ipertensioneE' risaputo che uno di principali obiettivi della prevenzione delle malattie cardiovascolari è l'adeguato controllo dei valori pressori per evitare i danni d'organo secondari. Quando però si interviene farmacologicamente sull'ipertensione in fase avanzata è possibile che non si riesca a far regredire i danni già prodotti o il rischio residuo di sviluppare malattie cardiovascolari. Quindi un primo importante messaggio per noi medici e per i nostri pazienti è che l'ipertensione deve essere diagnosticata e quindi trattata quanto prima possibile.

Altro importante aspetto è quale sia l'obiettivo che dobbiamo intercettare con la terapia dal punto di vista del controllo dei valori pressori ottimali, anche se al riguardo sembra sia stato detto di tutto e di più, fino alla definizione delle linee guida americane sull'ipertensione, pubblicate nel 2014.

In effetti con queste ultime linee guida si è inteso semplificare il compito dei medici, moderando l'aggressività rispetto a quanto raccomandato da quelle precedenti del 2003 e ponendo come obiettivo la necessità di trattare valori superiori a 150/90 mmHg negli ultrasessantenni e superiori a 140/90 per tutti gli altri, compreso diabetici e nefropatici cronici. 

Tutto però sembra nuovamente cambiare con i risultati dello studio SPRINT, un recente trial pubblicato lo scorso novembre su una prestigiosa rivista scientifica, il New England Journal of Medicine, che a messo a confronto un trattamento intensivo verso una cura standard in pazienti affetti da ipertensione e portatori di fattori di rischio cardiovascolari.

Lo studio è stato interrotto precocemente per gli evidenti benefici ottenibili nei pazienti trattati in maniera aggressiva al fine di raggiungere il target di valori di pressione sistolica inferiori a 120 mmHg anziche a 140 mmHg.

Come sempre accade occorre "interpretare" i risultati dei trial e non "leggerli" soltanto e sebbene gli autori dello SPRINT ritengano che per quanto emerso ci sarà una revisione delle linee guida, bisogna tener presente che l'importante messaggio di adottare una terapia aggressiva riguarda soprattutto pazienti selezionati, quelli di oltre 75 anni di età, con maggiori fattori di rischio cardiovascolari e con valori di partenza inferiori a 132 mmHg. 

Non si può quindi concludere che questa sia una raccomandazione da estendere a tutti i pazienti ipertesi.

 

Fonti:

- Jama 2013 Dec 18. doi: 10.1001/jama.2013.284427. 

- The SPRINT Research Group. A Randomized Trial of Intensive versus Standard Blood-Pressure Control. N Engl J Med 2015; DOI:10.1056/NEJMoa1511939.