Torniamo a parlare di Disturbo Bipolare. Oggi prendo spunto da un video de “Le iene”, un'intervista a Sara Tommasi, che commentava l'insieme delle sue vicende e si mostrava come è ora.

https://www.iene.mediaset.it/video/nina-sara-tommasi-oggi_83499.shtml

La giudico un'intervista coraggiosa, soprattutto perché si dicono chiaramente alcune cose, che in genere non passano il filtro automatico della comunicazione pubblica.

Intanto, la prima è la diagnosi: la Tommasi dice chiaramente che il nome della sua malattia è Disturbo Bipolare. La quasi totalità delle persone pubbliche che ne soffre non usa questo termine, o lo sfiora, per poi buttarsi a parlare di depressione. Gli interventi di tutti gli improbabili “depressi famosi” - abbinamento dubbio in partenza – possono al limite chiarire qualcosa in tema di depressione, ma hanno la pecca di distorcere l'oggetto della discussione, forse per renderlo in qualche modo più “dolce”. Dire depressione fa sentire più vicino alla gente, perché un po' tutti potremmo dire di averne sofferto, perché si può scambiare così a prima vista per uno stato dell'anima che prima o poi capita a tutti, e anche perché si può pensare che a monte ci siano dolori, dispiaceri, fatti da raccontare. Insomma la depressione attira delle reazioni di compassione, di comprensione, e neanche dà l'idea che si parli di una vera e propria malattia.

Disturbo Bipolare lascia pochi equivoci: è una cosa più precisa, non è ansia, non è depressione, semplicemente è una malattia con le sue caratteristiche. Cosa viene in mente quando si dice malattia? Che può capitare, che non necessariamente se ne deve cercare una causa all'esterno, e che possibilmente si cura per star meglio.

Sembra strano ma pur di non passare su questo piano, molte persone rifiutano il concetto di malattia, e rimbalzano tutto ciò che vivono o hanno vissuto su spiegazioni che tirano in ballo gli altri, il mondo, gli eventi negativi (mai quelli positivi, che invece nel disturbo bipolare hanno un ruolo importante nello scatenamento della mania).

Nella storia della Tommasi ad esempio salta fuori, non solo da questa ricostruzione che fa più fede, ma anche da altre, che la fase di grande successo è stata come un salto nel vuoto, una rapida accelerazione che in qualche modo ha poi prodotto una serie di conseguenze. L'uso di droghe può essere una di queste, così come anche non esserci, perché la mania può essere scatenata da eventi positivi (come anche essere spontanea, a freddo).

Ma al di là del ruolo degli eventi, quel che le è capitato è espressione delle dinamiche di un disturbo, non delle dinamiche del sistema, del mondo dello spettacolo etc.

La Tommasi afferma che non ce l'ha con nessuno, almeno non ritiene cause del suo disturbo gli incontri “infelici” che può aver avuto. Questo è un altro punto importante: durante le fasi del Disturbo, soprattutto quelle maniacali, si trovano persone disposte ad approfittarne. La persona in fase maniacale non va immaginata come un gigante di pietra, che si staglia su tutto e tutti, ma come una persona che si sente potente e invulnerabile, amata e spalleggiata, piena di risorse e destinata ad aver successo, in un mondo che invece è, banalmente, sempre il solito. Le sue disavventure (truffe, raggiri, spesso abusi di ogni tipo, derivano fondamentalmente dalla vulnerabilità che il Disturbo, e la Mania in particolare, pone in essere).

Anche questo tipo di dichiarazione è coraggiosa. Poiché in mania si fanno cose “imbarazzanti” spesso, sarebbe una facile via d'uscita addossare la colpa ad altri. Non è una malattia, è una colpa, e di altri. Non è invece una colpa, perché non può esserlo una malattia, ma è mia.

 

Riguardando le interviste della Tommasi nel periodo di malattia, a più riprese, il Disturbo si nota. Nella maggior parte dei casi i commenti alle sue iniziative di quel periodo riguardavano o la sua evidente alterazione, o invece una sua confusa e goffa volontà di apparire a tutti i costi. Difficile dire quali fossero nei vari momenti le droghe in azione, o se ve ne fossero o meno, ma questo non cambia, poiché il Disturbo si riconosce anche a parità di droghe.

Nella fattispecie, quello che si notava era uno stato di assenza, di coartazione emotiva, cioè reazioni emotive tutte appiattite su un versante unico (quello della risata, dell'allegria fatua, della scherzosità vuota di contenuti), oppure un'emotività letteralmente schiacciata (la persona non reagisce, non ha niente da dire, ripete quello che le si dice, è distratta facilmente). E' sbagliato pensare che la mania sia sempre uno stato francamente euforico, o agitato. Ne esistono forme dissociative, e anche l'effetto delle droghe, che in generale è euforizzante, se una persona ha una biologia Bipolare può indurre più facilmente degli stati paradossali, i cosiddetti stati misti: la depressione agitata, la mania confusa, la mania con iinibizione motoria. Situazioni in cui ci sono elementi di eccitamento ed altri di blocco.

 

Punto secondo è la cura. La Tommasi dice chiaramente che ne è uscita curandosi, e che forse la cura la dovrà proseguire anche tutta la vita, e che se la sospendi, è più che possibile che tu perda un'altra volta il filo della tua vita. Sono affermazioni semplici, ma coraggiose poiché rinunciano a tutta una serie di presunzioni. Per esempio quella di dire “è una malattia, ma ora che lo so la controllo da me”, oppure “E' stata una malattia, ora ne sono uscito, non ricapiterà perché non ormai ho capito i miei errori”, oppure “I farmaci mi hanno aiutato, ma finché non decidi tu di venirne fuori, non ne puoi uscire veramente”.

Appare anche evidente, per come parla, si muove, e ragiona, che “sotto farmaci” si può stare benissimo. Molte persone invece, proprio nel momento in cui stanno bene, “vendono” a tutti pubblicamente la versione che stanno bene per grazia divina, o meglio per forza propria, e omettono di dire che la terapia c'è ancora, e che anzi quel benessere è sostanzialmente il risultato della terapia che c'è ancora.

Anche la consapevolezza della ricaduta è sorprendente, perché pochi avrebbero la lucidità per dire seccamente che il rischio di ricaduta dipende dal fatto di rimanere senza cura. Spesso è il contrario, è una rincorsa con se stessi per sospendere la cura, come se il tassello finale per uscire dal Disturbo Bipolare fosse “smettere la cura”.

 

Un messaggio quindi completo e diretto, che non lascia spazio a inutili sfrangiamenti per cui “tutto può dipendere da tutto” e “tutto può curare tutto”. Sperando che sia utile per chi, affetto da questo Disturbo, evita la cura anziché il Disturbo, e è trascinato verso la ricaduta credendo di correre libero.