Westwood AJ ha di recente pubblicato il seguente studio: Prolonged sleep duration as a marker of early neurodegeneration predicting incident dementia. [Neurology. 2017; 88(12):1172-1179 (ISSN: 1526-632X)] il cui scopo è stato di correlare la quantità di sonno come valore predittivo di una diagnosi di demenza posta in seguito (hazard ratio [HR] 2.01; 95% confidence interval [CI] 1.24-3.26).

I risultati sono stati inaspettati ed interessanti. Sono stati esaminati in un follow-up di 10 anni 234 soggetti affetti da declino cognitivo lieve (Mild Cognitive Impairment –MCI-), di età uguale o superiore a 65 anni, ed è emerso che il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer era maggiore nei soggetti che dormivano più di 9 ore per notte.

La questione è se questa durata maggiore di sonno (> 9 h) sia un sintomo premonitore di demenza o se in realtà sia già una parte della malattia. Personalmente propendo per la seconda ipotesi, dal momento che una variazione del pattern di sonno sia in quantità ridotta che prolungata costituisce un segno precoce di demenza neurodegenerativa.

Ma da questo studio è emerso un altro elemento di grande interesse: tra coloro che avevano una durata del sonno superiore alle 9 ore il rischio di demenza era aumentato del 600% se si trattava di soggetti con livello culturale basso (senza un diploma di scuola media superiore). Ciò si spiega con la teoria abbastanza accreditata che un più elevato livello culturale costituisca una “riserva cognitiva” (cognitive backup system) che protegge dalla demenza. Pertanto, combinando i due fattori valutati in questo studio (maggiore durata del sonno e basso livello culturale) si può pronosticare in modo abbastanza attendibile, in soggetti con declino cognitivo lieve, lo sviluppo di una demenza di altro tipo (HR 2.43; 95% CI 1.44-4.11) oppure di Alzheimer (HR 2.20; 95% CI 1.17-4.13).

Pertanto, in soggetti esaminati per un declino cognitivo lieve (MCI) è imperativo desumere anche una dettagliata anamnesi del sonno (durata, variazioni occorse nel tempo, qualità del sonno) che può fornire qualche indizio per diagnosticare se il MCI sia già un elemento dell’Alzheimer o se rappresenti una pseudo-demenza da depressione o da altre cause (ad esempio, deficienza vitaminica o alterazione metabolica).

Infatti, nell’Alzheimer vi è una dimostrata correlazione con anomalie del pattern di sonno che si manifestano anni prima dell’evidenza clinica del declino cognitivo. Da un recente studio di Holth, Patel e Holtzman (Sleep in Alzheimer's Disease - Beyond Amyloid) emerge una relazione bi-direzionale fra disturbi del sonno ed aumento della sostanza amiloide β (Aβ) ed una sua ridotta eliminazione e si è ipotizzato che il suo sequestro nelle placche amiloidi sia a sua volta responsabile di un disturbo del sonno nella fase pre-clinica dell’Alzheimer, consistente in inadeguata fase REM (Rapid Eye Movements).

Al riguardo va fatto presente che le cose che apprendiamo nelle nostre attività quotidiane vengono depositate nella memoria durante la fase REM che, se è inadeguata, causerà una riduzione della funzione cognitiva il giorno successivo per una ridotta eliminazione di Aβ.

In conclusione, una durata prolungata del sonno in soggetti con MCI e basso livello culturale potrebbe essere un marker di processo neuro-degenerativo ed essere utilizzato per identificare la progressione verso una fase clinica di demenza nel giro di 10 anni.

 

Holth J; Patel T; Holtzman DM:   Sleep in Alzheimer's Disease - Beyond Amyloid.

Neurobiol Sleep Circadian Rhythms. 2017; 2:4-14