Per iniziare, adolescenza etĂ  di trasgressione o tentazione?
Un po’ l’una e un po’ l’altra, aggiungendo che entrambi i termini vanno letti con accezione positiva: ci si ribella alle istituzioni, alle regole genitoriali mossi da un impellente necessità di indipendenza e di ricerca di una propria identità.

Ci si lascia tentare o si trasgredisce  con lo scopo di esplorare i propri “mondi possibili” e alla fine di questo viaggio, fatto di travestimenti cangianti (abbigliamenti vari, piercing, tatuaggi) e di linguaggi  formati da simboli e frasi criptiche, si arriva alla meta, la raggiunta autonomia e la percezione di sé come essere adulto.

Ecco qui un’altra difficoltà, di fatto questo era il percorso fino a qualche generazione fa, per la mia, adolescente nei primi anni ’90, così è stato; oggi qualcosa è cambiato e allora la percezione di sé come adulto si trasforma in un condizionale non facilmente perseguibile e l’unica vera trasgressione sta proprio in questo empasse.

Infatti lo scenario che questi giovani si trovano davanti è il più delle volte costituito da adulti che fanno fatica a non rimandare un immagine desolante in termini di riferimenti morali, di legalità, di cittadinanza e di modelli di adultità.

Quale “essere adulto” è conquistabile, progettabile, in una situazione nella quale i genitori quarantenni e oltre ancora faticano a trovare spazi e responsabilità nella società?

La speranza in un futuro migliore ha costituito in passato per molti giovani la motivazione piĂą forte ad andare avanti e a superare le inevitabili difficoltĂ  di chi si apre alla vita adulta e cerca un adeguato inserimento nel mondo del lavoro.

Oggi, invece, i giovani guardano al futuro con scarsa fiducia, sapendo che li attende un lavoro precario e discontinuo, “modellato” interamente sui criteri alienanti della competizione, sulle rigide esigenze del mercato e  di certo non su quelle del lavoratore.
Per un giovane dei nostri giorni acquisire un elevato titolo di studio non costituisce piĂą la garanzia di un immediato inserimento lavorativo o di una stabile identitĂ  professionale.

Il lavoro, come il futuro, è divenuto “inaffidabile”. E alllora come non  concordare con il filosofo Umberto Galimberti, quando dice che i giovani, anche se non lo sanno, stanno male e non per le crisi esistenziali ma perché tra di loro si aggira un ospite inquietante, il nichilismo, che “penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui”.

Venuta meno la promessa di un futuro, genitori e insegnanti non sono piĂą in grado di indicare la strada. La perdita di autoritĂ , il rapporto paritario, hanno lasciato i giovani soli di fronte alle loro pulsioni e alle loro ansie.
Allora la musica a tutto volume nelle orecchie diventa il mezzo per non sentire parole che promettono qualcosa che non può essere, un po’ di droga per anestetizzare il dolore o per provare una qualche emozione, tanta solitudine che si manifesta in un individualismo esasperato, animato dalla convinzione della caducità delle relazioni affettive e dalla persuasione che ci si può salvare solo da soli, ancorandosi all’unico valore, rimasto in auge nella nostra cultura, il danaro.

Questa volta il disagio, abbracciando nuovamente la tesi di Galimberti, non è del singolo, non è quindi di natura psicologica, ma culturale. I giovani sono solo le vittime di una diffusa mancanza di prospettive e di progetti, il loro malessere piuttosto che causa, è la conseguenza di un’implosione culturale, di cui forse sarebbe bene iniziare ad assumersi una qualche responsabilità, tornando a prospettare ai giovani il futuro come speranza e non come sfiducia.