Il problema dei carcinogeni è emerso per la prima volta chiaramente circa 250 anni fa, con la polvere del carbone. Da allora è riemerso infinite altre volte, con dibattiti e scontri accesi, anche all’interno della stessa comunità scientifica.

Per esempio, nel 1958 la cosiddetta Clausola Delaney impegnò la Food and Drug Administration statunitense a “non approvare sostanze destinate a un impiego prima alimentare, poi anche terapeutico che si fossero rivelate cancerogene nell’uomo e nell’animale”. All’inizio non si tenne conto delle dosi e l’elenco delle sostanze bandite o sotto accusa si estese fino a incorporarne centinaia, per qualcuno addirittura migliaia. Bloccando o ritardando in questo modo l’impiego terapeutico di diversi farmaci salvavita, con la perdita in alcuni casi di migliaia di vite umane.

Finché la scienza fece autocritica, riscoprendo un principio antico quanto la medicina: la dose fa il veleno, non il farmaco in sé.

Siamo stati costretti a questa revisione critica soprattutto dalla forza delle cose, perché altrimenti avremmo finito con l’incriminare non solo sostanze in uso alimentare o medicinale da millenni, ma in alcuni casi addirittura presenti nel nostro organismo ed essenziali per il suo funzionamento: vitamine, aminoacidi ed elementi come il ferro coinvolto nella recente polemica sulle carni rosse e così via.

Nel 1973 Bruce Ames, dell’Università di Berkley, sviluppò un rapido e semplice test di mutagenesi, che fu considerato predittivo del rischio di cancerogenicità. Molte sostanze sospette, a cominciare dal DDT, si rivelarono mutagene, ma anche in questo caso la lista si estese rapidamente. Fu lo stesso Ames ad invitare alla prudenza dimostrando che anche alimenti comuni, come le patate e i pomodori, ne erano ricchi.
La comunità scientifica è ormai consapevole della complessità del problema e quando si esprime tiene conto delle dosi, del funzionamento fisiologico del nostro organismo e, in senso più generale, del rapporto rischio-beneficio.
Eppure, gli allarmismi continuano.

Un esempio:
“Tempo fa i giornali hanno riportato la notizia che un noto magistrato aveva disposto il sequestro di un integratore alimentare a base di bioflavonoidi, sostanze naturali presenti in molti cibi e in alcuni medicinali. Il provvedimento è stato preso in seguito alla notizia, pubblicata da un’autorevole rivista scientifica, che queste sostanze sono genotossiche e potrebbero favorire la leucemia infantile (Strick et al., 2000). In questa circostanza non c’è stato l’errore di ritenere intrinsecamente sicure le sostanze naturali, ma se n’è commesso un altro: non si è tenuto conto delle dosi.

Anche i pomodori, le patate e altri vegetali commestibili contengono sostanze genotossiche, ma non per questo sono pericolosi. Lo diventerebbero qualora se ne ingerisse non qualche etto, come di solito avviene, ma qualche tonnellata. I bioflavonoidi: tanto rumore per nulla: così è stato liquidato questo episodio in una nota apparsa sul Bollettino d’informazione dei farmaci del ministero della Salute (2002). Nel frattempo si erano alimentati timori infondati, che hanno disorientato il pubblico. È successo per colpa non tanto del magistrato che ha disposto il sequestro, quanto piuttosto degli scienziati che hanno diffuso informazioni incomplete.” (Silvestrini, 2015)

Certo, anche la scienza è fatta di personaggi alla ricerca disperata della notorietà, come in qualunque altro settore, ma ci sono anche studiosi seri e coscienziosi, che meritano attenzione e rispetto. Tanti scienziati operano negli Organismi internazionali deputati alla sicurezza ambientale, alimentare e del farmaco.

A seguito di un'analisi particolareggiata e metodica, nel 2013 gli esperti scientifici dell'EFSA (European Food Safety Autority) hanno concluso che l'aspartame e i suoi prodotti di degradazione (fenilalanina, acido aspartico e metanolo) sono sicuri per il consumo umano. La dose giornaliera attuale è ritenuta sicura per la popolazione generale (compresi lattanti, bambini e donne in gravidanza), salvo che per i soggetti affetti da PKU. A conclusioni analoghe è giunto uno studio, condotto dall’epidemiologo Carlo La Vecchia dell’Istituto Mario Negri e dalla tossicologa Marina Marinovich dell’Università di Milano e pubblicato su “Food and Chemical Toxicology”, che ha preso in esame tutte le ricerche pubblicate negli ultimi 22 anni.
L'Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) il 10 dicembre del 2013 ha concluso un'analisi su larga scala di tutti gli studi disponibili, dalla quale emerge che "l’aspartame e i suoi prodotti di degradazione sono sicuri per il consumo umano alla dose giornaliera ammissibile di 40 mg/Kg di peso corporeo/die”.

In merito ai tre principali prodotti di degradazione dell'aspartame, l'agenzia afferma quanto segue: "La fenilalanina è un aminoacido che costituisce le proteine presenti in molti alimenti.  È nota la sua tossicità a livelli di assunzione elevati, in particolare per il feto in via di sviluppo in donne affette dalla patologia detta fenilchetonuria (PKU). Il metanolo è presente in alimenti quali frutta e verdura e viene anche prodotto naturalmente dall’organismo. Diventa tossico in caso di esposizione estremamente elevata, ad esempio in seguito al consumo di alcuni liquori distillati in casa. Il metanolo derivante dall’aspartame rappresenta una piccola percentuale dell’esposizione totale al metanolo da tutte le fonti. L'acido aspartico è un aminoacido che si trova nelle proteine. L’organismo può convertire l’acido aspartico nel glutammato, che a livelli molto elevati può avere effetti nocivi sul sistema nervoso. Gli esperti dell’EFSA, tuttavia, non hanno osservato evidenze di neuro tossicità associata all'aspartame e hanno concluso che l'acido aspartico derivato dall'aspartame non desta timori per la sicurezza dei consumatori".

Per quanto riguarda la saccarina, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), la stessa che nel passato aveva avanzato alcuni dubbi sulla sicurezza di questa sostanza, ha escluso l’esistenza di rischi nei suoi impieghi come edulcorante in bevande, cibi, dolci, farmaci e dentifrici. Secondo l’FDA (Food and Drug Administration) questa sostanza è sicura alla dose di 15 mg/Kg di peso corporeo/die.

Rimane la domanda: “Perché ricorrere a edulcoranti di sintesi anziché agli zuccheri naturali?” Perché ci sono anche i diabetici, per non parlare del sovrappeso, che è una condizione anomala non solo diffusa, ma con conseguente negative devastanti.
Tuttavia queste spiegazioni sfiorano appena il grande problema del rapporto tra sostanze di sintesi e d’origine naturale. Il “Farmaco moderno” è “un patto esemplare tra uomo e natura”: un patto tra l’uomo, che ancora una volta ha trasformato il progresso scientifico in un devastante strumento di potere, e la natura, che lo ammonisce a rinsavirsi finché è ancora in tempo.