Quando da parte di un soggetto anziano o dei suoi familiari si comincia a rilevare la presenza di difficoltà di memoria, specialmente se interferiscono nelle attività abituali, si genera l’immediato timore che sia incipiente una demenza senile. E’ frequente, in questi casi, la diagnosi neurologica di declino cognitivo lieve che, seppur esprima un danno organico delle funzioni cognitive, può anche essere di per sé una forma di decadimento non particolarmente grave. Per converso, occorre far presente che anche in un cervello fisiologicamente invecchiato, in cui cioè sia evidente la perdita di sostanza o atrofia, può non esservi alcun patologico coinvolgimento delle funzioni cognitive, in quanto le parti sane sono ancora in grado di compensarle. Il disturbo neuro-cognitivo, noto anche con l'acronimo anglosassone MCI, anche se lieve deve essere sempre correttamente diagnosticato perché può aumentare le probabilità di sviluppare la malattia di Alzheimer negli anni a venire.

 Da una recente ricerca, pubblicata il 18.05.2018 su JAMA Neurology, emerge un risultato che apre nuove prospettive in questo campo e per comprenderne appieno il significato è necessaria una premessa preliminare. La PET (Positron Emission Tomography) è una tecnica diagnostica che utilizza un radio-isotopo tracciante agganciato ad un vettore metabolicamente attivo, che si lega cioè a specifici recettori, e che emettendo positroni, che si trasformano in fotoni gamma, fornisce una mappa funzionale dell’organo bersaglio. Già dal 2012 per una valutazione funzionale dell’attività colinergica (ossia il sistema di neurotrasmissione che risulta alterata nella malattia di Alzheimer) si utilizza come biomarker il tracciante 11C MP4, che fornisce la misura dell’attività della colinesterasi, rivelandosi quindi come un indicatore molto sensibile dell’alterato funzionamento della trasmissione degli impulsi elettrici fra le sinapsi neuronali, già apprezzabile nelle fasi pre-cliniche della malattia. La causa della ridotta attività del sistema colinergico è ricondotta all’accumulo della proteina beta-amiloide al di fuori dei neuroni ed all’aggregazione della proteina tau al loro interno.

Su questa scia si inserisce la ricerca di David Wolk e Coll., della Pennsylvania University, Philadelphia, (USA) che ha specificamente testato la capacità di un tracciante della beta-amiloide, il flutemetamolo F18, di valutare il rischio di progressione da MCI a probabile malattia di Alzheimer in 232 pazienti. I risultati dello studio indicano che il 53,6% dei pazienti con risultati positivi alla scansione era progredito alla diagnosi di probabile Alzheimer, rispetto a quel 22,8% di pazienti la cui PET aveva esibito risultati negativi. Il tasso di progressione annuale era in media del 12,1% ed era più alto nei pazienti con scansione positiva (17,5%) rispetto a quelli con risultati di scansione negativa (7,9%).

 

In conclusione ciò ha indicato che i soggetti con MCI, che avevano una scansione β-amiloide positiva, avevano 2,51 volte più probabilità di progredire nel giro di 3 anni ad Alzheimer rispetto ai pazienti con scansioni negative. Inoltre, se alla Risonanza Magnetica erano già presenti segni di neuro-degenerazione, rappresentata da perdita di volume dell’ippocampo, le probabilità di progredire ad Alzheimer per questi pazienti erano di 5,6 volte in più rispetto a quelli con scansioni negative e senza segni di neuro-degenerazione.

 

Nella pratica clinica, ciò parallelamente migliora la possibilità di diagnosticare una demenza cerebro-vascolare, nei casi in cui il paziente abbia una scansione β-amiloide negativa ma mostri la tendenza a progredire verso la demenza, consentendo di attivare in modo più efficace i provvedimenti per la riduzione del rischio vascolare. Non da ultimo, il rilievo di una scansione positiva può riverberarsi sul planning da parte dei familiari del paziente su come e dove vivere o se avviarlo a centri specifici di riabilitazione.

 

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