bion, W.R. Apprendere dall’esperienza. Tr. It. Armando, Roma 1972.
  • Civitarese, G. (2011) La violenza delle emozioni. Raffaello Cortina.
  • Ferro, A. (2007) Evitare le emozioni, vivere le emozioni. Raffaello Cortina.
  • Mancia, M. (2010) Narcisismo, Il presente deformato dallo specchio. Bollati Boringhieri.

Sitografia

http://www.migliorepsicologia.com/blog/april-13th-2015