Se il sospetto fenomeno della Balena Blu venisse confermato, ecco perché, una volta entrato, per il ragazzo potrebbe essere difficile uscirne prima che sia troppo tardi.

Vediamo in questo video perché autolesionismo e suicidio sono cose diverse e diamo dei suggerimenti pratici per i genitori.

Nota: nei giorni successivi alla realizzazione di questo video sembra che in Italia siano stati identificati i primi due possibili casi di ragazzi caduti nel perverso "gioco".

 

 

(segue trascrizione del video)

La Blue Whale o Balena Blu, di cui si parla in questi giorni, quell’insensato gioco - se si può chiamarlo così - che sembrerebbe aver portato al suicidio diversi adolescenti in vari paesi del mondo.

Si discute ancora se si tratti di una cosa vera, o solo inventata, per dar corpo al fenomeno - questo sì decisamente reale - dell’aumento del tasso di suicidio fra i giovani.

Ma anche se fosse solo una storia, ispirata al Club dei Suicidi di Stevenson, non sarebbe la prima volta che si rilevano gruppi organizzati di questo tipo. Purtroppo le evidenze sembrano mostrare che ci sia più di qualcosa di reale. Diamo quindi per scontato che sia così.

Inoltre, anche se fosse stata solo una bufala all’inizio, attraverso la cassa di risonanza mediatica e lo spirito di emulazione, potrebbe essere diventato un fenomeno reale in un secondo momento.

In pratica sembra che le regole della sfida siano che per un certo numero di giorni il ragazzo deve eseguire un compito spiacevole ogni giorno, fino a culminare nel gesto estremo l’ultimo giorno, con il suicidio.

Ad esempio: prendete una lametta e incidetevi sul braccio o sulla mano un certo disegno e poi inviate la foto al curatore del gioco. Oppure: alzatevi a una cert’ora e guardate un film dell’orrore. Alzatevi la notte e andate in un cimitero, oppure sul tetto di un palazzo molto alto. Tutti compiti spiacevoli e paurosi che spesso terminano con la morte del soggetto.

Ma se sono spiacevoli, com’è possibile che dei ragazzini vogliano farli?

La risposta più semplice e per certi versi banale sarebbe che si tratta di ragazzi vulnerabili, problematici, già predisposti dalla loro condizione psichica a prestarsi al gioco. Ragazzi magari con precedenti storie di autolesionismo o tendenze al suicidio.

È importante però mantenere distinte queste due caratteristiche, perché autolesionismo e suicidio sono in generale cose molto diverse. Questo è un punto fondamentale, su cui torneremo in breve e vedremo anche dei consigli pratici per i genitori.

Ma dando per scontato che se uno decide di entrare in un “gioco” così folle, significa che deve avere dei problemi personali, esiste una spiegazione psicologica del perché, una volta entrati, può essere più probabile suicidarsi davvero.

 

1. Perché funziona la Balena Blu (ammesso che esista)

In un precedente video parlavamo della dissonanza cognitiva.

Quando si mettono in atto comportamenti incongruenti rispetto a delle convinzioni o atteggiamenti che abbiamo - dice la teoria - sperimentiamo una sensazione sgradevole, di dissonanza, e tenderemo perciò a cambiare e adattare uno dei due, o il comportamento o la convinzione, in modo da ridurre la dissonanza.

Esempio: ho appena comprato una bella automobile nuova e il giorno dopo vengo a sapere che se l’avessi comprata in quell’altra concessionaria avrei risparmiato un bel po’ di soldi.

Allora, per ridurre la dissonanza fra il mio comportamento (aver comprato la macchina) e la mia convinzione (credevo di averla pagata un prezzo giusto) ho due possibilità: o vendo la macchina, o cambio idea: “Va bene, l’ho pagata più del necessario, però il mio concessionario è stato gentile, mi ha dato fiducia... e poi ha regalato una borsa da spiaggia a mia moglie”.

In tal modo mi roderà di meno, cioè mi racconto di aver fatto comunque un buon affare. Metto in atto un autoinganno, né più né meno come nella storiella della volpe e l’uva.

Ora, cosa c’entra questo con la Balena Blu?

Che cosa hanno in comune, le sette religiose, le forze armate e i corpi speciali?

Hanno in comune che sono ambienti chiusi, dove gli aspiranti che desiderano entrarvi vengono obbligati a sottoporsi a dei rituali di iniziazione.

E tali rituali sono sempre, immancabilmente sgradevoli.

Perché i rituali sgradevoli aumentano la coesione del gruppo e la fedeltà alla causa.

E come mai?

Per via della dissonanza cognitiva.

Succede questo. I gruppi chiusi ed elitari sono ambienti gerarchici, autoritari, dove si eseguono ordini e dove esistono regole e doveri precisi, che spesso non coincidono con quelli esistenti all’esterno del gruppo.

Come sparare a un nemico, obbedire a quello più alto in grado o più anziano di te, abbandonare la famiglia per seguire il guru di turno, oppure... suicidarsi, come nel presunto caso della Balena Blu.

Se decido di sottopormi a rituali di iniziazione sgradevoli e umilianti, vorrà dire che tengo molto a entrare a far parte di quel gruppo. Entrare a far parte di un gruppo, infatti, significa abbracciare gli stessi valori e obiettivi condivisi dagli altri membri del gruppo. Ma bisognerà che i comportamenti rispecchino tali valori e obiettivi, che siano cioè a essi consoni, altrimenti si produrrebbe una dissonanza.

Cioè, se non eseguissi i compiti che mi sono assegnati, non mi starei comportando in modo congruente con quello che voglio: entrare nel gruppo. E la mente, come abbiamo visto, non ama le dissonanze.

In pratica un aspirante membro dei Navy Seals, dei Lagunari di Venezia o di una setta religiosa, passando attraverso il suo noviziato, pensa: se sono disposto a farmi fare questo, significa che devo tenere davvero a entrare in questo gruppo.

Cioè si auto-persuade, e come sappiamo la persuasione che viene dall’interno è molto più potente ed efficace di quella indotta dall’esterno. Non è un pensiero sempre consapevole, ma non ha importanza. L’effetto persuasivo si produce comunque e aumenta la fedeltà alla causa del gruppo e l’aderenza ai suoi valori.

 

2. Un potentissimo metodo di persuasione

Per questo i poveri adolescenti che sarebbero caduti nella rete della Balena Blu sarebbero andati incontro allo stesso destino. Accettando di eseguire un compito sgradevole dopo l’altro, avrebbero pensato: se sono disposto a tagliarmi sul braccio, ad alzarmi nel cuore della notte e andare in un cimitero oppure guardare film horror, significa che davvero voglio far parte del gruppo.

E quindi, quando arriva il compito finale, quello del suicidio, sarà più probabile che lo mettano davvero in atto.

Ho fatto 30, posso fare 31.

Sono quindi almeno tre tecniche persuasive messe in atto allo stesso tempo:

- persuadersi da soli attraverso l’autoinganno, cioè la suddetta dissonanza cognitiva;
- le piccole concessioni, ovvero il piede nella porta di Cialdini: se ho fatto un passo, ne posso fare un altro;
- la scarsità: in questo gruppo non possono entrare tutti; il che ne aumenta l’appeal, il fascino, fa venire ancora più voglia di entrarci.

Ogni gruppo chiuso o setta e ogni religione che si rispetti prevede obblighi e divieti. Più accetto di fare qualcosa “perché la mia autorità me lo chiede”, più vuol dire che sono fedele alla causa. La persuasione attraverso il comportamento è potentissima, perché le persone credono in ciò che fanno, molto più del contrario.

 

3. Perché autolesionismo e tendenze suicide sono molto diversi

Dicevamo all’inizio di distinguere autolesionismo e tendenze suicide. L’altro giorno sulla bacheca di Facebook ho visto un titolo di giornale che non mi è piaciuto per niente. Qualcosa tipo: “Sospetto caso di Balena Blu, adolescenti sorpresi con tagli sul braccio”.

L’intento giornalistico è chiaro: associando l’autolesionismo alla balena blu si crea allarmismo (lo sappiamo, no? Più le notizie sono morbose, più la gente le legge). Voglio sperare che si sia trattato d’ignoranza e non di malafede, ma sta di fatto che autolesionismo e suicidio sono diversi quanto il giorno e la notte.

Occasionalmente succede che l’autolesionista si suicidi, magari senza volere, ma la differenza sostanziale è l’intenzione che ci sta dietro.

Chi si suicida lo fa perché non vede vie d’uscita. Non sa come altro fare per smettere di soffrire e quindi rinuncia a vivere.

Chi invece pratica atti di autolesionismo lo fa con l’intenzione di far fronte alla sofferenza, cioè di soffrire di meno, ma di continuare a vivere.

Inoltre ci sono almeno due tipi di autolesionista, e sono l’uno l’esatto opposto dell’altro. Da una parte c’è l’autolesionista che si causa dolore come mezzo per sentirsi più vivo. Nei casi ad esempio di torpore emotivo, dove ci si sente staccati dal mondo esterno, o anche da quello interno, dalle proprie emozioni. Non riesco a provare niente, così mi taglio perché almeno il dolore lo sento, almeno sto sentendo qualcosa.

Dalla parte opposta c’è invece l’autolesionista che sta provando troppe emozioni, troppo forti o troppo contrastanti, come ad esempio nel disturbo borderline di personalità, dove manca la capacità di autoregolazione delle emozioni. E che quindi trova nel dolore un mezzo efficace per ridurle. Perché le vie nervose che trasmettono i segnali del dolore inibiscono le aree del cervello che gestiscono le emozioni.

In pratica il dolore fisico riduce il dolore emotivo.

Tagliarsi, inoltre, provoca una scarica di neurotrasmettitori che dà eccitazione che può provocare modificazioni nella chimica del cervello e dare dipendenza. Chi si taglia o si brucia ci prende gusto e inizia a farlo sempre più spesso. E questo è rischioso, ovviamente, perché ci si può tagliare per sbaglio una vena e morire senza volerlo.

 

4. Consigli pratici per i genitori
Tagliarsi, di per sé, non significa che vostro figlio sia entrato a far parte di un club di suicidi, che si chiami Balena Blu, Pinguino Viola o altro. Però è comunque un segnale di disagio, che va monitorato. 

Se vedete molte cicatrici sui polsi, braccia, gambe, o sul torso di vostro figlio;
oppure se notate che usa vestiti larghi o con le maniche lunghe o pantaloni lunghi anche d’estate; oppure se trovate rasoi, lamette, coltelli o accendini in casa messi in posti strani; o se notate che passa molto tempo chiuso in camera o in bagno o che si isola socialmente, questi potrebbero - potrebbero - essere campanelli di allarme da tenere presenti. Non solo per il fenomeno Balena Blu, che tutto sommato sembrerebbe abbastanza circoscritto, ma perché potrebbero comunque indicare un disagio psichico.

D’altra parte, un suicidio può avvenire senza preavviso, ma possono esserci dei segnali premonitori, come ad esempio: un calo drastico di produttività a scuola o al lavoro, esprimere la volontà di morire o parlare spesso di morte, lamentarsi di essere un peso per gli altri, sbalzi di umore, dire “addio” alle persone care, mettere in ordine le proprie cose oppure regalarle, rabbia o agitazione, aumento nell’uso di alcol o droghe, correre più rischi del normale.

È bene in ogni caso aggiungere che si tratta sempre di fenomeni specifici. Non sono così probabili né così diffusi come alcuni media vorrebbero lasciar credere. Anche i sintomi appena elencati, presi ognuno per conto suo, non significano nulla. È quando ne appaiono diversi tutti insieme, che occorre alzare il livello d’allerta.

Gli adolescenti vanno sempre osservati e tenuti d’occhio - perché sono adolescenti - ma è opportuno intervenire solo lo stretto indispensabile, per non creare problemi dove altrimenti non ce ne sarebbero. Però potete parlarne con i vostri figli. Chiedetegli cosa ne pensino di tutta questa storia, chiedetegli di spiegarvi come funziona. Parlatene però senza troppa foga. Senza soffermarvi troppo sui particolari. Del resto anche il fenomeno dell’emulazione esiste e si sa quanto bravi siano i ragazzi a lasciarsi condizionare nel fare ciò che fanno i compagni.