L'infelicità, la frustrazione, la difficoltà di comprendere i fenomeni sociali potrebbero derivare da un "vizio di forma". Prima ancora della genetica, prima della difficoltà di sintesi serotoninergica, persino prima delle alterazioni dell’allele del gene 5HT bisogna constatare che, mentre la natura è fatta di variabili continue, il nostro cervello tende a ragionare in maniera discreta. E così ci troviamo a catalogare ciò che accade in bianco o nero, alto o basso, uomo o donna. In pratica, cerchiamo sempre di adeguare la realtà alle nostre esigenze.

Dal punto di vista evoluzionistico tutto ciò ha senso: il risparmio cognitivo consente infatti di arrivare velocemente a una soluzione, basata sulla pregressa esperienza, senza il bisogno di analizzare tutte le variabili in gioco. A volte però questa caratteristica puramente umana risulta deleteria: costringere la realtà alle nostre categorie mentali può risultare deludente, restrittivo e causare ansia e frustrazione. Per quanto possiamo infatti forzare la realtà a rientrare nell'etichetta "bianco" o "nero", le varie tonalità dei grigi esisteranno comunque. Ma se usiamo solo queste due etichette, come possiamo fare a comprendere senza timore i fenomeni che non possono essere collocati in nessuna di esse? Ed è proprio lì che subentra l'ansia, la paura, la rabbia, la frustrazione che, a loro volta, possono sfociare in lotte ideologiche il cui unico scopo è cercare di adattare la realtà alle nostre esigenze. Tutto ciò è certamente utile nell'immediato poiché, una volta "piegata" la realtà ai nostri scopi, la mente può tornare a rilassarsi e le forze di autoconservazione placarsi.

Per gli psicologi sistemici questo concetto è abbastanza chiaro. Urie Bronfenbrenner sosteneva infatti che i sistemi tendono irrimediabilmente all'autoconservazione e che ogni forza esterna in grado di modificare l'equilibrio raggiunto genera l'attivazione di forze atte a prevenire la modifica del sistema stesso. Nonostante ciò, i sistemi sono per loro natura instabili e soggetti a cambiamento continuo. Soltanto i sistemi in grado di evolversi e di adattarsi ai cambiamenti ambientali alla fine sopravvivono, mentre gli altri sono purtroppo destinati a essere annientati dalle stesse forze che tentano di sconfiggere. La teoria sistemica trova riscontro in ambiti scientifici molto diversi: dalla chimica alla biologia, dalla fisica all'astronomia, fino alle scienze umane e sociali. Tale teoria potrebbe dunque contribuire a comprendere il fenomeno sociale che oggi vede impegnata l'Italia nella difficile scelta di riconoscere alle persone omosessuali, per anni emarginate e discriminate, diritti che per le persone eterosessuali risultano ormai "scontati".

Da una parte, dunque, abbiamo coloro che si battono per l'introduzione di un cambiamento sociale ormai necessario e irrinunciabile e dall'altra coloro che invece vorrebbero mantenere lo status quo del sistema. Ciò porta dunque alla nascita di movimenti sociali che cercano di far valere il proprio punto di vista, esattamente come accade ogni giorno a livello molecolare o tra galassie remote del nostro universo in cui le stelle si scontrano, si fondono e da questi scontri vengono fuori rinnovate o distrutte.

 Il risparmio cognitivo e la conseguente tendenza a dicotomizzare la realtà possono infatti avere conseguenze molto gravi per la società e per l'uomo stesso. Da un punto di vista strettamente sociale, l'utilizzo di categorie discrete può portare alla nascita di pregiudizi che ostacolano la comprensione di fenomeni che, tuttavia, esistono e fanno parte della società stessa. Gli omosessuali, le coppie omogenitoriali e i loro figli sono infatti presenti dagli albori della società e, per quanto si possa far finta di non vederli o si cerchi d'impedire la nascita di categorie sociali in grado di includerli, continueranno a esistere in ogni caso.

Il rischio più grande però lo si corre sul piano evoluzionistico. La nostra specie, infatti, si è evoluta fino ai livelli attuali grazie alla sua capacità di adattarsi ai cambiamenti dell'ambiente circostante. Cercare di fermare la capacità di cambiamento della nostra specie, al fine di assecondare pregiudizi ideologici o religiosi, sembra costituire una sorta di blocco evoluzionistico attraverso il quale, anziché sviluppare la capacità di guardare oltre le categorie dicotomiche, si cerca d'impedire alla mente di compiere un passo avanti verso l'evoluzione sociale e cognitiva della nostra specie.

Sembra di essere tornati indietro nei secoli quando le stesse forze che oggi si battono contro il riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali cercavano di prevenire la diffusione culturale o la rivoluzione copernicana, oggi considerate indispensabili. Senza considerare che in molti Paesi del mondo tali diritti sono ampiamente riconosciuti e, nonostante ciò, la società continua a funzionare in maniera regolare. Tale ragionamento, ovviamente, non si applica soltanto ai diritti delle persone omosessuali, ma a tutte quelle situazioni in cui siamo chiamati a compiere scelte cognitive che richiedono di abbandonare il ragionamento schematico e discreto in favore dell’esplorazione e del ragionamento continuo. Si tratta dunque di favorire l’utilizzo dell’intelligenza emotiva e dell’emisfero destro, piuttosto che basarsi unicamente sulla logica e sull’emisfero sinistro.

La psicologia, ormai da qualche anno, sta andando avanti in questa direzione, promuovendo l’educazione affettiva nella scuole e riconoscendo l’importanza delle teorie di Goleman et simila. È auspicabile che in futuro le discipline sociali – psicologia in primis – si abituino a far sentire la propria voce a sostegno di tutte quelle minoranze oggi soggette a stereotipi e pregiudizi sociali dannosi non soltanto per la società, ma per il benessere collettivo dell’intera specie. La società va avanti anche qualora decidiamo di non volerla comprendere, di rinunciare al nostro spirito di esplorazione e alla comprensione di fenomeni sociali in favore dell’appiattimento umano e culturale.