Questo articolo vuole essere una sintesi su come si possa fare prevenzione: ci basti pensare che non esiste una balbuzie ma esistono persone che balbettano, così come ogni individuo ha una sua storia, un suo contesto e un suo personale modo di parlare, avrà di conseguenza anche un suo personale modo di balbettare cosa che rende difficile ancora oggi avere delle certezze definitive sulla cura della balbuzie.

La Balbuzie: percorsi clinici integrati

L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), definisce la balbuzie come "un disordine del ritmo del linguaggio nel quale l'individuo sa esattamente cosa vuole dire ma non è in grado di esprimerlo a causa d’involontari prolungamenti ripetitivi o interruzioni del suono".

Nel DSM IV-TR (manuale diagnostico) la balbuzie è così descritta: un’anomalia del normale fluire del linguaggio inadeguato all'età del soggetto, caratterizzata dal frequente manifestarsi di uno o più elementi.

Questi elementi possono essere:

1) ripetizione di suoni e sillabe

2) prolungamento di suoni

3) interruzioni di parole

4) blocchi udibili o silenti

5) circonlocuzioni (sostituzione di parole per evitare frasi problematiche)

6) parole emesse con un'eccessiva tensione fisica

Quest’anomalia influisce nei risultati scolastici o lavorativi è nella comunicazione sociale, se è presente un deficit motorio della parola, oppure una menomazione sensoriale.

 

Patogenesi

A grandi linee distinguiamo tre teorie sulla patogenesi della balbuzie:

• Le teorie organicistiche

• Teorie foniatriche

• Teorie Psicogenetiche

 

Le basi neurologiche della balbuzie

Dai primi studi sull'effetto di lesioni cerebrali sul linguaggio (Brocca 1861; Wernicke 1874) divenne sempre più evidente ai ricercatori che i soggetti con danni all'emisfero sinistro presentavano evidenti disfunzioni verbali, mentre chi aveva danni all'emisfero destro, conservavano una maggiore integrità delle funzioni.

Ora è condivisa l'idea che l'emisfero destro è un processore maggiormente olistico - Gestaltico, mentre l'emisfero sinistro è visto come un processore analitico - sequenziale.

Orton (1927) e Travis (1931) individuavano nei balbuzienti una dominanza cerebrale diversa rispetto ai “normoloquenti”; alcuni studi sviluppati con tecniche di ascolto “dicotico” hanno mostrato che la presentazione simultanea di due stimoli acustici, sopprime la più debole via ipsilaterale, rendendo evidente le asimmetrie funzionali tra i due emisferi.
Giacché l'orecchio destro proietta prevalentemente all'emisfero sinistro, i risultati hanno indotto i ricercatori a ipotizzare che alcuni balbuzienti controllano la produzione del linguaggio parlato coinvolgendo entrambi gli emisferi [1], questa tecnica consente di disattivare separatamente gli emisferi per alcuni minuti, permettendo ai ricercatori di individuare, attraverso la loro alterazione, le funzioni influenzate dalla ridotta attivazione emisferica.

Jones (1961) osservò che nei soggetti balbuzienti i sintomi afasici erano presenti quando erano disattivati entrambi gli emisferi. Altri studi condotte con tecniche elettroencefalografiche, dimostrarono che il ritmo alfa e una traccia  che viene soppressa in condizione di attivazione,ad esempio quando un soggetto è impegnato in un compito, possiamo individuare il grado di attivazione dei suoi emisferi , semplicemente stimandola la presenza di onde alfa nell'elettroencefalogramma.

Moore Lang (1977) impiegò questa tecnica con soggetti balbuzienti e normolfluenti, mentre erano impegnati in un compito di lettura. Nel corso della prova, buona parte delle persone che balbettavano presentava una soppressione del ritmo alfa nell'emisfero destro, manifestando in proporzione una sua maggior attivazione quando erano impegnati in un compito di natura linguistica.

 

Eziologia

L'eziologia è tuttora il problema più dibattuto per quanto riguarda la balbuzie. Dalle teorie più strettamente organiciste, alla complessità delle posizioni psicologiche, si nota, negli ultimi anni, un tentativo d’incontro di riconciliazione in cui gli studi di medicina psicosomatica hanno portato un notevole incremento.

La balbuzie compare verso di 3-4 anni, ricerche epidemiologiche recenti hanno invece stabilito che, per il 75% dei soggetti colpiti da balbuzie, l'insorgenza si situa dai diciotto ai quarantuno mesi (età media 32 mesi) quando le abilità linguistiche, cognitive e motorie del bambino sono interessate da un rapido processo di maturazione e sviluppo e vi è una scomparsa virtuale di nuovi casi dopo i dodici anni (Felsenfield 1997; Yairi è Ambrose 1999).

 

Eredità e gemellarità

Nell’anamnesi familiare di soggetti, troviamo spesso casi di balbuzie oppure turbe linguistiche. Le ricerche di tipo genetico basano sugli antecedenti familiari sulla gemellarità monozigote fanno ritenere che la balbuzie sia trasmessa per via genetica, e anche se il meccanismo di trasmissione resta sconosciuta, il tipo di legame parentale e il sesso contribuiscono a determinare le probabilità che un bambino comincia a balbettare e forse anche quelle del suo recupero (Cox 1996).

 

Mancinismo

In concomitanza alla balbuzie compare spesso il mancinismo intenso come uso spontaneo della mano sinistra, da non confondersi con quello legato a un meccanismo di supplenza come ad esempio nei casi di paralisi dell'arto destro. Alcune ricerche sull'abilità motoria di soggetti balbuzienti hanno dimostrato che questi di fronte a un compito di coordinazione manuale, che richieda sveltezza di movimento, si mostrano incerti e dubbiosi, i risultati che ottengono sono inferiori a quelli di bambini normali.

In realtà il mancinismo è spesso concomitante alla balbuzie sino a costituire una sindrome di “mancinismo balbuzie”; a volte s’instaura o aumenta di gravità per un'errata condotta educativa dei genitori e degli insegnanti rispetto ai bambini balbuzienti.

Molti autori sostengono che il bambino mancino corretto può facilmente divenire balbuziente per una sorta di disordine cerebrale che consegue a livello di dominanza emisferica. Secondo altri autori tra cui Diatkne (1973) un'altra ipotesi è di un ritardo nell'inizio dell'espressione verbale del bambino, e secondo quest’autore la balbuzie è insorto proprio quando sembrava che il ritardo tendesse a risolversi spontaneamente.

 

In conclusione

Tutti questi dati suggeriscono alle persone che balbettano l'esistenza di una diversa organizzazione neurolinguistica individuabile in una minor specializzazione emisferica nel controllo delle funzioni verbali.

Nelle  ricerche più attuali, gli esperimenti condotti con l'aiuto della tomografia a emissione di positroni (Pet) da un’equipe canadese (De Nill 2006); oltre che a confermare la diversità di pattern di attivazione nei balbuzienti impegnati in un compito di lettura, hanno  dimostrato che l’uso  di  tecniche di facilitazione espressiva modifica anche i  pattern di attivazione linguistica”. Altre ricerche hanno dimostrato la differenza tra “balbuzienti” e “normofluenti”. I balbuzienti potrebbero andare ben oltre i limiti della funzionalità coinvolgendo aspetti maggiormente strutturali.

Sommer  e collaboratori 2002, attraverso la scansione del cervello con una tecnica di risonanza magnetica chiamata (DTI) scoprì che nei soggetti che balbettano, esiste una differenza nella qualità di conduzione del segnale nervoso. Studiando le scansioni del cervello di quindici persone affette da balbuzie di diversa gravità, hanno potuto costatare una minor capacità di conduzione del loro cervello nell'area chiamata (Operculum Di Rolando) dell'emisfero sinistro, nei soggetti balbuzienti, quest'area rappresenta una maggior quantità di materia bianca, suggerendo una maggior capacità di conduzione.


Teorie Foniatriche: alterazione del feedback udito-parola

Ogni evento biologico è ogni azione fisica è sempre svolta sotto un continuo controllo del sistema nervoso centrale (SNC) il modello neuro psicolinguistico di Perkins Kent e Curlee soddisfa i requisiti secondo cui al balbuziente mancherebbe un adeguato controllo di udito ed eloquio.

In particolare: William Perkins è uno dei ricercatori più autorevoli in materia di balbuzie insieme ai suoi collaboratori ha proposto una teoria tra le più estese è articolato sull’argomento, il quale descrive la disfluenza come il risultato di alterazioni di funzionamenti neuro psicolinguistici che emergono in condizioni particolari.

Il modello spiega l'interazione tra fattori "disturbi dell'eloquio" e "pressione temporale" che spiega la normale disfluenza e la balbuzie.

 

Cos'è la pressione temporale?

La pressione temporale e definita con il bisogno percepito dal soggetto di iniziare, continuare o affrettare un’espressione, in conformità a queste premesse dunque le disfluenze sono date dalla sincronia delle parti linguistiche e paralinguistiche in assenza di pressione comunicativa. La balbuzie è invece determinata dalla presenza di entrambe le condizioni; in più dalla percezione di ripensare da capo dell'enunciato, sperimentata dal soggetto come perdita di controllo dell'eloquio. Ricordiamo che i segni del sistema paralinguistico sono auto espressive in particolare: tono di voce, la coloritura emotiva, le variazioni espressive del ritmo di eloquio, ecc.

La disfluenza secondo questo modello emerge quando:

1) abbiamo una perdita di controllo,

2) pressioni temporali "la fretta che i balbuzienti provano e che manifestano nel linguaggio parlato".

 

La teoria dell'autoriparazione di Postma e Kolk

In questa teoria gli autori ci dicono che il linguaggio di ogni giorno è lontano dalla perfezione ed è di fatto, costellato da anomalie. Gli esseri umani riescono a modificare con una certa regolarità il loro parlato; per esempio ritornando indietro nel discorso, correggendo l'errore nella formulazione semantica o linguistica.

Questo processo di controllo che in letteratura troviamo indicato come “monitoring of speech” (Postma e Kolk 1983) vigila sulla correttezza del piano del discorso.

In più partendo dal modello di produzione del linguaggio di Levelt (1989) hanno sviluppato un'ipotesi teorica sul rapporto che intercorre tra la disfluenza e i processi di autoriparazione preverbale.

L'autoriparazione comporta tre fasi di azioni.

1) l'intercettazione dell'errore;

2) l'interruzione o la sospensione del flusso di eloquio;

3) l'espressione corretta.

Per gli autori avere consapevolezza di questi processi è utile per un’immediata riparazione del linguaggio, possiamo avere due ipotesi di correzione:

  • Una rapida e automatica, senza un particolare coinvolgimento cosciente,
  • Un'altra lenta, come una gestione in parte intenzionale,

 

Ricordiamo che le correzioni sono accompagnate spesso da comunicazione del parlante come in questi esempi:

"intendevo dire... scusate... cioè" o intereiezioni del tipo "eh" ... servono a far capire meglio gli ascoltatori che è in atto una correzione.

In questa ipotesi quindi non solo uno può riconoscere gli errori prima dell'articolazione, ma può anche tentare di correggerli prima di immetterli nel linguaggio reale, cioè chi parla può provare a riparare il programma fonetico prima che la parte erronea sia messa in esecuzione.

 

Sintomatologia Somatica

I sintomi più frequenti sono i movimenti volontari e irregolari di vari gruppi muscolari, soprattutto quelli interessati alla fonazione, le varie forme in cui si può presentare la balbuzie sono:

• Forma Tonica nella quale si ha un arresto soprattutto all'inizio della frase.

• Forma clonica nella quale invece di un prolungamento sia una ripetizione della stessa sillaba.

• Forma mista in cui il prolungamento della ripetizione si somma aggravando ancor più il disturbo fino a rendere quasi impossibile la comunicazione.

Accanto a queste forme ve ne sono alcune che tengono conto della localizzazione anatomica degli spasmi muscolari ed esse sono:

• Forma labio-coreica; contrazioni muscolari molto fini a livello delle labbra e della lingua ad esempio con conseguente difficoltà nella pronuncia di P-B-T-D;

• Forma gutturo-tetanica con spasmi a livello dei muscoli faringei e laringei e difficoltà nella pronuncia di C-G.

La sintomatologia è straordinariamente spesso variata è variabile secondo gli individui, la fase del disturbo, le ore del giorno, gli stati d'animo, ecc.

I disturbi respiratori sono molto frequenti ma intermittenti e spesso secondari; gli spasmi tonici della glottide sono dovuti tanto alla disfunzione del diaframma cosi come ai muscoli intercostali.

I disturbi dell'emissione sono condizionati da bruschi movimenti di elevazione e abbassamento della laringe o del suo fissarsi in una di queste posizioni, dall'adduzione energica o prolungata delle corde vocali, dalla contrattura dei muscoli perilaringei, da una chiusura sopraglottica eccessiva e persistente. Altri sintomi somatici incostanti e fugaci sono il rossore o il pallore; la traspirazione delle mani; tachicardia e dilatazione delle pupille, queste rispondono a uno stimolo indiretto del sistema simpatico e a una variazione dell’equilibrio neurovegetativo normale.

 

Teorie Psicogenetiche (Cognitive Comportamentali, Psicanalitiche, Relazionali)

Punto di vista psicoanalitico: La balbuzie è vista come un sintomo specifico di organizzazione nevrotica della personalità. Il primo tentativo di spiegazione della balbuzie in termini d’ un conflitto nevrotico e riportabile a Freud (1981).

L'autore definisce la balbuzie come una nevrosi di conversione pregenitale. Si tratta di nevrosi poiché il conflitto fra desideri e relative reazioni difensive è di conversione somatica perché il disturbo si ripercuote sul corpo. La nevrosi e a livello pregenitale poiché i desideri repressi sono quelli sessuali e vi è quindi una regressione della libido sadica - anale.

Il parlare è sentito come parte della sessualità è quindi l'espressione verbale di questa lotta fra parlare e non, è riposta sull’attività di espellere le feci tipiche della fase anale.

Riscontriamo  in molti balbuzienti “Il meccanismo Valsalva [2]

Coriat parla della balbuzie come di una forma di nevrosi in cui persiste un'organizzazione pregenitale di tipo orale; nel parlare il balbuziente sembra riprodurre "primitivi movimenti di masticazione", pertanto l'intrattenimento della parola è messo in atto inconsciamente per ottenere una più intensa e prolungata gratificazione.

Inoltre la balbuzie si svilupperebbe negli individui che hanno un inconscio bisogno di mantenere l'originale attaccamento alla madre e alla primitiva dipendenza infantile. Sono individui passivi. Essa rappresenta un tentativo di tenere legata a sé la madre, dopo uno svezzamento vissuto in modo traumatico.

 

Le teorie comportamentiste

Danno un’interpretazione della balbuzie come conflitto acquisito che s’instaura attraverso specifiche esperienze ambientali, i maggiori esponenti di questa scuola sono:

Shehenan (1953) secondo cui la balbuzie è vista come un conflitto tra il desiderio e la paura di parlare, di forze opposte che, in equilibrio tra loro, generano il blocco della parola. Il balbuziente da un lato vorrebbe parlare, ma ha senso di timore visto il proprio disturbo, dall'altro vorrebbe tacere, cosi innescano un circolo vizioso in cui non si metterebbe in rapporto con gli altri.

Johnson (1955) quest’autore ritiene la balbuzie, un comportamento, che s’instaura attraverso specifiche situazioni tra genitori e figli, le tensioni generano nel bambino il timore di parlare, la patogenesi del disturbo nella sua teoria è chiarita in tre fasi:

  • Balbuzie fisiologica,
  • Interventi punitivi da parte dei genitori nei confronti della non fluenza fisiologica del linguaggio infantile.
  • Consolidamento di una vera è propria balbuzie.

 

Teoria dello shock emozionale

Si è soliti pensare che un episodio terrorizzante sia l'unica causa scatenante di un sintomo, ma questa è più che altro un’opinione popolare. in realtà, mettere in relazione l'inizio della balbuzie con episodi psichicamente traumatizzanti, non significa impostare una vera è propria teoria Patogenetica, giacché in tal modo non si tiene conto delle relazioni di qualità e sintomi. Tale opinione però è così radicata, che spesso il soggetto stesso tende a riportare l'insorgenza del disturbo a un episodio traumatico.

 

La Teoria di Guntzman 1887

Considera la balbuzie come una forma di patologia nervosa una nevrosi di coordinazione l'autore espresse il concetto di considerare la balbuzie come una forma consistente in contrazioni muscolari in tutto l'organo vocale, accompagnate da movimenti in altre regioni del corpo come crampi, fame d’aria ecc.

Le condizioni indispensabili per articolare una sillaba sono:

  • La sufficiente provvista d'aria che deve essere mantenuta per tutto il tempo voluto nella pronuncia della sillaba. Il balbuziente non ispira per nulla o inspira troppo poco e lascia sfuggire tutta l'aria dopo la prima parola.
  • La subordinazione della consonante alla vocale deve avere sempre il predominio, il balbuziente invece di far seguire la consonante alla vocale e cosi considerarlo un punto di appoggio; serra le labbra una sull'altra, e tiene la lingua strettamente contro il palato, cosi facendo tentano di vincere un ostacolo che invece continua a rafforzare.

 

Teoria di Denville (1982)

Ha esposto un quadro della balbuzie in un libro; l'autrice sostiene che nella maggior parte dei soggetti balbuzienti, il disturbo ha origine al momento dell'elaborazione del pensiero e non nel momento di produzione del linguaggio.

I motivi possono essere tanti, la mancanza di un vocabolario appropriato, la povertà di linguaggio, un difetto di evocazione di far sì che la parola giunga con un tempo di latenza in parte lungo. A volte il linguaggio disturbato da un’affluenza disordinata che impedisce al soggetto di organizzare in modo corretto i termini che gli occorrono per esprimere il suo pensiero. Altre volte il linguaggio interiore è disturbato perché il balbuziente ha troppe cose da dire, senza averne i mezzi. Per alcuni la distorsione mentale e tale che non riescono a fissarsi su ciò che hanno da dire; altri invece sono disturbati, inibiti, dalla presenza troppo marcata dell'immagine visiva. La balbuzie appare anche in soggetti che hanno un ottimo linguaggio, ma che sono disturbati da un flusso di pensiero troppo rapido, che non lascia loro il tempo di impartire un ordine alle idee e di sceglierne al momento giusto in termini appropriati.

 

La Teoria di Mastrangeli (1995)

La balbuzie è un sintomo della personalità di origine psicogena e traumatica che alterando l'equilibrio emotivo del soggetto ne deforma la normale fluenza verbale, la balbuzie non ha radici un e solo evento traumatico ma origina da un'intera serie di cause, inquadrati in quattro grandi categorie:

- organiche

- esteriori-ambientali

- imitative

- interiori-psichiche

Secondo l'autore per dare la sicurezza della parola al disturbato, dobbiamo restituirgli non solo il suo pieno equilibrio psichico, emotivo, ma anche la sua sicurezza fonica per questo la terapia dovrà essere Psico-Fonica.

 

Conclusione

È importante saper riconoscere questi sintomi in tempo, poiché la ricerca suggerisce (Stakrwethear 1990) che la prognosi è tanto migliore quanto è l'intervallo temporale che separa l'urgenza della balbuzie dal primo intervento terapeutico. Che con particolari norme può essere eseguito anche in età molto precoce, anche perché ad aspettare, troppo si rischia che la balbuzie si consolidi a tal punto da diventare refrattaria a qualsiasi intervento.

 

 

Bibliografia

  1. La balbuzie prevenzione e terapia, F. Murray. edizioni RED 2005
  2. Zmarich 1999 l'importanza dell'analisi cinematica esemplificazioni relative alle balbuzie.
  3. Bloodstein 1995 manuale per balbuzienti, Chicago society.
  4. Levelt:speaking: from intention to articulation mit press cambrige 2000
  5. Nuovo manuale di logopedia Cippone ,De filippis edizione Erikson 2004
  6. Balbuzie Percorsi Clinici Integrati M.D'ambrosiio Psicologi Mc Graw 2005
  7. Bandura Self Efficacy meccanism in human Agency,american Psychologist 122-145

 

 

Note:

[1] vedere i studi sulla somministrazione intracarotidea dell'amityal sodico

[2] vedere l'articolo: Balbuzie una prospettiva esistenziale; (Kazanxhi 2010).