Questo dubbio è stato lanciato recentemente sulle riviste Nature Reviews Urology e The Prostateda uno studio, condotto presso l’Ospedale Molinette della Città della Salute di Torino, nel quale veniva sottolineato come l’assunzione ad alte dosi di alcune “sostanze naturali”, contenute negli integratori alimentari, risultava associata ad un aumento del rischio di sviluppare un cancro prostatico.

Normale ed immediato clamore mediatico ma, ora, anche più pacate e precise rimeditazioni, favorite anche da alcune osservazioni, interessate ed interessanti, sollevate dagli esperti di FederSalus, l’Associazione Nazionale Produttori e Distributori Prodotti Salutistici.

 A questo proposito l’Associazione ha sollevato alcune corrette obbiezioni e ha ribadito che: “I prodotti impiegati nello studio non sono integratori alimentari e due delle sostanze, oggetto dello studio, sono state assunte in quantità doppie rispetto all’uso raccomandato dalle Linee Guida del Ministero della Salute…, infatti l’apporto del Licopene corrispondeva a 35 mg, più del doppio del limite consentito dalle Linee Guida del Ministero che è di 15 mg, e quello delle Catechine del Tè Verde a 600 mg contro i dosaggi dell’Epigallocatechingallato a 300 mg, come raccomandati dal Ministero della Salute. Tali dosi, contenute in un’unica pillola, impediscono la catalogazione dei prodotti somministrati come integratori alimentari”.

Altra criticità del lavoro sembra legata al fatto, come sostiene la FederSalus, che: “Lo studio è stato condotto su pazienti con manifestazioni già conclamate di adenoma pre-canceroso. Sono stati trattati cioè 60 pazienti con una condizione ‘pre-tumorale’ alla prostata e quindi con un rischio elevato di sviluppare in seguito un tumore. Queste lesioni evolvono infatti in un carcinoma in circa il 30% dei casi. Dei 60 pazienti iniziali, solo 53 sono arrivati al primo "end point", cioè controllo, dopo 6 mesi, e di questi solo 13 (il 24,5%) hanno sviluppato effettivamente un carcinoma prostatico, di cui 10 era stati trattati con integratori alimentari (ad alto dosaggio) e 3 con placebo…”

L’Associazione ribadisce ancora che: "Sulla base di queste considerazioni è importante sottolineare che il sovradosaggio di qualunque sostanza può avere effetti nocivi… Questo studio dimostra che l’uso incongruo di determinati principi attivi, e non di integratori, non ha un effetto favorevole e non riesce a fermare l’evoluzione di un tumore prostatico, il che è ben diverso dal dire che gli integratori aumentano l’insorgenza di un tumore alla prostata”.

E’ giusto, in sintesi, non definire “integratori alimentari” prodotti che contengono fattori antiossidanti a così elevate concentrazioni e con questo termine non possono essere utilizzati per dimostrare se sono capaci o meno di avere un’azione terapeutica o di prevenzione mirata.

Non si può che condividere questa posizione; mettere genericamente sotto accusa gli integratori alimentari può essere un errore capace di creare ulteriori e complesse confusioni.

 

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