La ricerca sulla Malattia di Peyronie (Peyronie Disease, PD) non batte la fiacca. Di recente Levine , che è uno dei massimi esperti nel campo, ha affermato in una rewiew che la PD non è una malattia rara come comunemente si crede, ma che colpisce dal 3% al 9% della popolazione adulta dotata di pene. Afferma anche che la vergogna per la condizione limita la presentazione del sintomo al medico e ne ritarda la diagnosi. Pare anche, su questo possiamo solo essere perfettamente d’accordo, che le implicazioni psicologiche vanno dall’ansia alla depressione fino alla disperazione. Disperante è anche l’affermazione, nella rewiew, che solo una parte dei medici americani di medicina generale ha un’idea di che cosa sia e cosa comporti la PD.

Una ricerca sul PubMed, noto motore di ricerca scientifica, fa comparire circa 1700 risultati sul tema. Tra i recentissimi che compaiono sulla prima pagina, oltre alla disamina di tecniche di correzione chirurgica che Levine stesso consiglia solo ai casi più gravi e un altro che compara i risvolti emotivi tra pazienti affetti, dividendoli tra MSM e non MSM[1], ce ne è uno che descrive un caso di ossificazione del pene.

 

Il titolo è intrigante: Ossificazione del pene: un evento traumatico o evoluzione retrograda? Caso clinico e revisione della letteratura.

 

La formazione di tessuto osseo in organi a tessuto molle è conosciuta e riferibile a processi infiltrativi maligni, sindromi paraneoplastiche, l’uremia terminale, anomalie del metabolismo del calcio e fosfato nell’iperparatiroidismo nonché a processi metaplastici risultanti da traumi ripetuti o a stati infiammatori cronici. In questi ultimi due casi si vede un’assonanza con la PD che crea placche fibrose le quali possono evolvere in calcificazioni.

La formazione, invece, di tessuto osseo nel pene è eccezionalmente rara e non sembra superare i 40 casi al mondo. La prima descrizione è del 1827 cui sono seguite le altre tra cui alcune in soggetti che avevano la PD.

Non essendoci accordo sulla natura etiologica dell’ossificazione del pene, alcuni hanno ipotizzato che esista una “connection” con la normale presenza di un osso del pene negli animali.

La medicina veterinaria sa che molti mammiferi hanno un osso detto “Baculum” o “os Priapi” variamente dislocato tra il setto e il glande. Negli animali servirebbe a rinforzare il pene che dispone di tessuto erettile in quantità relativa facilitando così la rapidità dell’erezione. La dimensione dell’osso priapico varia da specie a specie e va dai due metri delle balene a qualche centimetro in orsi, lupi e cani.

I gorilla lo hanno di un paio di centimetri al massimo e lo scimpanzé, nostro antenato più vicino, ne ha un microscopico rimasuglio sul glande.

 

Alcuni autori anglosassoni in varie riprese tra il 1899 e il 1952 confutarono la probabilità o meno della teoria retro-evoluzionistica dell’osso penico, ipotizzando che la presenza di questo sia un segnale di evoluzione all’indietro.

Tutt’ora, conclude l’autore dell’articolo, l’etiologia dell’ossificazione rimane controversa.

Da una parte gli ossi penici che compaiono come processo metaplastico da trauma locale o nella PD di lunga data, dall’altro il fatto che nel caso clinico osservato, la presenza dell’osso alla base del pene del paziente non mostra relazione con traumi o condizione patologica sistemica o locale. Quindi, per ora, rimane un mistero.

 

In ogni caso, ndr, sarebbe preferibile per l’umano maschio, un’evoluzione retrograda con comparsa dell’osso piuttosto che un’evoluzione come quella che argutamente il collega Beretta ha recentemente ricordato a proposito del Gallo, il quale, a forza di evolversi, il pene non ce l’ha più.

 

Riferimenti:

[1] Uomini che fanno sesso con uomini e uomini che fanno sesso con donne.