L’ansia è un’emozione che rappresenta un’esperienza che tutti noi facciamo comunemente: nel corso della nostra vita abbiamo imparato che questa può essere percepita come piacevole (ed es. quando si ha un appuntamento con la persona amata) o come spiacevole (ad es. prima di sostenere un esame) a seconda delle circostanze (per un approfondimento sull’ansia vedi l’articolo http://www.medicitalia.it/02it/notizia.asp?idpost=42293)

Quando l’ansia è negativa somiglia molto alla paura al punto da poter essere considerate due facce della stessa medaglia, infatti sono diversi gli aspetti che le due emozioni hanno in comune:

  • la tipologia di "attivazione fisiologica" (tachicardia, aumento della frequenza respiratoria, dilatazione delle pupille, sudorazione, ecc.)
  • la spiacevolezza
  • il comportamento che ne consegue, che la maggior parte delle volte è disorganizzato e teso alla fuga, cioè all’allontanamento da ciò che temiamo.

L’ansia e la paura sono due emozioni che i bambini manifestano abbastanza frequentemente ma per gli adulti è sempre piuttosto difficile differenziare quando questi manifestino l’una o l’altra: spesso ognuno di noi tende ad interpretare in modo "adulto" l’emozione manifestata da un bimbo.

Infatti per noi è facile comprendere quale emozione esprima un bambino davanti ad un serpente ma quando deve andare a scuola o stare a dormire dai nonni ed osserviamo la stessa reazione è come se rimanessimo interdetti, il primo interrogativo è: "ma cosa c’è che lo terrorizza così tanto?" e ancora: "ma perché il mio bambino teme quello che gli altri non temono?" In questo caso stiamo assistendo ad una reazione dovuta all’ansia o alla paura? Che tipo di emozione provano i bambini in queste circostanze?

L’ansia è una reazione ad un pericolo percepito, dunque è una risposta a qualcosa che non può essere considerato obiettivamente pericoloso e potenzialmente dannoso per l’individuo (come invece lo sarebbe il morso di un serpente).
Quando osserviamo una reazione di paura in assenza di una circostanza oggettivamente "pericolosa" (per es. trascorrere qualche ora con un famigliare) allora è probabile che stiamo assistendo ad una manifestazione dell’ansia.

Probabilmente a tutti noi sarà capitato almeno una volta di osservare delle reazioni di qualche bambino che abbiamo valutato come eccessive oltre che immotivate.
Ciò che rende difficile comprendere quale sia il problema, e tentare la soluzione adatta, è il fatto che noi adulti interpretiamo il mondo in modo differente, cioè attraverso le regole "logiche" che governano il mondo di noi "grandi".
Infatti siamo spaventati da alcune cose (povertà, incidenti, malattie, ecc.) che invece lasciano indifferente un bambino e, viceversa, i bambini sono intimoriti da situazioni (ad es. interagire con persone sconosciute) che gli adulti vivono in modo sereno.
Il mondo dei bambini, invece, è governato da regole differenti che noi non ricordiamo più e che quindi non possiamo utilizzare per facilitare la comprensione delle loro necessità.
In realtà questa sproporzione potrebbe essere colmata se riuscissimo ad osservare il mondo attraverso i loro occhi: in questo modo potremmo individuare delle reazioni logiche a paure fondate.

Paure normali o no?

I bambini nel corso del loro sviluppo presentano diverse paure tipiche, cioè che compaiono con una certa frequenza in moltissimi bambini e che, in parte, sono dovute allo sviluppo del loro sistema nervoso e che quindi possono essere considerate normali.
Ad esempio fra i 6 ed i 12 mesi compare comunemente la paura dell’estraneo, cioè il bambino si allarma alla presenza di una persona sconosciuta, inizia a piangere, si stringe alla madre, ecc.
Fra i 2 ed i 4 anni invece è comune la paura di animali e oggetti non comuni, come oggetti che si contorcono, serpenti, ecc.
Fra i 4 ed i 6 anni tipicamente i bambini hanno paura del buio e delle creature immaginarie. A 6 anni potrebbero sviluppare addirittura la paura della scuola.
Davanti a questi timori è probabile che nessun genitore si preoccupi eccessivamente dal momento che ognuno di noi conserva il ricordo di aver avuto paure simili e di averle superate con il tempo e l’esperienza.
In questi casi gli adulti sanno cosa fare, come rassicurarli e riescono a trovare delle modalità di comportamento finalizzate ad insegnare ai piccoli come affrontare questi "pericoli". Questa semplicità è data dal fatto che è chiaro ed evidente il legame fra oggetto e paura.

Tuttavia alcuni bambini presentano delle paure diverse da queste, paure che i genitori non riescono ad attenuare dal momento che non sono in grado di identificarne la causa.

Infatti quando un genitore osserva il suo bambino che:

  • soffre quando deve andare all’asilo/scuola
  • non vuole saperne di dormire da solo
  • ha paura smarrirsi o essere rapito
  • ha paura di stare da solo
  • ha frequenti incubi notturni
  • spesso lamenta sintomi fisici

percepisce che c’è qualcosa che non va ma non riesce a comprendere cosa e, soprattutto, come aiutarlo.

A questo punto si tenta di trovare delle spiegazioni attraverso le probabili risposte alle domande:

  • cosa c’è che lo spaventa all’asilo/scuola?
  • sarà viziato?
  • qualcuno gli ha messo in testa che può essere rapito?
  • i dolori che lamenta saranno una scusa perché non ha voglia di andare a scuola?
  • cosa avrà visto in tv?

E’ probabile che le sue paure riguardino il timore di essere abbandonato, che in sua assenza possa succedere qualcosa ai genitori, alla certezza che quel contesto non sarà adeguato e quindi non riuscirà ad integrarsi, ecc. .
Davanti a queste possibili spiegazioni ogni genitore reagirebbe con un: "Ma è assurdo, come può succedere una cosa del genere?"

Il concetto di attaccamento

Probabilmente una risposta a questa domanda possiamo trovarla nel concetto di attaccamento. Con questo termine ci si riferisce alla relazione che si instaura fra madre e figlio fin dalla nascita. Questa è caratterizzata da una dipendenza reciproca: del figlio dalla mamma per ragioni di sopravvivenza e della mamma dal figlio perché quello diventa il suo unico oggetto d’amore.
Nonostante questa interdipendenza la risorsa maggiore sta proprio nella capacità di rendere questo legame sempre meno stretto, in modo da permettere al piccolo di sperimentare il mondo in autonomia.

Infatti è proprio lo sviluppo di questa abilità che, una volta cresciuto, gli permette sia di sopravvivere indipendentemente dal supporto esterno sia di farlo nel miglior modo possibile per se stesso.

Proviamo ad immaginare cosa succederebbe ad un bambino al quale, per paura che possa farsi del male (quindi solo per il suo bene), venisse impedito di muovere i primi passi nelle prime fasi di acquisizione della deambulazione e venisse tenuto sempre seduto.
In questo modo si avrebbe sicuramente la certezza che non vada incontro ad alcun pericolo ma allo stesso modo non gli si darebbe la possibilità di sviluppare un’abilità che gli è indispensabile per vivere.

Fortunatamente questa è un’eventualità che si verifica molto raramente dal momento che un genitore, dopo aver fatto un bilancio (è meglio che io stia un po’ in apprensione perché potrebbe cadere e magari farsi del male o è più vantaggioso che lui non impari a camminare?), opta per la necessità di correre il rischio.
Questo potrebbe sembrarvi un esempio banale, dall’esito scontato ma, a mio parere, molto esplicativo di un meccanismo generale che dovrebbe guidare tutti i piani educativi.

Cosa potrebbe capitare ad un bambino che non è abituato a fare le cose da solo?

Un bambino che non è abituato a vivere la propria autonomia quando si trova da solo, nella necessità di "arrangiarsi" si sente smarrito, è come se non sapesse come può fare per vivere le diverse situazioni.
Si sente come un soldato che venga mandato a combattere una guerra in trincea ed al quale non siamo state fornite armi e corazza: si sente in pericolo!
Le armi e la corazza di cui i bambini necessitano non sono altro che le abilità sociali e l’autostima, che si costruiscono solo mettendosi in gioco, provando ad affrontare delle situazioni, vivendo appieno gli errori e le conseguenze che ne derivano ed imparando da essi.
Questi bambini invece spesso sono tenuti sotto l’ala protettrice dei genitori che gli impediscono di sbagliare, li tengono lontani da tutti i pericoli, li accompagnano ovunque: sono bambini che "non sbagliano mai" e si costruiscono un’immagine di sé errata, di chi non commette alcun errore.


La conseguenza più diretta in genere è che quando guadagnano il primo insuccesso, che inevitabilmente prima o poi arriverà, soffrono terribilmente così che, anziché imparare dallo sbaglio, ne rimangono vittime.

D’altro canto potrebbe accadere l’esatto contrario, cioè che si decida di trattare i bambini come dei piccoli adulti, che vengano lasciati liberi di scegliere quando mangiare, cosa mangiare, quando dormire, cosa indossare, quando giocare, e così via.
Una relazione genitore-figlio improntata in questo modo è probabilmente più "serena" (nell’immediato, non certamente nel futuro) e meno conflittuale ma priva il bambino di uno dei suoi diritti fondamentali: la capacità di autoregolarsi.
I bambini non hanno conoscenza del mondo e delle regole che lo governano, dobbiamo essere noi ad insegnargliele, altrimenti saranno gli altri a farlo e, possiamo stare certi, non seguirebbero le modalità accorte proprie dei genitori.


Nella PARTE II di questo articolo prenderemo in considerazione le reazioni psicologiche di quei bambini a cui non vengono imposte regole.