E’ risaputo e scientificamente dimostrato che alti valori della pressione arteriosa sono responsabili di differenti danni d’organo e tra questi quelli cerebrali.

ictus 3Numerosi studi hanno infatti permesso di identificare l’ipertensione arteriosa come fattore di rischio per lo sviluppo sia di Malattia di Alzheimer, sia di demenza vascolare (in maniera diretta o indirettamente attraverso il danno trombo-embolico secondario a Fibrillazione Atriale, aritmia che spesso si associa alla ipertensione arteriosa).

E’ stato anche ampiamente evidenziato che, per evitare i danni d’organo secondari, è necessario non solo trattare l’ipertensione arteriosa, ma anche dimostrare che il trattamento farmacologico stia intercettando l’obiettivo di controllare adeguatamente i valori pressori e che l’ABPM (Ambulatory Blood Pressure Monitoring), anche noto come Holter Pressorio, può essere un ausilio importante per questa dimostrazione.

Inoltre da studi osservazionali è emerso che, nonostante le nostre conoscenze, il controllo dei valori pressori in pazienti con ipertensione arteriosa in terapia farmacologica non supera nella pratica clinica il 30-35%.

Recentemente, però, in un lavoro della scuola di Firenze, pubblicato su JAMA Int Med 2015, si dimostra una diversa risposta ai valori pressori tendenzialmente bassi nelle persone anziane con decadimento cognitivo già conclamato. Queste conclusioni assumono un valore particolare perché mettono in dubbio l’utilità di perseguire l’ottenimento dei valori di pressione arteriosa media (PAS) diurna < 128 mmHg (considerati finora da noi medici espressione di adeguato controllo e non di ipotensione). In questa specifica popolazione di pazienti infatti questi valori si associerebbero a un peggioramento più significativo delle performance cognitive.

Una possibile spiegazione potrebbe essere un possibile effetto deleterio della terapia antiipertensiva per un meccanismo di ipoperfusione cerebrale accentuato dalla rigidità vascolare secondaria all’età e/o a coesistenti alterazioni dei meccanismi di autoregolazione del flusso cerebrale, che spesso risultano compromessi in questi pazienti.

Non si può tuttavia escludere che i valori pressori più bassi siano la semplice espressione di un più aggressivo processo degenerativo e non la causa di un maggior declino cognitivo.

Qualunque sia la giusta interpretazione di questi risultati possiamo comunque fare delle affermazioni:

  • Al momento abbiamo la certezza, sebbene relativa, che nell’adulto trattare adeguatamente l’ipertensione arteriosa significa ridurre l’incidenza di demenza, sia vascolare che di Alzheimer
  • Sebbene non abbiamo ancora dati sufficientemente ampi sul trattamento del paziente nel quale il declino cognitivo è già iniziato, i risultati dello studio di Firenze mettono in dubbio la validità del trattamento eseguito fino ad oggi e sembrano suggerire l’opportunità di utilizzare cautela in questa categoria di pazienti, cercando di mantenere valori pressori nella fascia normale-alta
  • Il monitoraggio della pressione arteriosa nelle 24 ore sembra essere particolarmente utile per identificare la terapia più efficace, che non sia eccessiva o insufficiente
  • Sono sicuramente necessari ulteriori studi sugli anziani con decadimento cognitivo allo scopo di identificare il target pressorio ottimale per questa tipologia di pazienti, in maniera da assicurare i vantaggi in termini di prevenzione degli eventi vascolari e contestualmente evitare gli effetti negativi responsabili di progressione del deficit cognitivo

 

Fonti:

  1. Effects of Low Blood Pressure in Cognitively Impaired Elderly Patients Treated With Antihypertensive Drugs JAMA Intern Med. 2015;175(4):578-585. doi:10.1001/jamainternmed.2014.8164.
  2. Blood Pressure, Cognitive Functions, and Prevention of Dementias in Older Patients With Hypertension Arch Intern Med. 2001;161(2):152-156. doi:10.1001/archinte.161.2.152