"Conosco la mia età, la posso dichiarare, ma non ci credo"

“Invecchio, dunque vivo”

“Sono invecchiato, dunque sono”

... così scrive il grande antropologo Marc Augé nella sua ultima opera “Il tempo senza età, la vecchiaia non esiste”, da poco tradotto in italiano.


Tutti, se siamo fortunati, invecchiamo. Ma la vecchiaia è un “animale permaloso”, come si suol dire, e bisogna conoscerla bene per non permettere che ci aggredisca.

Dimmi come invecchi e ti dirò chi sei stato”. Vero, ma per giudicare bisogna possedere meglio la tematica. M. Augé propone una riflessione controcorrente sul tempo che passa.

 

L’autore

Chi è questo... illustre sconosciuto ai più?
Importante sociologo autore di studi antropologici condotti in Africa, è noto soprattutto per il neologismo “nonluogo”, vocabolo ormai accolto in tutti i vocabolari anche italiani. Sono “nonluoghi” tutti quegli spazi altamente rappresentativi della nostra epoca in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione, sospinti dal desiderio frenetico di consumare: centri commerciali, aeroporti, outlet...

Dopo aver riflettuto a lungo sulla nostra società, da quando nel metrò le persone hanno cominciato a cedergli il posto, egli ha concentrato la propria attenzione di studioso sull’invecchiare.

 

Il “Tempo senza età”

Nel breve e scorrevole libro “Il tempo senza età” egli sviluppa una riflessione acuta e delicata sull’invecchiare.

Il grande antropologo, raggiunta un’età avanzata, si ritrova come i suoi coetanei ad essere giudicato secondo luoghi comuni tanto scontati quanto superficiali.


Ma le sue riflessioni dicono altro.

 

"Tutta la nostra esistenza è scandita dall’età e dai limiti che questa età impone, la società ci ricorda continuamente in quale punto dell’arco della vita siamo posizionati e, di conseguenza, il ruolo che svolgiamo; raggiunto il suo vertice diventa molto difficile affrontare la curva discendente."

Eppure... non tutti invecchiamo nello stesso modo: “Non si invecchia alla stessa età, ma a seconda di un’origine sociale o del tipo di attività svolta” (e noi aggiungeremmo anche a seconda del genere uomo o donna e dello stato di salute).

Talora all’imbarazzo nei confronti degli anni da dichiarare subentra l’orgoglio del traguardo raggiunto, il vanto di una condizione quasi di privilegio. “Prima di scagliare la pietra contro questi “esibizionisti dell’età” – scrive ancora Augé - riconosciamo loro delle circostanze attenuanti. Se gli anziani giocano sulla loro età è perché gliela si rinfaccia troppo spesso, con maggiore o minore malizia, con cattiveria, con candore o indelicatezza”.

Al tempo stesso è motivo d’orgoglio il non dimostrare l’effettiva età raggiunta perché “chi dimostra la propria età la accetta supinamente”, mentre chi non la dimostra ha presumibilmente “una vita attiva e sana, un’energia che ne attenua o rallenta gli effetti”.

L’idea più comune è che la vecchiaia sia una stagione della vita che scorre lenta, senza sorprese e un po’ triste. Augé invece nel suo libro afferma che “La vecchiaia non esiste ”, o almeno non esiste così come abitualmente viene descritta e concepita.


Secondo l’autore il pensionamento può essere vissuto come rinascita e liberazione, come il tempo per vivere pienamente un ideale che molti non hanno potuto raggiungere durante la loro vita definita “attiva”, a causa dei diversi obblighi che li vincolavano e pesavano su di loro.


  • Il primo consiglio di M. Augé è di non cedere alla nostalgia, che spesso reinventa un passato mai esistito.
  • Il secondo è di non isolarsi, ma creare relazioni e incontri che vadano oltre la perdita (per morte) di amici e parenti.
  • il terzo consiglio è di non cedere all’abitudine, che alla fine spinge ad abbracciare una sorta di pigrizia mentale e fisica.


La conclusione dell’autore è dunque che la vecchiaia non esiste: certo i corpi si logorano, ma la soggettività rimane, ed è così che alla fine “tutti muoiono giovani”.

 

Il pensionamento può accelerare l’invecchiamento

Però avere fretta di andare in pensione potrebbe essere controproducente per il cervello.

E’ questa la conclusione cui sono giunti alcuni esperti dell'Istituto di Psichiatria del King's College di Londra, secondo i quali, ogni anno passato a lavorare in più rispetto alla media, protegge i neuroni dalle malattie neurodegenerative per ulteriori sei settimane.

  • Il lavoro è ritmo, affettività e sviluppo cognitivo: il nostro cervello, come una macchina che non tiene il minimo, va meglio quando è in funzione;
  • il lavoro può incanalare lo stress e in parte educarlo;
  • nel lavoro siamo in competizione positivamente con gli altri, ma anche con noi stessi, alzando di volta in volta l’asticella delle prestazioni. 


Ad ogni regola che si rispetti corrisponde, però, un'eccezione: i vantaggi di posticipare il pensionamento potrebbero venir meno se il lavoro è fatto controvoglia o se obbliga a rapporti interpersonali pericolosi per la salute psicologica.

 

E dunque fa meglio l’impegno o il riposo, invecchiando?

Dagli anni ’60 gli studiosi hanno a lungo dibattuto il tema, giungendo a formulare prospettive teoriche contrapposte.

  • Alcune auspicano un anziano attivo, artefice del proprio destino, costantemente impegnato nella definizione e ridefinizione di se stesso (engagement theory).
  • Altre all’opposto sostengono il positivo effetto del ritiro dalle attività (disengagement theory).
  • Un terzo approccio  sottolinea come massimamente positiva la continuità con la propria vita precedente, importante poiché genera un senso di soddisfazione e il mantenimento dell’identità personale (continuity theory).

E tuttavia - aggiungiamo - essa deve fare realisticamente i conti con le funzioni che vanno modificandosi e con le eventuali patologie correlate all'età. “Alla soglia dei novant'anni - ha dichiarato pubblicamente di recente uno dei "grandi vecchi" della repubblica - ho il dovere di non sottovalutare i segni dell'affaticamento e le incognite che essi racchiudono”, accettandone il limite con quella dignità impregnata di serenità che appartiene ai saggi.

 

Conclusioni

Ancora una volta emerge una realtà complessa e multifattoriale, che ci stimola a tenere alta la guardia e l’impegno di studio, considerato che i mutamenti assai veloci della società riguardano - dall’età tardo adulta - l’identità personale, le relazioni con le generazioni più giovani, la sessualità, la coppia che invecchia, la perdita di autonomia.

Il luminoso libro di M. Augé rappresenta una importante proposta di riflessione su questa fase del ciclo di vita, che ha visto nel tempo il contributo di importanti psicologi (E. Erickson); esso fa da specchio ad ognuno per decidere (se può decidere) quale di queste possibilità più gli/le si adatta.

Un ringraziamento va anche ai grandi anziani della nostra biografia famigliare e sociale per l’entusiasmo con cui ci hanno accompagnato e ci accompagnano*.

 

Fonti

 

Per approfondire

  • M. Zambianchi, L’invecchiamento ottimale: una rassegna sui principali modelli teorici e sulle strategie proattive in grado di promuoverlo (Optimal aging: a review on principal theoretical models and on proactive strategies that promote it), In “Ricerche di Psicologia”, 2013
  • Augé, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Elèuthera, 2005

* M. T. Bordogna, I grandi anziani tra definizione sociale e salute, FrancoAngeli