Soluzioni dinamiche per la stabilizzazione lombare

Giovedì 22 novembre 2012, presso l'Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna si è svolto un convegno di aggiornamento sulle acquisizioni nel campo della stabilizzazione dinamica ed ibrida lombare, aperto a medici ortopedici e neurochirurghi, con introduzione teorica dell'argomento, discussione di casi clinici ed interventi chirugici dal vivo.

La stabilizzazione dinamica lombare è una pratica entrata in campo clinico dalla metà degli anni '90, che quindi permette ormai considerazioni su pazienti trattati oltre 15 anni fa.  I pazienti entrati in questo tipo di studi sono affetti da quadri degenerativi di vario grado della colonna lombo-sacrale prevalentemente, con interessamento parziale anche del tratto dorsale. In coda ai quadri classici di spondilodiscoartrosi di vario grado, osteofitosi, spondilolistesi, è stato interessante ascoltare la presentazione e le impressioni su diagnosi e trattamento della scoliosi 'de novo', una forma di scoliosi acquisita in età avanzata su base degenerativa.

L'orientamento clinico di stabilizzazione dinamica-ibrida si è posto in totale controtendenza rispetto alla precedente tradizione di stabilizzazione rigida e artrodesi, ovvero una soluzione di immobilizzazione chirurgica delle articolazioni vertebrali.

Quindi alla generale impostazione di voler assumere un atteggiamento conservativo sulle articolazioni, il disco intervertebrale e le faccette articolari, mantenendo il più possibile la loro funzione, è seguita una accurata analisi della cosidetta cascata degenerativa, classificando così i gradi successivi di degenerazione artrosica del disco e delle altre articolazioni onde individuare un punto di non ritorno, ossia uno stadio di degenerazione oltre il quale viene definitivamente persa la funzione articolare.

Una volta acquisita familiarità ed omogeneità con il 'grading' della degenerazione artrosica e individuato il punto di non ritorno, si stabilisce il limite oltre il quale non è più indicato un trattamento chirurgico adatto a conservare la funzione articolare e quindi la dinamica della colonna vertebrale. Inoltre grazie alla stessa classificazione delle caratteristiche cliniche e radiologiche della degenerazione artrosica si può osservare come in uno stesso paziente vi possano essere gradi diversi di degenerazione ai diversi e contigui livelli vertebrali.

Tutto questo dovrebbe condurre non solo ad una diagnosi generale di degenerazione artrosica, ma ad una valutazione del grado di danno ad ogni singolo livello, permettendo così di proporre un trattamento adeguato per ognuno di questi livelli e di restringere la chirurgia li dove sia strettamente indicata.

Questo è un pò il senso delle soluzioni 'ibride' proposte appunto nel convegno, dove per ibrido si intende in senso stretto una composizione dello stesso sistema di stabilizzazione in parte dinamico in parte rigido. In senso più lato, basato sulla esperienza del chirurgo, dalla composizione del trattamento con soluzioni diverse, oltre il sistema presentato, con viti transarticolari, translaminari, con spaziatori interspinosi o, più semplicemente con trattamento conservativo ed osservazione nel corso del tempo per riuscire a cogliere con esame clinico e studio radiologico quei cambiamenti nella cascata degenerativa che possano precedere danni definitivi.