“Il mito dell’anoressia”

Lettura e commento di Antonio Vita

È il titolo che Alessandro RAGGI psicologo, psicoterapeuta e psicanalista ha dato a un suo pregevolissimo saggio, pubblicato dalla “Franco Angeli” di Milano.

È un lavoro di particolare interesse sia per gli psicologi, sia per tutti quelli che vogliono affrontare l’anoressia e capirne i significati archetipici e le implicazioni più appropriate sulla scia delle riflessioni junghiane.

Sono chiamati in causa molti autori eccellenti come Lacan, Bion, Winnicott, Recalcati, De Clercq, Hillman, ovviamente Freud, Melanie Klein, e Nietzsche, ed anche, scegliendo nella lista dei grandi interpreti, Carotenuto, Trevi, Galimberti e molti altri.

L’incontro è anche con una folla di sconosciute ragazze che costituiscono, in modo scorretto, una categoria di persone che soffrono di anoressia. “In modo scorretto” perché, come ci spiega l’autore, una scienza descrittiva e aggregante vuole accomunare, catalogare, inserire in gruppi, tanti soggetti in nome dello stesso sintomo.

Non è così perché ogni soggetto, accomunato nel gruppo delle anoressiche o degli anoressici, è portatore o portatrice di un proprio sordo dolore, un’angoscia “mortale” e mortifera.

Ognuno di loro è un soggetto unico e non paragonabile agli altri.

L’autore, infatti, va oltre al sintomo, si dirige verso i significati più misteriosi e nascosti, rimestando negli anfratti più oscuri delle profondità psichiche, alla ricerca del mito dell’anoressia e del simbolo dell’anoressia. Perché, argomentando, da buon junghiano, l’anoressia, come dice Raggi, prima di essere una patologia, (interpreto arbitrariamente un passo che non ritrovo), è un simbolo del desiderio, il simbolo della donna con il “desiderio – struggente - di essere desiderata”.

Nel libro si snoda anche un’importante discussione sulla cultura moderna e attuale che sta caratterizzando la nostra epoca, passando sopra di noi come una meteora, e che soltanto pochi hanno notato e compreso rimanendone folgorati. Ma l’autore richiama i pochi, o i molti che, disattenti e distratti, non si sono accorti, sia in psicologia, sia in generale in altre forme di epistemologia, che nel passaggio dal secolo scorso al nuovo millennio si apre un nuovo e importante cammino verso un futuro della logica, della dialettica filosofica e del pensiero.

Alessandro Raggi non si lascia né attrarre né sedurre da metodi psicoterapeutici inventati qui o altrove e quindi importati, che, saltando Freud, Jung e Adler, si affidano a “facili e semplici” tecnicismi per la terapia di patologie psicologiche. Egli  sa che i percorsi analitici sono duri, difficili, aspri e impervi, pieni di difficoltà, ma sono gli unici che permettono di comprendere e interpretare il dolore che è sotteso alle varie manifestazioni delle persone ammalate.

Egli ripercorre da Freud a Jung tutto lo sviluppo delle dinamiche interne della persona. Recupera il discorso sulla “psiche”, cioè sull’anima, perché queste figure e i loro significati, sono presenti nel cuore degli esseri umani.

Riporta anche il discorso sui counseling, sui seguaci di filosofie orientali, e su folti gruppi di persone che oggi agiscono a lato degli psicologi, ma fuori da ogni organizzazione e riconoscimento scientifico. Ed egli così argomenta: se ci sono questi soggetti, counselor, coach etc., ed essi sono richiesti da molte persone, è perché loro sanno ancora parlare agli uomini di “anima”, di “psiche”, e riescono a interpretare i bisogni spirituali degli uomini.

Cioè essi operano dopo aver eroso una larga striscia di terra agli psicologi che l’hanno lasciata incustodita e abbandonata. 

Ma come si fa a riottenere tali beni perduti se molti di noi hanno smesso di parlare di psiche, come fosse un fardello ancora da portare e quindi vale la pena di abbandonare lungo il cammino? Così facendo gli psicologi si dimenticano persino della loro provenienza. Gli “psico-logi” sono quelli che devono condurre un discorso sulla psiche, che devono parlare di psiche, e occuparsi di tutto quello che questo complesso, che chiamiamo psiche, racchiude.

L’autore non arretra di un solo passo. Non soltanto abbiamo smesso di parlare di psiche e di anima, ma anche di sentimento, lasciando spazio a una ragione spesso ingombra e fuorviata da effetti di alone, da processi proiettivi, da équazione personale, da fenomeni d’introiezione. È una ragione che spesso non riesce a guardare a quello che sta dietro alle cose e ai comportamenti umani.

Egli parla dell’opacità in cui è caduto il “sentimento”. Lo dice ancor meglio usando l’espressione di “eclissi del sentimento” perché c’è in lui, che è giovane, ancora la speranza del recupero di certe praterie.

E non lo fa per una difesa d’ufficio, quanto perché crede di dover indicare a tutti, e a stesso, che sono proprio gli psico-logi che stanno cercando di annientare le scoperte sulla struttura e sul funzionamento della psiche, cioè del complesso delle rivelazioni che iniziarono da due o tre medici, psichiatri e neurologi, come Freud, Jung, Adler, ai quali dobbiamo tutta la visione di un mondo diverso e interiore, più ampio che qualsiasi galassia.

Lo fa anche ripercorrendo tutto il tragitto fatto da Jung, dalle funzioni della psiche, ai tipi psicologi, agli atteggiamenti dei singoli nelle relazioni interpersonali e nelle relazioni oggettuali. Parla degli Archetipi, dei simboli e dei miti sino a giungere agli aspetti alchemici della psicologia analitica.

Tutto questo lo fa con la naturalezza di chi queste cose le ha studiate, osservate, rinvenute nel corso del lavoro terapeutico, e sulle quali ha riflettuto lungamente.

Alessandro Raggi ha anche un presente diverso e un futuro ancora da immaginare, perché egli non è staccato dalla scienza di oggi. Come dicevo sopra egli conosce, ha presente, ha accolto e riflette sugli eventi scientifici che ribadiscono le teorie e le meditazioni di Jung. Egli, come altri suoi coetanei, è erudito dall’attuale discorso scientifico che non smentisce, anzi convalida e conferma tutta la teoria junghiana.

Non credo che chi, a qualsiasi titolo, voglia interessarsi, ragionare e riflettere sull’anoressia, possa fare a meno d’immergersi nella lettura del libro di Alessandro Raggi.

La prosa dell’autore può “disturbare” la lettura, perché è piacevole, elegante, ma in alcuni passi è straordinariamente affascinante e brillante tanto da sembrare quasi paradossale per un saggio di psicologia.

Come psicologo di formazione junghiana, ritengo che a giovani studiosi come Raggi si potrà affidare il futuro di questa disciplina.

La psicologia analitica, pur avendo patito nel tempo traversie indicibili per ciò che la unisce alla psicoanalisi freudiana e soprattutto per tutte le cose che dividono le due dottrine, resterà, e mi auguro che lo faccia unitamente a quella freudiana, sempre a disposizione di chi avrà necessità di ricorrervi, pressato dal bisogno di comprendere, per sé o per gli altri, i temi concernenti i processi profondi della psiche, i miti e i simboli.

In particolar modo, avvalendosi della psicologia analitica, si potranno anche comprendere e illuminare i misteri della bulimia e soprattutto dell’anoressia.

 

 

Scheda dell'opera: http://www.medicitalia.it/libri/43-il_mito_dell_anoressia_archetipi_e_luoghi_comuni_delle_patologie_del_nuovo_millennio.html