L’ accumulo della proteina beta-amiloide e la formazione dei grovigli neuro-fibrillari, responsabili della perdita neuronale nell’Alzheimer, anticiperebbero di 10-15 anni l’esordio dei sintomi della malattia, che poi tumultuosamente evolvono causando progressive disabilità che interferiscono sempre più nello svolgimento delle attività quotidiane. Un riconoscimento precoce dell’Alzheimer, quando ancora nessun disturbo di memoria o cognitivo si è manifestato, non è agevole neppure a Medici esperti in questo settore, eppure ciò potrebbe consentire un intervento farmacologico con farmaci attivi sull’acetilcolina volti a mantenere ancora per qualche tempo integre le funzioni cognitive e a ritardare l’esordio della disabilità. Quando il disturbo di memoria comincia ad essere più consistente, seppure non ancora disabilitante, è possibile riconoscere che queste proteine neurotossiche si stiano accumulando, attraverso indagini del tipo della Tomografia a Emissione di Positroni con tracciante per l’amiloide (Amyloid-PET), Risonanza Magnetica ad alta definizione e con dosaggio liquorale di beta-amiloide e proteina tau e, ovviamente, mediante somministrazione di test cognitivi.
 
Se un soggetto presenti solamente delle lievi dimenticanze, anche il Neurologo resta talvolta perplesso se sia veramente indicato ricorrere a queste complesse indagini. Grazie ad una nuova e promettente ricerca, è possibile oggi con un semplice esame di oftalmologia decidere se sia opportuna l’esecuzione di questi specifici esami diagnostici che vanno alla ricerca dei cosiddetti marcatori di malattia.
 
La Dr. Cecilia Lee, Professore di Oftalmologia alla University of Washington School of Medicine ha individuato un nuovo metodo di screening per l’Alzheimer utilizzando l’occhio come la finestra per guardare nel cervello e l’8 Agosto 2018 ha riportato i risultati dello studio in Alzheimer and dementia, Journal of Alzheimer’s Association.
 
I Ricercatori hanno esaminato nel corso di 5 anni una popolazione di 3.877 pazienti, di età > 65 anni ed esenti da disturbi cognitivi riferibili ad Alzheimer, che risultavano affetti da una di queste tre malattie oftalmiche: degenerazione maculare senile, retinopatia diabetica e glaucoma.
 
La degenerazione maculare senile è una malattia legata all'invecchiamento che colpisce la macula, ossia la porzione più centrale della retina e costituisce la principale causa di perdita grave della visione centrale nel soggetto anziano. La retinopatia diabetica, come il termine stesso indica, è una grave complicanza del diabete e viene diagnosticata in circa un terzo dei diabetici. Il glaucoma è una malattia oculare correlata generalmente a una pressione dell’occhio troppo elevata.
 
I soggetti arruolati nella ricerca facevano anche parte dello studio Adult Changes in Thought database iniziato nel 1994 dal Dr. Eric Larson al Kaiser Permanente Washington Health Research Institute. Intersecando i dati desunti dalla Lee con quelli del database di Larson è emerso che in 792 casi si è avuto sviluppo della malattia di Alzheimer. Ciò ha consentito di concludere che i soggetti affetti da degenerazione maculare senile o da retinopatia diabetica o da glaucoma sono dal 40 al 50% di più a rischio di contrarre la malattia di Alzheimer, rispetto a persone della stessa età ma indenni da queste malattie. Contestualmente i ricercatori hanno escluso che la diagnosi di cataratta costituisca fattore di rischio per l’Alzheimer.
 
Il Prof. Paul Crane della Division of General Internal Medicine, alla UW School of Medicine, ha commentato i risultati di questa ricerca enfatizzando il concetto che si possano apprendere le condizioni del cervello del soggetto anziano “guardandolo negli occhi” e, se dovesse risultare affetto da una delle tre descritte condizioni oftalmiche, ipotizzarne il rischio di Alzheimer. Ciò renderà gli Oftalmologi in primis ma anche i Medici di base più consapevoli nel ricercare nei soggetti affetti da queste patologie segni anche lievi di decadimento cognitivo. Il risvolto pratico della ricerca deve essere visto nella possibilità di una diagnosi precoce e nell’adozione tempestiva delle misure terapeutiche e preventive che interferiscano nel trend attuale che prevede fra 30 anni un numero triplo di pazienti con demenza di Alzheimer, rispetto al numero attuale che si aggira sui 46 milioni di casi nel mondo.
 
In conclusione, la ricerca della Dr. Lee mette a fuoco il concetto che quanto accade nell’occhio, che è una estensione del Sistema Nervoso Centrale, possa segnalare quanto stia accadendo nel cervello con l’auspicio che ulteriori studi consentano di comprendere meglio la interconnessione nella loro neuro-degenerazione, migliorando la diagnosi ed il trattamento della malattia di Alzheimer.
 
 
 
 
 



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