La Corte di Cassazione con recente sentenza del 20 agosto 2013, n. 19220, ramenta ai medici il dovere di un rapporto personale con il paziente che sta per sottoporsi a procedura. Quest'ultimo ovvero il paziente ha il diritto di essere informato circa i rischi mediante l'uso di un linguaggio che tenga conto del suo livello culturale.

Il "principio di merito" appare essere, anzi è, sacrosanto. Ma nella pratica clinica quotidiana chi valuterà e sentienzerà quale sia il reale livello culturale del paziente? Ed ancora più importante chi potrà esprimersi circa lo "stato psichico" del paziente nel momento della firma? Cosa accadrà? E' da ipotizzare come, forse, ci saranno "giudizi a posteriori".

Un ulteriore aumento dei contenziosi poi rivelatisi infondati.

Un incremento della così detta medicina difensiva e, pertanto, dei costi della sanità.

Una ulteriore impennata del "gioco" che chiameremo "avvocati contro medici"?

Fortunatamente la stragrande maggioranza degli avvocati "fa l'avvocato" così come la stragrande maggioranza dei medici "fa il medico".

Immaginiamo come un sanitario prima di ogni procedura formuli un questito al giudice tutelare per essere sicuro di aver compilato il modulo di consenso informato ed esposto al paziente ogni possibile risvolto correttamente in rapporto al livello culturale del proprio assistito.

Credo sia necessaria una profonda riflessione circa i propri atti ognuno secondo la figura professionale che ricopre e per quanto di propria competenza.