Non sempre è semplice convincere qualcuno a farsi visitare o a prendersi cura della propria salute, e nel caso di problemi psichiatrici o psicologici questa difficoltà è più accentuata.

Spesso ci scrivono persone preoccupate per i segni di disagio manifestati da un parente, dal fidanzato, da un amico. Vorrebbero accompagnarli a una visita psicologica o medico/psichiatrica, ma l’interessato non vuole saperne. E ci scrivono nella speranza di ottenere un consiglio su come riuscirci.

Il titolo di questo post è volutamente provocatorio. È ovvio che quando un nostro caro sta male, vorremmo fare di tutto per farlo tornare ad essere la persona che conoscevamo e alla quale abbiamo sempre voluto bene. Ci sarebbe da stupirsi se questo non avvenisse.

Tuttavia non sempre è semplice convincere qualcuno a farsi visitare o a prendersi cura della propria salute. Se lo fosse, sarebbe semplice anche convincerlo, poniamo, a smettere di fumare. Ma purtroppo così non è, e nel caso dei problemi legati a cause psichiatriche o psicologiche questa difficoltà è più accentuata.

Vediamo alcuni esempi

Se una persona è depressa, è probabile che rifiuti qualsiasi forma di aiuto, perché propria della depressione, specie in fase avanzata, è la perdita della voglia di prendersi cura di se stessi.

In molte forme d’ansia è invece la paura a interferire con le cure o addirittura con il semplice atto di uscire di casa. Nella depressione si tratta di rinuncia, mentre nell’ansia si tratta di paura.

Nella particolare forma d’ansia che va sotto il nome d’ipocondria, il rifiuto di recarsi dallo psicologo è invece da ricercarsi nello scetticismo di avere un problema psicologico. La persona è convinta d’avere un problema fisico, e a poco servono le montagne di esami clinici, tutti negativi, e i pareri dei medici che continuano a indicare nell’ansia la causa del problema.

Oppure prendiamo un problema ancor più tenace e ostico, come un delirio. Il delirio è per definizione una convinzione resistente che sfida qualsiasi tentativo di convincimento contrario, ragion per cui il tentativo di farsi visitare sarà vano innanzitutto perché il delirante non ritiene affatto di averne bisogno: sono gli altri che non capiscono o si sbagliano.

Nel caso dell’anoressia, invece, la condizione è vissuta come una missione, uno stile di vita, un’irrinunciabile necessità per raggiungere il proprio ideale di perfezione. Quindi anche qui nessuna cura appare necessaria alla paziente, ma anzi controproducente, perché guarendo perderebbe il controllo sul suo peso, ottenuto a prezzo di immani rinunce, quindi su se stessa e sul suo ambiente. Per inciso questo è il motivo per cui nella cura dell’anoressia e di altre condizioni patologiche è necessaria una vera e propria ricostruzione o costruzione ex novo di pezzi di vita dell’ammalato, per fare in modo che gli riesca più naturale trovare soddisfazione in altri modi, più funzionali.

Il parente spesso si colpevolizza per non riuscire ad aiutare l’altro, ma seppur comprensibile, non è una reazione adeguata. Le persone si ammalano e non è colpa di nessuno.

Ma allora, come si può rendersi utile?

A volte l’interessato non ha ancora toccato il fondo, ossia non è arrivato a stare così male tanto da vedersi forzato a cercare aiuto. Sebbene possa sembrare una considerazione poco delicata e un po’ cinica, sta di fatto che spesso le persone trovano delle maniere per compensare i loro disagi, e “reggere” ancora. Gli esseri umani hanno grande capacità di resistenza, e ciò è specialmente evidente durante le malattie.

In ogni caso la decisione più sicura è rivolgersi a un professionista per un parere, e lasciare che sia lui a parlare con l’interessato. Anche a domicilio se necessario. Abbastanza spesso si riesce a coinvolgere l’interessato in un trattamento, evitando in tal modo ai familiari di prendere decisioni inappropriate che potrebbero anche peggiorare la situazione. In ogni caso, lo specialista potrà sempre suggerirci i comportamenti e gli atteggiamenti più adatti da tenere nei confronti del nostro caro in difficoltà.