Una nuova ricerca spiega perché è opportuno resistere alla tentazione d’imparare da chi ha avuto il massimo del successo, e dal copiarlo.

Le persone di successo non gradiscono che i loro risultati eccezionali vengano spiegati in termini di fortuna o caso, e anche il pubblico sembra riluttante a riconoscere il ruolo della fortuna nel determinare il successo. Di conseguenza, le storie che ottengono più attenzione sui media sono quelle delle persone che hanno raggiunto le vette più alte. Questi outliers (casi rari) sono percepiti come i più abili, ricevono le ricompense più ambite e vengono copiati.

Il Dr. C. Liu, assistente professore di scienze e strategie comportamentali alla Warwick Business School e il professor Jerker Denrell della Oxford Saïd Business School, mostrano però la fallacia dell’idea secondo cui i performer eccezionali sarebbero anche i più abili. Il motivo di tale fallacia è che le performance eccezionali spesso si verificano in circostanze eccezionali. Le persone di successo sono spesso le più fortunate, che hanno potuto beneficiare di dinamiche del tipo “i ricchi diventano sempre più ricchi”.

Consideriamo ad esempio un individuo che abbandona l’università, ma nonostante ciò diventa la persona più ricca del pianeta. Certo, Bill Gates può avere un grande talento, ma il suo successo estremo forse dice di più riguardo alle circostanze, fuori dal suo controllo, che sono state in grado di creare un simile fenomeno. Ciò che è veramente eccezionale non è tanto il talento di Bill Gates, ma le circostanze nelle quali si trovava all’inizio del suo percorso.

Ad esempio, l’appartenere a una classe sociale agiata gli ha permesso di ottenere esperienza come programmatore software quando neanche lo 0.01% dei suoi coetanei aveva accesso ai computer. I legami sociali di sua madre con il presidente della IBM gli hanno reso possibile stipulare un contratto con l’azienda allora leader del mercato dei PC, generando un effetto di blocco della concorrenza che si è rivelato cruciale nella costruzione del suo impero.

Ovviamente il talento e l’impegno di Gates hanno avuto un ruolo importante nel determinare l’estremo successo di Microsoft. Ma ciò non è sufficiente per creare un fenomeno: talento e impegno sono meno importanti delle circostanze.

Un pensatore razionale dovrebbe pertanto rendersi conto che è più utile trarre lezioni da chi ha avuto meno fortuna, cioè da chi è arrivato secondo, perché le loro circostanze sono state probabilmente meno estreme, meno informative, lasciando quindi più spazio al ruolo dell’abilità e delle capacità.

Il Dr. Liu commenta: “Gli esseri umani seguono spesso l’euristica d’imparare da chi ha avuto il successo maggiore. Ma la nostra ricerca ha trovato che anche quando ai soggetti venivano dati feedback chiari e incentivi per essere obiettivi nelle valutazioni, il 58% di loro decideva comunque che chi aveva avuto più successo doveva essere colui che aveva le capacità più elevate, anche quando non era vero, scambiando la fortuna per capacità.

“Tale presupposizione può portare facilmente a delusioni: anche se uno riuscisse a imitare tutto ciò che Bill Gates ha fatto, non sarebbe capace d’imitare le condizioni al contorno iniziali. Ciò implica che tentare di copiare le strategie di chi ha avuto più successo può trasformarsi in boomerang, perché è improbabile che l’imitatore riuscirà a ottenere performance eccezionali, a meno di non ricorrere a rischi eccessivi o imbrogli, il che potrebbe spiegare almeno in parte le ricorrenti crisi finanziarie e alcuni scandali.”

La ricerca ha ricadute importanti sull’apprendimento e sui criteri secondo cui individui, organizzazioni e società stabiliscono i loro obiettivi (goal setting). I media e i libri di psicologia spicciola danno consigli su come imparare dai migliori, con l’obiettivo di passare da “bravo” a “eccezionale”. Ebbene, secondo gli autori di questo studio tali consigli portano facilmente a delusione, frustrazione e risorse sprecate (tempo e denaro), perché ci vuole più fortuna che talento per diventare un caso raro di successo eccezionale.

Imparare invece da chi è arrivato secondo e stabilire obiettivi tipo “da scarso a bravo” potrebbe essere più costruttivo non solo per gli individui, ma anche per le imprese e per la società nel complesso.

Avere un occhio di riguardo per chi è arrivato secondo, quando è evidente che una performance estremamente alta non può essere ottenuta senza fortuna, rischio eccessivo o imbrogli, potrebbe essere anche una soluzione per evitare crisi e scandali. Ma dal momento che la relazione non lineare fra performance e valutazione è controintuitiva e può essere percepita addirittura come ingiusta, è necessario inventare modi per insegnare alle persone a resistere alla tentazione d’imitare i top performers.

Concetti analoghi sono espressi molto bene anche da Nassim Taleb nei suoi mirabili Il cigno nero e Giocati dal caso, il primo dei quali è stato inserito dal Sunday Times nella rosa dei “libri che hanno cambiato il mondo”.

Fonte:
J. Denrell, C. Liu. 2012. Top performers are not the most impressive when extreme performance indicates unreliability. Proceedings of the National Academy of Sciences.