Tutti quanti più o meno si ricordano la storia di Lady D., la principessa Diana morta 15 anni fa a Parigi in seguito ad un incidente stradale. All’epoca tra le altre ipotesi si accusò l’autista, deceduto anche lui, di essere responsabile per avere assunto la sera dell’incidente una capsula di un noto antidepressivo mischiata ad alcolici. In effetti l’assunzione del farmaco potrebbe avere interferito con le capacità di giudizio del conducente. Poi vedremo perché.

Dal 2003 l’EMEA (Agenzia Europea del Farmaco: European Medicines Agency) ha richiesto la standardizzazione dei farmaci esistenti in quattro classi che indicano la potenziale pericolosità per chi si mette alla guida: dal livello 0 = rischio nullo al livello 3 = rischio maggiore. Lo scopo è di promuovere una maggiore consapevolezza nel medico prescrittore e nel cittadino che assume i farmaci, oltre che di evitare incidenti stradali gravi.

A seguito di questa iniziativa dell’EMEA noterete nelle confezioni di molti farmaci delle piccole icone che mostrano un’autovettura in un triangolo colorato con una scritta: bianco, o giallo (= fare attenzione), arancione (= fare molta attenzione) e rosso (= pericolo, non guidare), secondo un criterio di gravità crescente.

L’Italia sembra non avere ancora recepito questa direttiva in quanto nella scatola di un noto farmaco per il raffreddore contenente un antistaminico ad azione centrale molto sedativo, pur essendoci scritto in piccolino di fare attenzione, non compare ancora l’icona arancione (livello 2) che consiglia molta prudenza nell’uso dell’auto dopo l’assunzione di questo farmaco e di non guidare senza il parere di un medico. Infatti scriverlo non basta, mentre l’icona colorata permetterebbe un colpo d’occhio immediato.

E’ noto infatti che alcuni farmaci ad azione depressogena sul sistema nervoso centrale come ansiolitici, ipnotici e anticonvulsivanti e anche alcuni farmaci anti-diabetici, anti-ipertensivi, anti-istaminici e tanti altri che possono influire sul livello di vigilanza, senza parlare delle droghe, dell’alcool, degli oppiacei, sono nella lista dei farmaci controindicati o proibiti per chi deve mettersi al volante.

È storia relativamente nuova invece l’allerta sugli antidepressivi (relativamente perché è noto da tempo che con antidepressivi ad effetto sedativo è consigliabile non mettersi al volante) che deriva da due studi francesi dell’Università di Bordeaux, e rilanciata in questi giorni dalle principali agenzie di stampa, dai giornali e in vari blog sulla salute (si veda ad esempio www.ansm.sante.fr o www.psychomedia.qc.ca).

In questi studi i ricercatori hanno analizzato i dati derivanti da 3 database nazionali francesi: quello dei rapporti di Polizia, quello del registro Nazionale degli incidienti gravi della Police Nationale, e quello della Assurance Maladie (la parte del nostro Sistema Sanitario Nazionale che rimborsa i farmaci e le cure) dove arrivano tutte le prescrizioni dei farmaci su scala nazionale, anche quelle di antidepressivi (vedi Orriol et al., 2010; Orriol et al, 2012).

In questo modo si possono sapere quanti tra le persone coinvolte e responsabili di incidenti gravi assumevano antidepressivi al momento dell’incidente. I risultati dello studio confermano quanto già conosciuto sugli antidepressivi di prima generazione e indicano che gli antidepressivi in genere potrebbero ridurre l’attenzione all’inizio della terapia o quando si cambiano dosaggi o si passa ad altro antidepressivo.

Gli autori però si spingono oltre dicendo che gli antidepressivi attualmente nella lista arancione, potrebbero passare nella lista rossa in quanto sono gravemente implicati in caso di incidenti stradali.

Tuttavia lo studio potrebbe contenere a nostro avviso diversi bias che falsano i risultati e portato a conclusioni erronee e che meritano ulteriori approfondimenti prima di saltare a conclusioni.

Il principale bias metodologico è che si è partiti da un campione di popolazione già selezionato, persone coinvolte in incidenti stradali gravi, e si sono analizzati i dati relativi solo a questo campione: farmaci, alcolici e altre sostanze che i responsabili del’incidente assumevano al momento del crash.

I dati relativi agli incidenti non sono stati incrociati con altri dati di rilievo come: il numero totale della popolazione che guida (ad esempio quanti hanno la patente o posseggono un auto), il numero totale di quanti assumono farmaci antidepressivi e si mettono al volante, le cause degli incidenti causati da altri fattori, i fattori che possono essere responsabili di diminuzione della vigilanza e attenzione a prescindere dall’uso di farmaci, e insomma si è estrapolato che gli antidpressivi sono pericolosi, senza distinzione del tipo di antidepressivo e senza considerare al contrario gli effetti benefici che potrebbero produrre in chi si mette al volante stesso.

Senza questi fattori le conclusioni dello studio non sono valide.

Invece vi è un’altra condizione sottovalutata in cui gli antidepressivi potrebbero essere pericolosi al volante: il viraggio ipomaniacale o maniacale. Infatti tutti gli antidepressivi possono causare degli stati di eccitazione e euforia in cui si può perdere il senso della misura e il giudizio è alterato facendo vedere le cose più facili di quello che sono. Ma non è una condizione che si verifica immediatamente come l’effetto sedativo, occorre un po’ più di tempo. Per questo è necessaria un’attenta valutazione del medico psichiatra che giudica lo stato psichico del paziente cui ha prescritto antidepressivi.

Tornando a Lady Diana, senza addentrarsi nella tesi del complotto, è più logico pensare che si sia trattato di una tragica fatalità perché l’autista guidava veloce, era leggermente euforico, leggermente disinibito dall’alcol bevuto e abbagliato dalla luce di un faro (evento prevedibile se si guida di notte).

Insomma è stato imprudente (e con lui gli altri occupanti la macchina) come nella maggior parte degli incidenti stradali.

 

Fonti