Radio, TV, riviste di moda: tanti ne parlano. Perché ormai è di moda.

Ma l’essere citata nei più svariati contesti, dallo yoga, alle medicine alternative, alle tecniche provenienti dall’oriente e new age, alla psicologia e alla psicoterapia, crea un alone un po’ fumoso attorno al termine “mindfulness”.

Cos’è la mindfulness?

Significa, in inglese, consapevolezza.

Consapevolezza di cosa?

Del momento presente. Significa essere pienamente presenti al qui e ora, all’esperienza che stiamo facendo proprio in questo preciso istante. Ora.

E che tipo di esperienza?

Qualsiasi: le sensazioni fisiche, le emozioni, i contenuti mentali, come pensieri, immagini ecc.
Qualcuno potrebbe dire: “Sono già abbastanza consapevole di ciò che provo”. Buon per lui.
E se fosse vero avrebbe anche una gran fortuna. Purtroppo, invece, siamo costantemente immersi nei nostri automatismi mentali, quelli che, senza che ce ne rendiamo conto, ci portano a “leggere” le situazioni sempre allo stesso modo, a reagire con le stesse modalità.

Volete fare una prova?

Leggete, senza barare, le quattro righe che seguono, una dopo l’altra, senza passare direttamente al fondo, e registrate mentalmente, meglio che potete, le vostre reazioni e i vostri pensieri a quello che state leggendo:

John stava andando a scuola.

Era preoccupato per la lezione di matematica.

Non era sicuro di poter tenere ancora la classe sotto controllo.

Questo non faceva parte dei compiti di un bidello”

(Da: Teasdale, Segal, Williams, Bollati Boringheri 2006).

 

Sicuramente vi è saltata all’occhio una incongruenza: sembrava si stesse parlando di uno studente, poi è diventato improvvisamente un professore, e infine si è rivelato un bidello.

Questa cosa sembrerà strana, ma la facciamo in ogni istante della nostra vita: saltiamo alle conclusioni senza nemmeno accorgercene, a partire da dei dati di fatto che liberamente e arbitrariamente interpretiamo a nostro piacere.

E se da un lato questo può essere fonte di creatività, dall’altro ci impedisce di scegliere, perché quando questo succede, noi non sappiamo cosa sta succedendo, non sappiamo il motivo per cui abbiamo fatto una certa scelta, poichè questa è andata in automatico.

Ciò succede perché non siamo consapevoli.

Essere consapevoli ci aiuta quindi a capire cosa succede nella nostra mente, come un occhio esterno che la osserva nel suo continuo agitarsi, e che sorride benevolmente ad essa quando “inciampa” in questi piccoli trabocchetti.

E cosa c’entra tutto questo con la sofferenza psicologica e la psicoterapia?

C’entra, perché, sempre senza che noi ce ne accorgiamo, abbiamo appena interpretato un saluto troppo rapido di un collega come un “gli stiamo antipatici”, o un doloretto alla schiena come “ho di nuovo un tumore”, o una persona che è sbadata alla guida dell’auto come “si è permesso di tagliarmi la strada e mancarmi di rispetto”, ritrovandoci, in men che non si dica, immersi in emozioni negative di tristezza, ansia o rabbia che, a loro volta, innescano dei circoli viziosi (ormai più che noti in psicologia) che peggiorano l’umore e ci portano a vivere altre situazioni in modo negativo.

E poiché tutto questo avviene in assenza di consapevolezza, in assenza di mindfulness, ecco che la pratica della consapevolezza, ovvero la pratica di mindfulness in psicoterapia, aiuta ad affrontare in modo efficace lo stress, impedendoci di cascare nei trabocchetti della mente e imparando a sorridere quando siamo stati lì lì per cascarci ancora.

Ma non è un gioco da ragazzi.

E’ da 2500 anni che la mindfulness viene praticata, non è un’invenzione di adesso. Solo che si chiamava meditazione tibetana e da essa la pratica di mindfulness prende spunto.
Non pensate che si tratti di un qualcosa di mistico-religioso o new age.

E’ oggi una tecnica psicoterapica ben studiata, sperimentata e strutturata (cercate su pubmed: 211 mila risultati con la parola “mindfulness”) che dà ottimi risultati in modo trasversale su tante forme di sofferenza soggettiva, dalla depressione all’ansia, dal rimuginio alle forme psicosomatiche e per applicare la quale non si può essere istruttori improvvisati (“istruttore” è il titolo che acquisisce chi si specializza in questa pratica) ma bisogna aver seguito corsi, master e, soprattutto, praticato in prima persona la mindfulness.

Forse ancora una volta non è molto chiaro di cosa si tratta, ma forse è un inizio.