Malattia di parkinsonTUTTO SULLA MALATTIA DI PARKINSON

La Malattia di Parkinson fu descritta per la prima volta nel 1817, dal medico inglese James Parkinson che, osservando alcuni pazienti, definì questa patologia come “paralisi agitante”. Il medico descrisse nel suo trattato i sintomi di alcuni soggetti come "tremori involontari in parti non in movimento con tendenza a piegare il tronco in avanti e a passare dal camminare al correre, mentre la sensibilità e l’intelligenza sembrano intatte”.

Il nome che identificò la malattia per circa un secolo fu “Paralisi agitante"  fino a quando si è scoperto che non rappresentava appropriatamente i soggetti malati perché non c'era paralisi, quindi prese inizialmente il nome di Parkinson Idiopatico per arrivare ad essere oggi definito “Malattia di Parkinson”.

La malattia di Parkinson è una delle malattie neurodegenerative più comuni, ha un andamento cronico e lentamente progressivo.

 

TUTTO SULLA MALATTIA DI PARKINSON

 

 

EPIDEMIOLOGIA                                                                                  

I dati di prevalenza e di incidenza sono variabili a seconda delle diverse casistiche e delle metodologie impiegate.

Il tasso di incidenza (nuovi casi in un anno su 100.000 abitanti) oscilla tra 2-5 e 23 nuovi casi per 100.000 abitanti l'anno ed aumenta nelle età più avanzate. Il tasso di prevalenza (cioè i casi per 100.000 abitanti) è pari a circa 56-234 casi per 100.000 abitanti mentre quello di mortalità a 1.7-6 casi per 100.000 abitanti. Una valutazione dei tassi di prevalenza per classi di età mostra il reale impatto della malattia di Parkinson per quelle più avanzate, infatti si osservano nella classe di età 60-69 anni 621.4 casi per 100.000 abitanti, in quella 70-79 1978.3 casi ed in quella 80-89 3055 casi per 100.000 abitanti. I casi di parkinsonismo giovanile sono tra l'1% e il 18%. In Italia sulla base degli studi epidemiologici più accurati e considerando la popolazione residente all'ultimo censimento si stimano circa 170.000/200.000 casi prevalenti. Per quanto riguarda i dati sulla sopravvivenza, gli studi non sono tutti concordi, infatti secondo alcune casistiche la sopravvivenza è ridotta rispetto alla popolazione generale, mentre per altre è sovrapponibile.

 

CAUSE

Le cause sono ancora sconosciute. Sono state avanzate diverse ipotesi.  Certamente esiste una componente ereditaria nella predisposizione a sviluppare la malattia, ma solo il 10% circa dei malati ha un familiare affetto. La componente genetica sembra essere più preponderante nei casi ad esordio precoce.

 Altre teorie sono quella traumatica, tossica (da pesticidi, erbicidi, metalli come ferro, manganese, piombo, zinco, alluminio, rame). Potremmo dire che la malattia è la risultante di complesse interazioni tra fattori genetici e ambientali.

 

PATOGENESI

La Malattia di Parkinson è una malattia degenerativa del Sistema Nervoso Centrale caratterizzata da una progressiva degenerazione di una popolazione selettiva di neuroni situati in una struttura del cervello detta "substantia nigra" , cioè sostanza nera. Questa "Sostanza nera" è la zona in cui avviene la perdita dei neuroni produttori di dopamina e collega tale zona al nucleo striato, questo collegamento viene definito "Via nigro-striatale". La dopamina prodotta nella sostanza nera viene rilasciata a livello del nucleo striato e attraverso alcuni circuiti dei nuclei della basa permette la regolazione e l'apprendimento della funzione motoria e alcune funzioni cognitive.
Nel processo degenerativo sono comunque coinvolti anche altri neuroni di altri sistemi e di altri nuclei cerebrali.  L'alterazione della via nigro-striatale determina una mancata regolazione del controllo che i nuclei della base esercitano sulla funzione motoria e, conseguentemente, la comparsa dei sintomi tipici della Malattia di Parkinson, cioè il rallentamento motorio (bradicinesia), la rigidità muscolare (ipertono) e il tremore a riposo.

DIAGNOSI

La diagnosi del morbo di Parkinson si basa sulla storia clinica del paziente, sull’esame obiettivo neurologico e sull’esecuzione sia di test farmacologici specifici che di esami strumentali cerebrali come RMN, PET e TC, questi ultimi soprattutto per escludere altre patologie.

La diagnosi differenziale con le sindromi Parkinsoniane secondarie è fondamentale in quanto si presentano con sintomi simili ma hanno evoluzione e prognosi differenti dal Parkinson. Tra queste vanno ricordate sia le forme secondarie che sono causate da una sofferenza vascolare cronica cerebrale (Parkinsonismo vascolare), sia quelle iatrogene che quelle degenerative atipiche che hanno una bassa risposta alle terapie antiparkinsoniane. La diagnosi differenziale si pone anche con il tremore essenziale.

 

SINTOMATOLOGIA

Possiamo distinguere il decorso della malattia grossolanamente in due fasi: malattia in buon compenso clinico e fase complicata della malattia.

Si distinguono sintomi motori e sintomi non motori

I sintomi motori sono i più conosciuti e sono rappresentati da rallentamento dei movimenti volontari (bradicinesia), difficoltà e ritardo ad iniziare un movimento (acinesia), riduzione dei movimenti volontari, esauribilità dei movimenti ripetitivi (per es. fare ciao tante volte con la mano), sensazione che i piedi sono incollati al pavimento soprattutto all'inizio della deambulazione (freezing).   L'andatura avviene a piccoli passi e spesso senza il penzolamento degli arti superiori durante la deambulazione. Spesso è presente ipomimia, scrittura a caratteri piccoli e a volte indecifrabile (micrografia), linguaggio monotono.

Altro sintomo importante è il tremore a riposo che spesso è il primo sintomo della malattia. In genere inizia in un solo arto superiore e poi si diffonde nell'arto controlaterale. Meno frequentemente inizia ad un arto inferiore. In fase avanzata di malattia può interessare anche la lingua, le labbra e la mandibola.

Il terzo sintomo importante è la rigidità, caratterizzata da un aumento del tono muscolare (ipertono extrapiramidale). Tale aumento del tono muscolare, con prevalenza dei muscoli flessori, può determinare un atteggiamento in flessione del paziente che spesso s'incurva (camptocormia).

L'ultimo sintomo tra quelli motori è l'instabilità posturale che può presentarsi in fase avanzata della malattia e consiste nella difficoltà di aggiustamento della posizione del corpo quando il paziente passa da seduto o coricato alla stazione eretta, difficoltà che può portare a frequenti cadute.

I sintomi non motorisono meno conosciuti e possono interessare diversi organi, apparati e funzioni, come disturbi del sonno (insonnia, sonnolenza diurna, incubi, ecc.), disturbi dell'umore e ansia, disturbi della sfera sessuale (disfunzione erettile e mancanza di eiaculazione), aumentata salivazione, stipsi, problemi di deglutizione, deterioramento cognitivo, allucinazioni e deliri, ipotensione ortostatica con vertigini e svenimenti, incontinenza o ritenzione urinaria, ecc.

TERAPIA

La terapia medica è fondamentale e allo stato attuale si avvale di farmaci che possono controllare la sintomatologia ma non riescono a modificare il decorso della malattia.

La somministrazione di dopamina esogena può ridurre i sintomi in 2/3 dei pazienti con il Parkinson. La dopamina non può attraversare la barriera emato – encefalica, quindi il trattamento più comune consiste nella somministrazione orale del farmaco L-DOPA, un precursore della dopamina, che può attraversare i capillari cerebrali ed essere convertito in dopamina.  Purtroppo tale trattamento con il passare del tempo va incontro ad una progressiva perdita di efficacia e determina la comparsa di fluttuazioni motorie e discinesie, come effetti indesiderati. Per cercare di ovviare a questi inconvenienti si tende ad impiegare, con frequenza maggiore e il più precocemente possibile, a seconda dei casi, i dopamino-agonisti, con somministrazione unica o in associazione alla levodopa a bassi dosaggi. Tali farmaci stimolano direttamente i recettori del Corpo Striato fornendo una stimolazione più costante e, inoltre, avrebbero un’azione neuro-protettiva sui neuroni rimanenti della substantia nigra. 

 Molto utilizzati sono anche i dopaminoagonisti, in particolare ropinirolo e pramipexolo.  Frequentemente si usano pure alcuni anticolinergici e MAO-B inibitori (rasagilina e selegilina).

Sugli eventuali sintomi associati vengono utilizzati farmaci sintomatici indicati a seconda del problema.

Nella malattia di Parkinson, oltre alla terapia farmacologica, riveste un ruolo fondamentale anche la fisioterapia e una dieta appropriata. La prima è in grado, con un programma regolare di esercizi muscolari, di mantenere una buona funzionalità del sistema muscolo-scheletrico e, quindi, determina un miglioramento della postura, dell'equilibrio e dell'abilità manuale. La seconda riguarda soprattutto l'interazione farmacocinetica fra la terapia a base di levodopa e la dieta come possibile spiegazione di fluttuazioni motorie specie pomeridiane.  Anche la logopedia risulta efficace nei casi in cui il paziente ha problemi del linguaggio.

In alcuni pazienti altamente selezionati che presentano dei requisiti specifici è possibile un approccio di tipo chirurgico. L'intervento oggi più praticato è la "Stimolazione cerebrale profonda" o DBS (Deep Brain Stimulation). Questo tipo d’intervento si è dimostrato efficace nel controllo sia dei sintomi della malattia che degli effetti cronici indotti dalla terapia farmacologica.

Le prospettive terapeutiche future sono rivolte sia verso la ricerca di nuovi farmaci sempre più efficaci e in grado di arrestare l’evoluzione della malattia, sia verso la messa a punto del trapianto di cellule staminali nell'encefalo dei pazienti parkinsoniani; per quest’ultima terapia devono essere ancora risolti una serie di problemi  non solo di tipo etico, ma anche di tipo tecnico.

 

ARGOMENTI CORRELATI ALLA MALATTIA DI PARKINSON