News dall’ultimo congresso di aritmologia della Heart Rhythm Society tenutosi negli Stati Uniti, più precisamente a Boston, dal 9 al 12 maggio 2012.

Sappiamo che la Fibrillazione Atriale (d’ora in avanti FA) è l’aritmia più difficile da trattare farmacologicamente e che l’unica alternativa a questo tipo di terapia è rappresentato dalla famosa Ablazione Transcatetere con RF, intervento eseguibile per via endoscopica attraverso le vene e che quindi ha come obiettivo quello di intervenire chirurgicamente senza utilizzo del bisturi, nel tentativo di eliminare l’aritmia rispettando quanto più possibile il corpo umano.

Il messaggio arrivato da Boston attraverso i risultati di un recente studio scientifico, il RAAFT 2, è che l’isolamento elettrico delle vene polmonari, ossia la tecnica di ablazione applicabile per la FA, è una tecnica non solo sicura come scelta terapeutica da considerare prima di quella farmacologica, ma anche in grado di assicurare maggiori probabilità di ridurre in maniera significativa le recidive dell’aritmia rispetto alla classica terapia farmacologica anti-aritmica.

Queste sono state le conclusioni del RAAFT 2, che ha seguito, confrontandoli, 127 pazienti trattati con ablazione o con terapia farmacologica per 2 anni consecutivi e quindi è per questo uno degli studi più lunghi sull’ablazione della FA.

Và però puntualizzato che i risultati del RAAFT 2 sono applicabili solo a una determinata categoria e non a tutti i pazienti con FA e più precisamente a quelli sostanzialmente con un cuore sano, senza comorbidità come l’ipertensione arteriosa e con frequenti episodi di FA che determinano sintomi importanti.

Sono comunque risultati eclatanti perché l’altra faccia della medaglia è rappresentata dalle complicanze che si possono avere con entrambi i tipi di terapia.

L’ablazione si è mostrata superiore alla terapia farmacologica, infatti, anche in termini di sicurezza; solo una bassa percentuale di pazienti ha presentato complicanze, per la maggior parte tamponamento cardiaco risolvibile, che tralaltro rappresenta una complicanza non esclusivamente dipendente dall’esperienza dell’operatore, ma direttamente o indirettamente legata alla anticoagulazione, che necessariamente viene eseguita durante la procedura.

Dall’altra parte una percentuale non propriamente bassa dei pazienti trattati con i farmaci è stata costretta a sospendere la terapia per comparsa di effetti collaterali anche importanti o per intolleranza.

Concludendo i risultati dello studio reclamano una maggiore sicurezza e una maggiore efficacia della terapia interventistica.

 

Fonti:

http://www.pantareionline.it - Newsletter n. 22 del 23/05/12