Ortoressia Nervosa: quando la ricerca della qualità del cibo può diventare una malattia

Dr. Francesco BovaData pubblicazione: 30 giugno 2014Ultimo aggiornamento: 16 luglio 2014

L'ortoressia nervosa è un presunto disturbo dell'alimentazione in cui una persona è eccessivamente preoccupata per per la qualità e la salubrità del proprio cibo. Il primo a descrivere questo disturbo è stato Steven Bratman in un articolo pubblicato nel 1997 sulla rivista Yoga Journal.

Il disturbo comprende sia una specie di fissazione per il cibo “sano” che una dipendenza da esso e da un'alimentazione appropriata.

In casi estremi tale preoccupazione, come avviene nei classici disturbi ossessivi, domina la vita dell'individuo che ne soffre. L'ossessione per il cibo biologicamente puro e per i negozi in cui esso si vende conduce ad uno stile di vita caratteristico. Restrizioni dietetiche e pianificazioni relative all'alimentazione, in combinazione con personalità o tratti prevalenti di personalità tendenti a sentimenti di superiorità e condotte di tipo fobico-ossessivo, sono spesso elementi centrali dell'ortoressia nervosa.

La trasgressione delle regole dietetiche comporta un'ansia intensa, sentimenti di colpa e vergogna e determinano condotte conseguenti incentrate sul digiuno che può durare anche diversi giorni. Ad oggi questo non è considerato un disturbo psichiatrico perchè non incluso nel lunghissimo elenco del DSM V, ma risulta comunque un quadro clinico piuttosto comune nella pratica quotidiana di chi si occupa di salute mentale.

In realtà la questione è stata a lungo dibattuta all'interno del gruppo di esperti che si è occupato dell'interminabile stesura dell'ultima edizione del DSM, ma è probabile che l'eventuale inclusione dell'ortoressia nervosa potesse in qualche modo esacerbare i conflitti che negli Stati Uniti esistono fra psichiatria e organizzazioni anti-psichiatriche che spesso includono il cibo e una dieta presunta come adeguata, come elemento centrale per la cura “naturale” delle malattie psichiatriche in alternativa a quella sintetica propinata dalle multinazionali del farmaco.

In realtà il fenomeno, forse con meno fanatismi, si è esteso nel tempo a tutti i paesi occidentali e l'attenzione al cibo è diventata una vera e propria moda, una specie di nuovo status symbol, la nuova frontiera della vita eterna in cui cibi ossidanti ed antiossidanti combattono una strenua battaglia per la sopravvivenza.

Questa attenzione ovviamente non costituisce un disturbo di per sé, ma, inevitabilmente, il diffondersi di alcuni concetti in maniera ideologica, finisce con il condizionare la modalità di espressione del disagio psichico e quindi si determinano sul piano fenomenologico nuovi quadri clinici, non nuove malattie. Possiamo dire che l'attenzione che viene data alla qualità del cibo fornisce un piano nuovo di espressività di modalità fobico-ossessive di interpretazione della nostra realtà.

Come sappiamo dai disturbi dell'alimentazione classici come la bulimia e l'anoressia nervosa, il cibo riveste un'importanza non solo concreta come mezzo di sopravvivenza ma anche simbolica come “madre che nutre”. Quindi nel caso di bulimia ed anoressia avremo una problematica quantitativa legata ad una madre (introiettata?) che nutre troppo o troppo poco, mentre nel caso dell'ortoressia avremo un problema di qualità della relazione e non di quantità, con strutturazioni che vanno dalla mela avvelenata propinata dalla strega a Biancaneve o dal serpente tentatore alla povera Eva, a quella che se mangiata ogni giorno toglie il medico di torno.

Quindi il buono e il cattivo non sembrano dipendere da fenomeni quantitativi come la presenza/assenza quanto piuttosto dalla qualità della presenza. In questa ottica ci si potrebbe aspettare una minor gravità dei quadri di un'eventuale ortoressia perchè si riferirebbero a modalità non eccessivamente regredite, ma sappiamo come il buono e il cattivo (relativamente all'oggetto) possono essere alla base di quelle difese proiettive che tendono a estromettere l'oggetto cattivo e, attribuendogli una grande pericolosità frutto della nostra aggressività, farne un oggetto persecutorio.

Avremo quindi tutte quelle conseguenze così consuete nei disturbi dell'alimentazione in cui il senso di colpa per aver mangiato la mela avvelenata e il senso di vergogna per non essere stati suffcientemente forti e aderenti al nostro ideale di sè, costituiscono la ragione profonda di tutte le deprivazioni ed espiazioni. Si cerca quindi un modo per essere perdonati o perdonarsi.

Ma torniamo all'ortoressia, e soprattutto alla sua recente storia e al suo “inventore” il dottor Steven Bratman, che in maniera paradossale non solo non è uno psichiatra ma è addirittura un medico che praticava e pratica tuttora la medicina alternativa e che in maniera inaspettata da un punto di vista ideologico, ma con la coerenza di chi in ogni caso si occupa di clinica, categorizza un nuovo disturbo. Pubblica un articolo sullo Yoga Journal (dubito che l'American Journal of Psychiatry o la Rivista di Freniatria lo avrebbero fatto) in cui spiega come sia arrivato nel corso della sua lunga esperienza clinica a individuare una condotta alimentare che presenta molte delle caratteristiche di un disturbo.

Negli anni '70 l'allora Steve Bratman lavorava come cuoco e addetto alle coltivazioni biologiche in una comunità a nord di New York. Laureatosi in medicina ha cominciato a praticare la medicina alternativa e a prescrivere condotte dietetiche per la cura di alcuni disturbi. Nel suo articolo il dottor Bratman descrive come nel tempo la sua ortodossia e la sua “fede” nella cura attraverso la medicina nutrizionale sia diventata meno rigida. Nel tempo il suo approccio si è per così dire medicalizzato arrivando a considerare la terapia dietetica come una terapia farmacologica che può avere effetti terapeutici quanto effetti collaterali.

La sua disillusione comincia proprio al tempo della sua esperienza nella comunità popolata da idealisti del cibo, in cui si è imbattuto nel caos delle contraddittorie teorie nutrizionali. Nella comunità i vegetariani che erano in numero prevalente pretendevano che i cibi fossero cucinati in pentole e locali diversi rispetto a quelli in cui venivano cucinate pietanze a base di carne. Le verdure crude amate dai vegetariani erano odiate dai seguaci della macrobiotica che mangiano solo verdure cotte. I sostenitori della verdura di stagione non tolleravano che la comunità spendesse soldi per acquistare lattuga a gennaio. I cibi piccanti erano considerati da alcuni terapeutici e da altri dannosi, lo stesso per i crauti ed i cibi fermentati, la frutta (potenzialmente alla base delle infezioni da candida), l'aceto e le combinazioni di cibo come proteine ed amidi dannose per alcuni e addirittura da cucinare assieme per altri (riso nero e fagioli aduki).

Il rischio era che la medicina olistica alla base di quella nutrizionistica perdesse di vista uno dei principi fondamentali che è la cura della persona e la dieta ne è solo un mezzo, non il fine.

In tali circostanze il dottor Bratman cominciò a notare che alcuni dei seguaci più accaniti presentavano dei pattern cognitivi e comportamentali peculiari, che sembrare configurare un vero e proprio disturbo.

L'ortoressia comincia di solito in maniera innocente sulla base del desiderio di prevenire malattie croniche o migliorare la propria salute in generale. Ma il regime dietetico che si abbraccia ideologicamente, qualsiasi esso sia, comporta una notevole forza di volontà anche perché spesso differisce dall'alimentazione dell'infanzia (il latte nel caso dei vegani) o da quella socialmente condivisa. Per mantenere un'autodisciplina ferrea si finisce spesso con lo sviluppare un forte senso di superiorità se non di disprezzo nei confronti di coloro che si cibano di cibo “immondizia” (che è tutto ciò che il proprio regime dietetico proibisce).

Col passare del tempo ciò che uno mangia, quanto e le conseguenze di eventuali trasgressioni, costituiscono il pensiero prevalente della giornata all'insegna dell'ortoressia e l'atto di mangiare cibo “puro” può acquisire connotazioni pseudo-spirituali. Le trasgressioni che vanno dal divorare un singolo acino d'uva al mangiare una pizza maxi, comportano sentimenti di vergogna e perdita dell'autostima e comportano punizioni fatte di giorni di digiuno. Quindi resistere alla tentazione diventa uno dei cardini dell'autostima di chi è affetto da ortoressia.

La cosa interessante del racconto del collega americano è che, “come spesso accade è basato su una sensibilità proveniente dall'esperienza personale”. Ai tempi della comunità, quando gestiva la produzione di coltivazioni biologiche, era diventato talmente “snob” da considerare scarto qualsiasi verdura fosse stata raccolta da più di 15 minuti, era totalmente vegetariano, masticava ogni boccone per 50 volte e consumava il cibo in un posto tranquillo, cioè da solo, e faceva in modo di sentire il suo stomaco vuoto alla fine di ogni pasto.

Dopo un anno di questo regime alimentare si sentiva fortissimo, con le idee chiare e disprezzava i consumatori di barrette di cioccolata e patatine fritte come “meri animali ridotti a soddisfare le proprie papille gustative”.

Però non si sentiva libero perchè aveva la sensazione di dover dimostrare in continuazione ai sui “confratelli” la propria capacità di non trasgredire, e continuava a far lezioni a familiari e amici sui danni da cibi raffinati e coltivati tra pesticidi e fertilizzanti artificiali. Penso che a questo punto più di qualcuno riconosca qualche persona di sua conoscenza o la sensazione che si prova nel trovarsi a tavola con commensali di questo genere.

Il collega americano è stato “salvato” dall'ossessione e dalla solitudine, dal verificarsi di due eventi fortuiti. Il primo è stato quello dell'improvviso ravvedimento del proprio guru dell'alimentazione vegana che un giorno disse di avere avuto una rivelazione in sogno: “piuttosto che mangiare i miei germogli da solo, preferisco condividere una pizza con gli amici”. L'altro evento determinante fu l'incontro con un monaco benedettino che gli spiego che lasciare il cibo nel piatto per rimanere con lo stomaco vuoto era un'offesa a Dio. Il processo per tornare ad un'alimentazione non condizionata durò comunque un paio d'anni e non fu assolutamente facile proprio a causa di quei sentimenti di colpa e di vergogna che seguivano tutti i momenti di “trasgressione” delle regole alimentari precedenti.

Col passare degli anni il collega americano è diventato sempre più consapevole di quanto una dieta corretta sia importante per ciascuno di noi e di quanto essa possa in qualche modo essere “pericolosa”. Alla fine del suo lavoro cita il caso di una sua paziente sofferente di asma in trattamento con una dose medio alta di cortisone e di come con una dieta che tenesse conto delle intolleranze, fosse riuscita a sospendere completamente la terapia farmacologica.

Ma nel tempo il regime dietetico della sua paziente prese talmente il sopravvento sulla propria vita, che passava la maggior parte del suo tempo a casa a pianificare cosa avrebbe mangiato, in una battaglia strenua contro il craving per cibi peraltro assolutamente salubri come pomodori e pane. Era assolutamente soddisfatta di essere riuscita a sospendere il cortisone tanto che inviò molti parenti ed amici in cura dal dottor Bratman, che però cominciò a chiedersi se veramente avesse aiutato la sua paziente e se il bilancio tra vantaggi ed effetti collaterali della dieta bilanciasse la cura di un disturbo serio ma non grave come l'asma (se fosse stato un tumore o una forma di sclerosi multipla il dubbio avrebbe avuto meno motivo di esserci).

Bratman era consapevole del fatto che la paziente prima assumeva 4 o 5 compresse di cortisone al giorno ma aveva una vita, mentre adesso “aveva solo un menu”.

Ci sono comunque molti casi in cui la dieta porta grandi benefici clinici ai pazienti ma bisogna affrontare questi pazienti con grande equilibrio e senza facili entusiasmi. La terapia alimentare non è né il trattamento ideale come dicono i suoi sostenitori, e neanche una inutile perdita di tempo come affermano i detrattori della medicina convenzionale.

“La dieta se da un lato è un mezzo terapeutico troppo complicato e emotivamente carico per essere prescritto con leggerezza, dall'altro potrebbe essere troppo utile ed efficace per essere ignorato”.

Con queste parole il dottor Bratman chiude la sua comunicazione lasciando grandi spazi di discussione e riflessione. Da un punto di vista clinico, la mia riflessione sull'ortoressia è che non mi è mai capitato che qualcuno chiedesse il mio aiuto per un'eccessiva attenzione al proprio regime dietetico, dal momento che in genere, per quanto abbiamo visto in precedenza, questa condotta e sostanzialmente sintonica.

Del resto è raro anche che una persona anoressica chieda spontaneamente aiuto, e in genere chi è affetto da bulimia tende a nascondere il disturbo. E' comunque piuttosto frequente riscontrare un'attenzione assolutamente eccessiva nei confronti del cibo, in molti pazienti con una personalità o un disturbo ossessivo o in pazienti “guariti” da un pregresso disturbo dell'alimentazione.

Non so se l'ortoressia diventerà in futuro un'altra o l'ennesima categoria diagnostica, ma sono certo che dal punto di vista della psicopatologia, essa costituisca un quadro clinico di cui tenere conto, utile per la comprensione e la cura dei nostri pazienti.   

Autore

francesco.bova
Dr. Francesco Bova Psichiatra

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1988 presso Università di Padova.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Vicenza tesserino n° 3970.

4 commenti

#1
Dr. Alessandro Raggi
Dr. Alessandro Raggi

Gentile collega,
ci voleva davvero questo tuo breve ma esaustivo articolo.
Credo che tutti coloro che si occupano di questi disagi "i cosiddetti DCA" ne trarrebbero utilità leggendolo.
Il punto centrale, che mi sembra aver colto e che condivido in pieno, è che si tende a etichettare con nomi più o meno creativi ogni variante delle anoressie-bulimie come se fosse una realtà non solo nosografica (e dunque meramente statistica) ma effettiva. Condivido anche la psicodinamica che vedrebbe in questi casi una difficoltà rispetto alla qualità degli oggetti interni e non tanto una polarità vuoto-pieno oppure assenza-iperpresenza.
In clinica si presentano effettivamente soggetti con ogni tipo di variante sintomatica, ma resta essenziale la valutazione psicologica del funzionamento mentale complessivo del soggetto (personalità ed eventuali suoi disturbi, comorbidità, tratti, stile cognitivo) piuttosto che la specifica forma in cui si presenta il sintomo che tutto sommato, dal punto di vista della terapia psicologica, può essere importante ma comunque secondario - proprio così come nel trattamento è secondario il trattamento del sintomo, che produce, infatti, risultati nel breve ma destinati nei casi migliori a inevitabili ricadute nel tempo di norma più distruttive delle prime forme sintomatiche.

#2
Dr. Alessandro Scuotto
Dr. Alessandro Scuotto

Gentile collega,
complimenti per l'esposizione della problematica.
La condizione descritta giunge poco frequentemente all'attenzione di psicologi e psichiatri in forma primaria, più spesso emerge in una successiva osservazione in alcuni pazienti che si rivolgono - o vengono indirizzati - allo psichiatra (o allo psicologo) per altri problemi.
Questo disturbo è più frequentemente osservato da chi si occupa di nutrizione e di medicine non convenzionali, in questo senso, non mi ha sorpreso che la prima descrizione sia stata tracciata da Steven Bratman che, come tu ironicamente sottolinei con il "paradossalmente", non è uno psichiatra.

La gestione del "disturbo" non è semplice perché il soggetto che lo presenta non lo riconosce (come per altri DCA) ed è spesso rafforzato nelle sue convinzioni dal consenso di un ristretto intorno sociale (diversamente da altri DCA) autoreferenziale.

Potrà essere di utilità per qualche lettore il link all'articolo originale di Bratman del 1997 su Yoga Journal, da te citato; si trova alle pagine 42-50 di: http://books.google.it/books?id=AOoDAAAAMBAJ&pg=PA8&lpg=PA8&dq=October+1997+issue+of+Yoga+Journal&source=bl&ots=BA3gRJtg85&sig=QL62I82vAeZzAmLgFgsiW4xCyuE&hl=it&sa=X&ei=FZQmVIi7GMLAPOjTgSg&ved=0CCoQ6AEwAQ#v=onepage&q=October%201997%20issue%20of%20Yoga%20Journal&f=false

#3
Dr. Alessandro Raggi
Dr. Alessandro Raggi

Caro Collega Alessandro Scuotto ho trovato molto interessante la tua sottolineatura del fatto che questa forma di DCA si può presentare più spesso all'attenzione di chi si occupa di nutrizione e di medicine non convenzionali; effettivamente mi hai fatto venire in mente che alcuni soggetti con questo tipo di disturbo si sono comportati proprio così. Volevo però unicamente far notare che in generale la maggior parte dei soggetti con un qualsiasi DCA non lo riconoscono come un "problema" (di norma nelle fasi iniziali che però possono anche durare molti mesi se non anni) e difatti, in quasi tutti questi casi, raramente chi porta il sintomo porta anche la domanda al terapeuta. Alcune ragazze in amenorrea per squilibri alimentari vanno dal ginecologo il quale gli prescrive una pillola, il ciclo sembra essere tornato e loro vanno avanti così per molto tempo.
Concordo in pieno sulla differenza rispetto al rafforzamento sociale del sintomo, che presentandosi come un'innocuo "essere vegano" o esempi simili, può godere di uno status sociale accettabile se non addirittura "alla moda".

#4
Dr. Francesco Bova
Dr. Francesco Bova

Cari colleghi,
Terrò a mente questi spunti e ci rifletterò. Grazie

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