Traggo spunto per queste riflessioni da uno sconvolgente fatto di cronaca. Una donna thailandese, povera e madre di due figli, ha accettato di affittare il proprio utero ad una coppia di ricchi australiani. Inseminata col seme del committente, ha portato avanti una gravidanza gemellare. Uno dei 2 feti è risultato Down alla diagnosi prenatale. La donna però non si è sentita di abortire, per motivi religiosi.

Avvenuto il parto, la coppia ha portato via la bimba sana, lasciando alla donna il maschietto, affetto da una grave cardiopatia. E' in corso una crisi diplomatica tra Thailandia e Australia e una colletta a livello mondiale per pagare la costosa operazione, che la madre non può permettersi.

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Thailandia-il-piccolo-Gammy-edown-e-i-genitori-adottivi-lo-abbandonano-55b82cfd-83e3-4117-afeb-afb2d23add61.html 

Questo tragico episodio, al di là delle idee di ognuno, deve farci riflettere tutti su fino a che punto sia giusto spingerci nella terapia della sterilità. Le problematiche aperte dal caso sono molteplici.

E' giusto affittare l'utero di una  donna povera?
Chi è la vera madre, quella che ha fornito l'utero, quella che ha fornito il seme del marito o quella che ha fornito l'uovo, se non coincide con nessuna delle suddette?

E' giusto imporre alla donna che porta avanti la gravidanza l'aborto selettivo di uno dei 2 feti, affetto da malattia congenita, col rischio di abortire anche il feto sano?

E' giusto separare 2 gemellini appena nati, abbandonando quello malato e trattandolo alla stregua di un prodotto di scarto? Il padre biologico è lo stesso per entrambi.

Credo che, di fronte a un caso del genere, ognuno di noi, pazienti ed operatori, si debba fermare a riflettere.