Poche cose sono tanto traumatiche quanto la fine di una relazione affettiva di lungo termine. Eppure, alcuni riescono a recuperare abbastanza in fretta e uscirne relativamente indenni.

Altri non sono così fortunati. Anche a distanza di anni, può bastare una foto o un commento casuale sull’ex durante una conversazione per far riemergere sensazioni dolorose di tristezza, rabbia e risentimento.

Perché alcuni continuano a essere perseguitati dai fantasmi del passato e dal dolore di un rifiuto, senza riuscire a venirne a capo?

In una nuova ricerca (inglese) Lauren Howe e Carol Dweck hanno trovato che il rifiuto spinge alcune persone a sentire la necessità di ridefinire se stessi e le proprie prospettive in fatto di relazioni. Ed è proprio tale tentativo di ridefinizione a portare effetti negativi e a rendere difficile il recupero.

Ai soggetti di uno degli esperimenti è stato chiesto di scrivere alcune delle lezioni che erano riusciti a portare a casa dall’aver ricevuto rifiuti in amore. Dall’analisi delle risposte date, le ricercatrici si sono accorte che il rifiuto li aveva portati a sabotare le loro future prospettive relazionali. Alcuni hanno detto di essere troppo “appiccicosi”, altri “troppo sensibili”, altri ancora “cattivi comunicatori”.

  • In sintesi: secondo Howe e Deck, la convinzione che un rifiuto in amore debba portare a una ridefinizione di se stessi, fa sì che le conseguenze negative di tale rifiuto restino attive più intensamente e più a lungo.

Scendiamo più in dettaglio.

Altri esperimenti nello stesso studio hanno esplorato le conseguenze della convinzione che ricevere un rifiuto in amore significherebbe evidenziare qualche difetto fondamentale in chi lo riceve.

Quando si collega un rifiuto ad aspetti della propria identità, si hanno più difficoltà nel lasciarsi alle spalle l’accaduto.

Alcuni soggetti hanno riferito di “erigere barriere” ed essere diventati più diffidenti dopo essersi scottati. Altri hanno confessato di non essere riusciti a parlare del rifiuto ricevuto con il nuovo partner, per paura che questi cambiasse idea su di loro e pensasse di trovarsi di fronte a una persona problematica. Questo potrebbe spiegare perché alcuni nascondono i passati fallimenti amorosi, trattandoli come una specie di stigma.

Le ricercatrici si sono quindi domandate: cosa spinge le persone a collegare i fallimenti amorosi a certi aspetti di come sarebbero fatte “veramente” o come dovrebbero essere? Dopotutto, altri soggetti hanno riferito che le storie finite male - o mai iniziate - fanno parte della vita e che anzi li hanno aiutati a crescere e a diventare più forti.

  • In sintesi: è emerso che le convinzioni che le persone hanno a proposito di loro stesse giocano un ruolo determinante nel modo in cui viene considerato il rifiuto.

Studi precedenti (inglese) avevano rilevato che le persone differiscono riguardo a come considerano le proprie caratteristiche, ad esempio intelligenza o timidezza. Alcune sono portatrici di schemi mentali fissi e credono che tali qualità siano immutabili. Al contrario, altre hanno uno schema mentale di crescita e credono che la loro personalità possa evolversi e mutare nel corso della vita.

Questa basilare differenza di atteggiamento determina il modo in cui si reagisce al fallimento.

Per esempio, quando le persone credono che l’intelligenza sia fissa, si sentono peggio - e per più tempo - dopo aver sperimentato un fallimento.

Tornando allo studio accennato, le autrici hanno ipotizzato che le convinzioni ritenute in merito alla propria personalità potessero determinare se e quanto il rifiuto nelle relazioni fosse vissuto come un segno di essere persone problematiche e indesiderabili.

Hanno perciò condotto un altro esperimento e diviso un gruppo di persone in due sottogruppi: coloro che credevano che la personalità sia fissa e immutabile e coloro che pensavano invece che sia malleabile. I soggetti dovevano leggere una storia, scelta fra due possibili: in una era chiesto loro di immaginare di essere stati lasciati all’improvviso da un partner di lunga data. Nell’altra, era chiesto di immaginare di incontrare uno sconosciuto a una festa, sentirsene attratti e poi venire a sapere che quella persona oggetto di interesse aveva commentato con altre che non sarebbe mai stata interessata a lei o lui in senso romantico.

Ci si potrebbe aspettare che solo il rifiuto da parte di un partner di lunga data avesse il potere di spingere le persone a riflettere su se stesse. E invece, dai risultati è emerso che le persone con un’idea fissa di personalità erano suscettibili anche verso un rifiuto ricevuto da parte di un estraneo, tanto da spingerle a chiedersi se tale rifiuto non fosse rivelatore di qualche verità negativa fondamentale su di loro.

  • In sintesi: anche un rifiuto ricevuto da un estraneo aveva il potere di spingere le persone portatrici di schemi fissi di personalità a chiedersi se ci fosse qualcosa di così indesiderabile, in loro, tanto da giustificare il rifiuto ricevuto.

In un esperimento successivo le ricercatrici hanno fatto leggere dei brevi articoli ai soggetti, dove spiegavano che la personalità non è uno schema fisso, scritto sulla pietra, immutabile, ma che può evolversi durante la vita. Leggendo tali articoli, le persone portatrici di schema fissi sono diventate meno suscettibili a interpretare i rifiuti come indicazione di un loro difetto permanente.

Incentivando la convinzione che la personalità può cambiare e svilupparsi nel tempo, possiamo aiutare le persone a liberarsi dei fantasmi del passato, e procedere verso relazioni future più felici e appaganti.

Fonte:
Lauren Howe, 2016. Why is it so tough for some to exorcise the ghosts of their romantic pasts? The Conversation online.