L'anandamide (arachidonil-etanolamide) è una sostanza prodotta dalle cellule del sistema nervoso che, nonostante sia chimicamente diversa dalla cannabis, interagisce con gli stessi recettori degli oppiacei, presenti nel nostro cervello. La molecola viene considerata responsabile del meccanismo della socialità.

In effetti, il circuito del piacere attivato da marijuana, sesso e cioccolato ha in comune reazioni chimiche analoghe nel cervello. In questo stesso momento, è presente nel vostro cervello e nel vostro corpo una sostanza ad azione fisiologica simile al THC, o delta-9 tetraidrocannabinolo: il componente della marijuana che fa 'sballare' gli utilizzatori.

Da quasi 30 anni, sono i ricercatori israeliani a dominare nella ricerca mondiale sulla marijuana e studiandone gli effetti, che nel linguaggio comune sono solitamente definiti “sballo”.

Come agisce l'anandamide?

"Per come la vedo io” afferma il dott. Mechoulam “il nostro corpo contiene sostanze che amplificano le reazioni biochimiche, e sostanze che le riducono e rallentano. L'anandamide è fondamentalmente un composto che rallenta le reazioni, per esempio, riduce la formazione di molti neurotrasmettitori ad azione stimolante".

Il dott. Mechoulam e la sua controparte all'Università di Buffalo, Herbert Schuel, hanno dimostrato che le anandamidi sono connesse alla regolazione e al bilanciamento dei sistemi biochimici del corpo, e influenzano o controllano le funzioni di riproduzione, sonno, lotta-o-fuga e il ciclo dell'appetito.

Daniele Piomelli un ricercatore italiano che lavora tra l'Università della California a Irvine e l'Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, ha condotto uno studio pubblicato sulla rivista PNAS che dimostra che l'anandamide viene prodotta durante le interazioni sociali e che aumenta il piacere della socialità, quindi la predisposizione a stare con gli altri.

Secondo Piomelli: "A livello clinico questa scoperta è importante perché farmaci che potenziano gli effetti dell'endocannabinoide anandamide, da noi scoperti qualche tempo fa, potrebbero essere utilizzati per trattare il difetto di socialità che caratterizza le malattie dello spettro autistico (ASD). "

Naturalmente è doveroso ricordare che stiamo parlando di ricerche sperimentali che richiedono un rigoroso controllo scientifico che deve sempre precedere l’eventuale applicazione in ambito terapeutico

Tuttavia spesso i mezzi d’informazione descrivono le scoperte derivanti dalla ricerca scientifica semplificando i contenuti per renderli accessibili al grande pubblico. Ecco spiegato il ricorso ad espressioni come la “molecola della socialità” che, inevitabilmente, ci induce a rappresentare la relazione con gli altri e il piacere che può derivarne, in modo semplicistico quasi si trattasse di un automatismo che addirittura può essere controllato e regolato da un farmaco.

In realtà, la socializzazione è un processo complesso e sfaccettato nonché ricco di implicazioni che vanno ben oltre i processi biochimici presenti nel nostro cervello, specialmente in persone con disagio psicologico.

In definitiva, ben venga il contributo della ricerca scientifica e delle sue applicazioni a livello farmacologico, specialmente in patologie particolarmente invalidanti come l’autismo, ma occorre comunicare queste informazioni rinunciando a cedere al miraggio dello “scoop” giornalistico, che rischia di alimentare aspettative irrealistiche e irrealizzabili in coloro che convivono quotidianamente con queste problematiche.