E’ possibile imparare a deprimersi frequentando un soggetto depresso? 
Secondo una ricerca condotta su 103 coppie di matricole di un college statunitense che condividono la stanza sì: gli studenti assegnati a compagni di stanza che presentavano maggiori livelli di vulnerabilità cognitiva alla depressione hanno sviluppato a propria volta una maggiore vulnerabilità e, a distanza di 6 mesi, erano anche più depressi che in partenza. 
Si erano insomma appropriati di uno stile cognitivo che favorisce l’insorgenza di depressione semplicemente frequentando un compagno di stanza già a rischio.

Cosa era successo nel frattempo? 
Lo studio sperimentale ha verificato la contagiosità dei fattori che determinano la “vulnerabilità cognitiva alla depressione” e che consistono in una serie di cogniizoni negative su di sè e nella tendenza a ritenere che gli eventi negativi della vita dipendano da fattori esterni a sé e non controllabili (Locus of Control esterno) e da proprie mancanze e inadeguatezze.
In sostanza quindi la vulnerabilità cognitiva alla depressione è data da senso di impotenza/inefficacia e senso di colpa/inadeguatezza che, combinati, producono la convinzione che le piccole o grandi sventure siano meritate e senza rimedio e che i passaggi critici dell'esistenza presentino risvolti negativi insuperabili, ma producono anche la rimuginazione ossessiva sul tema del malessere personale che in tal modo ne esce ingigantito pur se temporaneo: tutto questo alimenta lo sconforto e la convinzione del soggetto di non potervi rimediare, oltre che di essere sempre a rischio di provarlo nuovamente.

La vulnerabilità cognitiva alla depressione dipende dalla storia dell’individuo e in particolare dall’ambiente nel quale nasce e trascorre i primi anni di vita e dalla qualità delle sue relazioni primarie: la vulnerabilità cognitiva dipende dalla presenza di alcun fattori avversi come il maltrattamento psicologico e la tendenza dei genitori a interpretare negativamente il comportamento del bambino, trasmettendogli una visione e un’interpretazione negativa di sé e della sua possibilità di fronteggiare momenti ed eventi negativi.
Tali cognizioni negative sono predittive rispetto allo sviluppo di sintomi e disturbi depressivi e accompagnano il soggetto per tutta la vita: la vulnerabilità cognitiva è infatti stabile nel tempo, ma la ricerca ha dimostrato che è possibile modificarla con opportune strategie attuando una prevenzione della depressione.

Diverse ricerche negli ultimi anni hanno dimostrato che la vulnerabilità cognitiva rappresenta un importante fattore di rischio per la depressione e che ne determina l’insorgenza interagendo con i fattori di stress (eventi negativi e singoli momenti di umore depresso) e portando a implicazioni negative per il futuro e l’autostima. 
Esaminando il livello di vulnerabilità cognitiva di soggetti non depressi è possibile predirne il successivo sviluppo di sintomi e disturbi depressivi

Cosa succede a chi sta accanto a una persona con queste caratteristiche?
Dai risultati dello studio sulle matricole universitarie emerge che impara a sua volta a sviluppare queste cognizioni negative: tale cambiamento diviene stabile nel tempo ed espone in tempi successivi all’insorgenza di sintomi depressivi.
Se la vulnerabilità cognitiva alla depressione è contagiosa lo sono infatti anche le sue conseguenze, come dimostra la rilevazione clinica effettuata a 6 mesi dall’inizio dell’esperimento. 
Gli autori concludono che se la vulnerabilità cognitiva alla depressione è appresa è possibile modificarla in entrambe le direzioni e quindi non solo incrementarla, ma anche attenuarla, e sottolineano l’importanza e l’utilità di un intervento che coinvolga anche l’ambiente sociale nel quale è inserito il depresso per curare il suo disturbo: affiancare al paziente persone a bassa vulnerabilità cognitiva alla depressione lo aiuterà ad abbattere anche la propria e ad apprendere una diversa visione degli eventi.

In ottica psicodinamica questi risultati confermano l’importanza delle relazioni primarie nel determinare il futuro benessere dell’individuo e il ruolo dell’interiorizzazione di figure genitoriali supportive nel garantire un supporto interiore che accompagni il soggetto per tutta la vita e che manca quando il genitore abusa emozionalmente del bambino, diventando non un oggetto interno (sito nella psiche) fonte di incoraggiamento e speranza, ma una sorta di “oggetto tossico” che avvelena l’intera esistenza del figlio se questi non accede ad un trattamento psicoterapeutico che corregga tale stato di cose.

Il contagio dello stile cognitivo può derivare dal contagio inconscio di emozioni e pensieri non coscienti che sono potenzialmente presenti in ogni soggetto e che l’empatia e la vicinanza possono sollecitare e far emergere.

Il senso di indegnità e impotenza (Locus of Control esterno) derivano dal senso di colpa che origina dal complesso di Edipo, presente in ogni individuo, e possono essere per questo riattivati anche e soprattutto quando si affrontano cambiamenti di vita importanti (la ricerca ha coinvolto matricole universitarie proprio per poter esaminare persone sottoposte allo stress del cambiamento di vita) che pongono di fronte a nuove sfide e alla necessità di sentirsi forti e capaci, contrapposta al rischio di sentirsi piccoli e insignificanti e quindi in balia degli eventi e incapaci di arginare l’angoscia che può derivare da momenti di disforia passeggera.

In conclusione, quindi, anche considerando la dinamica del contagio depressivo da differenti punti di vista risulta chiaro che l'influenza negativa derivante dal contatto diretto e continuo con chi è depresso (o a rischio di sviluppare depressione per le caratteristiche psicologiche che lo connotano) è reale e dimostrabile.
La psicoterapia della depressione è valida e sostenibile perché, se gli aspetti sottesi ai sintomi depressivi sono inducibili/riattivabili nei soggetti non a rischio e sono disattivabili/elaborabili nei soggetti a rischio, un intervento che si concentri sulle variabili psicologiche è in grado da solo di modificare ciò che causa i sintomi depressivi e quindi realizzare una terapia efficace.

Fonti:

"Cognitive Vulnerability to Depression Can Be Contagious"

"Cognitive Vulnerability to Depression: Exploring Risk and Resilience"