Malati del cellulare, in arrivo cattive notizie per voi.

Ad annunciare questa disgrazia ci pensano i ricercatori della Kent State University Andrew Lepp, Jacob Barkley e Aryn Karpisnski, che recentemente hanno valutato il comportamento di ben 500 studenti universitari al College of Education, Health and Human Services.

Lo studio, nuovo di zecca (verrà pubblicato sulla rivista Computers in Human Behavior nel numero di febbraio 2014), parla chiaro:  le ore passate ad usare il telefonino correlano negativamente con la performance degli studenti e positivamente con ansia, insoddisfazione e infelicità.

Per ottenere questo dato i ricercatori sono partiti da una considerazione: chi ha raggiunto una media (ovvero il punteggio medio ottenuto agli esami) elevata tende ad essere più soddisfatto di sè e della propria vita. Al contrario, una media bassa è associata frequentemente ad un aumento dell'ansia e dell'infelicità.

Il passo successivo è stato misurare la frequenza con cui gli studenti utilizzano quotidianamente cellulari e smartphone. Ebbene, i soggetti telefonicamente più assidui mostrano una performance universitaria peggiore, associata a bassa soddisfazione personale, infelicità e ansia maggiore rispetto a chi usa meno il cellulare.

In altre parole, i più connessi sarebbero anche i più scarsi ed infelici.

Secondo gli Autori di questo interessante studio, i risultati dovrebbero contribuire a stimolare, negli studenti, un utilizzo più consapevole (e moderato) degli smartphone. Una riflessione, in quest'ottica, sembra necessaria tenendo presente l'impatto potenzialmente dannoso di un uso scorretto del cellulare non solo sul rendimento scolastico, ma anche sulla salute psicofisica e, più in generale, sul benessere dei giovani.

La ragione, spiegano i ricercatori, è legata al fatto che l'uso del cellulare rappresenta un comportamento sedentario classico. Con conseguenze classiche sulla salute. Le persone che trascorro buona parte della giornata impegnate in attività sedentarie (al telefono, di fronte alla tv, ecc.) tendono ad essere fisicamente meno attive e perciò maggiormente a rischio da un punto di vista cardiovascolare.

Letta in questi termini, la notizia andrebbe il più possibile divulgata ai nostri adolescenti. Ma con i giovani è difficile trasmettere un messaggio salutare ed incisivo senza dare noi per primi il buon esempio.

 

Fonte: Kent State University News