Psicologia dinamica: teorie e clinica - parte I

giuseppestefanobiuso
Dr. Giuseppe Stefano Biuso Psicologo, Psicoterapeuta

INTRODUZIONE

Quando si parla di “orientamento psicodinamico” ci si riferisce a una varietà di modelli teorici e di approcci psicoterapici che discendono dalla "psichiatria dinamica" di fine '700 (Dazzi, De Coro, 2003). Nella sua evoluzione, la psicologia dinamica si è sempre configurata come un arcipelago variegato di modellizzazioni, spesso in dialogo aperto tra loro e con altre discipline. Sebbene la psicoanalisi freudiana costituisse un primo articolato tentativo di sistematizzazione del paradigma psicodinamico, pur nella continuità di alcune linee concettuali, oggi esso se ne discosta considerevolmente (ibidem).

Pur nella loro eterogeneità, le diverse modellizzazioni condividono, tuttavia, cinque presupposti di base (Westen, 1997):

  1. l'attività psichica è in larga parte inconscia;

  2. i processi mentali agiscono in parallelo e interagiscono continuamente, generando compromessi e provocando conflitti;

  3. le esperienze infantili sono di primaria importanza per lo sviluppo della personalità, specie per quanto riguarda il modellamento degli stili di relazione;

  4. le interazioni fra le persone sono guidate dalle rappresentazioni soggettive di sé, degli altri e dei rapporti interpersonali che ciascuno possiede;

  5. lo sviluppo psichico non consiste semplicemente nell'aumento delle capacità di autoregolazione, ma anche nel passaggio da uno stato di dipendenza immatura a uno stato di interdipendenza matura.

Se i concetti di Inconscio e di Conflitto costituirono le basi precipue di tutta l'opera di Freud, l'accento sulle esperienze infantili non fu presente con la medesima pregnanza in tutte le fasi della sua elaborazione teorica e il discorso circa la presenza di un mondo oggettuale interno, da Freud appena abbozzato, dovette attendere autori successivi per una sua più approfondita concettualizzazione. Le acquisizioni riguardo allo sviluppo delle capacità autoregolatorie e delle forme di intersoggettività nel corso dell'ontogenesi individuale scaturirono, invece, da contributi molto più recenti.

Nonostante ciò, la psicologia dinamica, nel corso della sua evoluzione, ha mantenuto un vertice osservativo costante, tale da poter essere fin dagli albori definita come “il ramo della psicologia che studia la complessità e le contraddizioni della psiche individuale alle prese con le proprie motivazioni” (Jervis, 2001, p. 11), che si declina nello “studio generale dell'inconscio, dei conflitti, delle nostre difese psicologiche, dei legami interpersonali” (ibidem, p. 12) o, in altri termini, delle “dinamiche della mente” (ibidem, p. 18), dei processi attraverso cui elaboriamo cognitivamente ed affettivamente la realtà materiale, relazionale e sociale e ci adattiamo ad essa.

 

Presupposti epistemologici

La nascita della psicologia moderna, e della psicologia dinamica, emerge dal superamento di un duplice dualismo epistemologico. Raggiunto uno statuto disciplinare autonomo, individuatasi dalla contesa storica tra filosofia e medicina, le quali per secoli hanno reclamato come proprio l'ambito di studi riguardante il “discorso sull'anima” (Nicolas, 2002), la psicologia ha teso a superare il classico dualismo mente-corpo cartesiano per radicare il discorso del mentale nel corporeo, concependo mente e corpo come “due facce di una stessa medaglia” (Porcelli, 2008). La mente costituisce la “proprietà emergente” (ibidem) di un cervello dalle funzioni plurime, ma intrinsecamente intrecciate, che regolano la “vita”, dalle attività fisiologiche di base alle attività psichiche più complesse. Tuttavia, se una concezione più articolata, e maggiormente scevra da retaggi dualistici che faticano a morire, del rapporto mente-corpo è un'acquisizione consolidatasi solo all'interno del modello bio-psico-sociale (Engel, 1977), già le teorizzazioni di Freud concepivano la psiche intimamente radicata nel corpo.

 

Preistoria

Come detto, le radici delle teorie e degli approcci psicoterapici psicodinamici si situano in un modello di "psichiatria dinamica" sorto alla fine del '700 e sviluppatosi nel corso del XIX secolo. Una prima concezione dinamica della mente e la possibilità di influire terapeuticamente su di essa è strettamente legata al destino della nascente ipnosi clinica che vide Mesmer (1734-1815) fra i suoi fondatori e Charcot, Bernheim e Janet fra i suoi principali esponenti. Gli studi di Charcot e Bernheim ebbero, tra l'altro, una significativa influenza sulla formazione del giovane Freud.

 

LA NASCITA DELLA PSICOANALISI

Figlia dell'ipnosi, la psicoanalisi nasce dal superamento del “metodo catartico” che Freud (1856-1939), medico viennese, aveva sviluppato insieme a J. Breuer. Gli “Studi sull'Isteria” (Breuer, Freud,1892-1895) racchiudono le acquisizioni teoriche e cliniche a cui essi giunsero nel corso del procedere del loro lavoro. Lo statuto epistemologico è di confine: tra il positivismo, che concepiva una realtà oggettiva, direttamente e imparzialmente indagabile, volta a scoprire i rapporti di causa-effetto esistenti fra le variabili dei fenomeni osservati, e un suo superamento, in una prospettiva “clinica”, che consideri i processi psichici individuali nel contesto dell'unicità individuale.

Freud (1895, 1900, 1915) concepisce la mente come “un apparato che preme alla scarica”, espressione di un'attività cerebrale che ha lo scopo precipuo di mantenere l'organismo quanto più possibile esente da stimoli. Il funzionamento primario della mente è legato al “principio di piacere” (1911): la mente rifugge dal dispiacere, dato dall'accumulo di tensioni, e ricerca il piacere, che scaturisce dalla scarica delle tensioni che si configurano come moti di desiderio.

Questa concezione dell'apparato mentale, per altro oggi ampiamente superata, ha costituito lo sfondo di tutta la teorizzazione freudiana, che, per altri versi, è stata sottoposta dal suo autore a diversi rimaneggiamenti, correzioni e modifiche anche sostanziali.

Il “metodo catartico” (Breuer, Freud, 1892-1895) fondava la sua efficacia terapeutica sull'ampliamento di consapevolezza che è possibile ottenere mediante ipnosi. L'induzione dello stato ipnotico non era più volta a impartire ingiunzioni che eliminassero i sintomi mediante un meccanismo di suggestione, ma al recupero di ricordi perduti, risalenti a traumi infantili, la cui abreazione, unita a una relativa catarsi emozionale, consentiva una risoluzione più duratura della sintomatologia isterica. In altri termini, Freud e Breuer (ibidem) ipotizzarono che i sintomi isterici costituissere il “precipitato” di un'esperienza traumatica rimossa (e Freud si avvide che il trauma era sovente di natura sessuale) e la cura consisteva nel raggiungimento dell'”abreazione di quello che era uno stato affettivo strangolato legato ad attività mentali represse”: un'acquisione di consapevolezza, dunque, recupero di memorie represse, perché intollerabili, congiunto a una concomitante, relativa, scarica emotiva. Freud, tuttavia, si avvide ben presto delle limitazioni del “metodo catartico”: le difese che impedivano al ricordo di divenire cosciente erano solo aggirate, non abbattute, i suoi effetti non sempre perduravano, i sintomi tornavano. Da qui, il passaggio alla psicoanalisi: la strada è quella delle “libere associazioni” (1896): “mi dica tutto ciò che le viene in mente!” Liberamente, ignorando ogni resistenza, il paziente doveva, superando ogni reticenza, lasciar fluire il proprio pensiero dandogli voce, saltando di palo in frasca: Freud scoprì la via verso le propaggini dell'inconscio, la “regola fondamentale” della cura psicoanalitica.

Nel 1900 scrisse “L'interpretazione dei sogni”. In questo libro che fece epoca, Freud propose il metodo delle “libere associazioni” per cogliere il significato dei sogni. Il sogno costituiva la “via regia per l'inconscio”.

Intanto nel 1897, Freud aveva abbandonato la “teoria della seduzione sessuale infantile” considerando i traumi sessuali fantasie inconsce che emergevano in analisi come scene "mai avvenute nella realtà" (Freud, 1897): la fantasia prese il posto della realtà, l'intrapsichico delle pulsioni prese il posto della relazionalità del trauma. Tuttavia, l'evolvere del pensiero freudiano non si manterrà costante su questa direzione, oscillando, piuttosto, lungo due linee concettuali: strutturale-pulsionale, relazionale-oggettuale (Panizza, 2008). La linea strutturale-pulsionale minimizza il ruolo dell'ambiente nell'influenzare la psiche individuale, piuttosto determinata dall'intensità costituzionale delle spinte pulsionali; la linea relazionale-oggettuale, invece, getta luce su come “le interazioni tra oggetto esterno e Io totale [..] possono tornare a ripetersi entro l'Io su tale nuovo palcoscenico” (Freud, 1921, pag. 79).

Nonostante il complesso del pensiero freudiano propenda essenzialmente per la prima di queste linee concettuali, questa distinzione è di vitale importanza per comprendere appieno lo sviluppo successivo della psicoanalisi e della prospettiva psicodinamica.

 

L'INCONSCIO e la PRIMA TOPICA

Ciò che fa male vuole essere dimenticato, ciò che è intollerabile non può trovare posto nella coscienza; ma non muore: “Ciò che è rimasto capito male ritorna sempre; come un'anima in pena, non ha pace finché non trova soluzione e liberazione” (Freud, 1908).

Rimosso, relegato nell'inconscio, torna, camuffato, attraverso i sogni (Freud, 1900), i lapsus e gli atti mancati (Freud, 1901), i sintomi psicopatologici. Torna, da dove è sorto, ed è sempre un desiderio. “Ci sono desideri che l'essere umano non vorrebbe rivelare neanche a se stesso” (Freud, 1900): di cui non vogliamo, o più spesso non possiamo, essere consapevoli. La natura dell'uomo è ambivalente (Freud, 1900, 1913, 1914). L'odio, l'aggressività, è la reazione aversiva a tutto ciò che frustra i nostri bisogni (Freud, 1914) e, non esistendo relazione alcuna in cui essi possano essere pienamente soddisfatti, esso permea, inevitabilmente, tutte le nostre relazioni. Ma non possiamo odiare chi amiamo, non possiamo neanche concepirne il desiderio di morte (le emozioni, come l'inconscio, hanno un carattere d'infinitezza (Blanco, 1975), che solo altre emozioni e le funzioni cognitive possono modulare), e non possiamo desiderare ciò che per la sua realizzazione esige la sopraffazione o la scomparsa di chi amiamo. Tutti i desideri che ci appartengono ma che, al contempo, sarebbero per noi inaccettabili, vengono rimossi, allontanati dalla consapevolezza, sospinti nell' Inconscio o mai lasciati sfuggire da esso.

L'inconscio: sistema, o “luogo”, della mente e “modo di essere” della mente stessa (Freud, 1900). “Luogo” non riconducibile a nessuna parte del cervello, così come nessuna parte di un microscopio coincide con l'immagine che fra le sue lenti si crea (ibidem); “modo di essere inconscio della mente”.

E' il luogo della non-consapevolezza, delle tracce di memoria prive dell'investimento energetico necessario per divenire coscienti; “rappresentazioni di cose” non investite dal sistema Conscio, poiché prive delle relative “rappresentazioni di parole” (Freud, 1914).

Ed è un sistema che indica un tipo di funzionamento, il “processo pschico primario”, volto all'appagamento immediato dei desideri (Freud, 1911), una logica mentale distante dalla logica comunemente definita razionale, aristotelica, la logica propria del “processo psichico secondario”, volta, invece, alla procrastinazione dell'appagamento pulsionale mediante il percorrimento di vie che tengano in considerazione l'esame di realtà. Matte Blanco (1975) svilupperà il concetto freudiano di “modo di essere inconscio della mente”, sottolineando come la mente possegga due logiche distinte, eppur indissolubilmente intrecciate tra loro. La realtà viene elaborata e a essa ci adattiamo secondo una logica cosciente, razionale, eterodividente, bi-valente, e una logica inconscia, emotiva, anaclitica, omogeneizzante.

Freud (1915) descrisse le caratteristiche peculiari del sistema inconscio: assenza di reciproca contraddizione, assenza di negazione, assenza di tempo, mobilità degli investimenti (processo psichico primario: spostamento, condensazione (Freud, 1900)), scambio della realtà esterna con la realtà interna.

Il “luogo” Inconscio è, invece, la parte più profonda e ampia di una mente tripartita e stratificata, che Freud (1900) concettualizzò in seno alla prima topica. Se nell'Inconscio si dimena, indistruttibile eppur inconoscibile, ciò che non ha mai avuto accesso alla consapevolezza o ciò che da essa è stato sottratto e mantenuto distante, è nella coscienza che risiede l'esperienza psichica soggettiva di ogni momento.

Nel preconscio vive ogni contenuto psichico che è in potenza di divenire conscio.

Ogni dinamica mentale genera dall'inconscio. E' nell'inconscio che le pulsioni sorgono premendo per cercare un accesso alla coscienza e alla motilità.

Per Freud, tutto nasce dalla pulsione: sono le pulsioni a motivare il comportamento.

Quello della “pulsione” è un concetto “ponte tra lo psichico e il somatico”: il “rappresentante psichico degli stimoli che originano dal corpo e pervengono alla psiche” (Freud, 1915).

La modificazione di un organo o una parte del corpo, che porti a un aumento della quantità di eccitazione, origina uno stimolo interno che divenendo pulsione si fa mentale e preme al soddisfacimento mediante la scarica.

La secchezza delle fauci (spiacevole), ad esempio, produce una tensione interna che elicita comportamenti volti alla ricerca di acqua per dissetarsi (piacere) e ripristinare l'equilibrio (idro-elettrolitico) basale.

Freud (1905, 1915), in un primo momento, suddivide gli stimoli interni in “Pulsioni dell'Io” (o “di autoconservazione”) e “Pulsioni libidiche” (o “Libido”). Le prime fanno riferimento a tutti gli stimoli provenienti dal corpo e relativi al soddisfacimento di esigenze fisiologiche (mangiare, bere, eccetera), le seconde, invece, ineriscono una particolare qualità di piacere: “sessuale”. La sessualità, per come la intende Freud, non va confusa con la genitalità: essa identifica piuttosto una particolare qualità di eccitazione (erogena), diversa dall'eccitazione somatica. La libido necessita per il suo soddisfacimento di un oggetto su cui scaricarsi. Le mete attraverso cui preme per il soddisfacimento identificano peculiari fasi dello sviluppo psicosessuale: orale (0-18 mesi), anale (18 mesi – 3 anni), fallica (3-6 anni) e genitale (pubertà).

Durante la fase fallica si configura il complesso di edipo, il complesso nucleare di tutte le nevrosi. Esso sorge dal consolidarsi della madre come primo oggetto d'amore e da ciò che ne discende: l'ambivalenza affettiva tra padre e figlio, derivata dall'inconscia ostilità per la conquista della donna amata (moglie/madre). Il superamento normale del complesso edipico prevede che il bambino rinunci alla conquista della madre amata e alla competizione con il padre, identificandosi con lui.

Tra la fase fallica e la fase genitale, propria della sessualità matura, Freud concettualizza una “fase di latenza” caratterizzata da un assopimento delle spinte pulsionali sessuali (libidiche).

Le fasi psicosessuali ineriscono una libido che cerca il soddisfacimento attraverso un oggetto esterno (libido oggettuale). Nelle primissime fasi di vita, tuttavia, l'oggetto a cui la libido è rivolta è l'Io stesso (libido narcisistica). Il narcisismo è per Freud (1914) lo stadio primario dell'ontogenesi di ogni essere umano. Solo col progredire dello sviluppo, scontrandosi con l'impossibilità di ottenere un reale soddisfacimento in maniera autistica, il bambino esce dal suo stato di narcisismo primario e la libido viene indirizzata verso gli oggetti esterni. Solo una parte della libido manterrà il suo rivolgimento narcisistico, fungendo da riserva energetica dell'Io. Freud preme a sottolineare come la libido narcisistica e la libido oggettuale siano inversamente proporzionali (1914, 1915): all'aumentare dell'una, decresce l'altra, e viceversa.

La soddisfazione pulsionale, pertanto, se in un primo momento avviene in forma allucinatoria, come nel sogno (1900), ben presto necessita di percorrere vie che consentano di modificare la realtà per permettere un'effettiva estinzione dello stimolo pulsionale. Non tutto, però, può esser soddisfatto: come dicevamo ci sono desideri che la coscienza non può accettare, pulsioni che devono essere represse, i cui destini sono diversi (1915).

La censura, l'istanza paragonabile a un guardiano della coscienza, opera in diversi modi per tenere al di fuori della consapevolezza un determinato contenuto ideativo e affettivo inaccettabile, non solo mediante la già citata rimozione.

Tali modi configurano i “meccanismi di difesa”: operazioni psichiche mediante le quali l'individuo si difende dai pericoli che scaturirebbero dall'appagamento pulsionale.

In un primo momento, oltre alla rimozione, ne descrive tre: la formazione reattiva (trasformazione nel contrario), il rivolgimento verso di sè, la sublimazione. Illustrando il passaggio dal narcisismo primario all'oggettualità, aveva, altresì, descritto l'introiezione e la proiezione, meccanismi mediante i quali il bambino incorpora dentro di sé tutti gli oggetti che gli consentono di giungere al soddisfacimento pulsionale e proietta all'esterno tutto ciò che al suo interno diviene occasione di dispiacere (1915a).

La formazione dei sintomi psicopatologici, che non coincide con la formazione dei meccanismi di difesa, ma che ad essi è strettamente legata, è, allora, una “formazione di compromesso”, alla stregua dei sogni, fra i desideri appartenenti all'Inconscio e le esigenze della Coscienza (1915b).

La realtà, nello sviluppo della teoria freudiana, ha un ruolo minimo: entra a far parte del mondo interno del bambino assoggettandosi all'imperversare delle pulsioni; il suo contributo eziologico si limita a una frustrazione eccessiva delle pulsioni o a una loro troppo pronta soddisfazione (Mitchell, Black, 1996). Il Freud della prima topica metterà l'accento sul “disimpasto pulsionale” alla base della genesi psicopatologica (1913). L'innato, nella concettualizzazione freudiana, ha un peso sicuramente preponderante rispetto all'appreso. Come anticipato, tuttavia, Freud non rimarrà strettamente fedele a questa linea. Osservazioni acute lo porteranno a oscillare da una visione strettamente pulsionale-strutturale della psiche a una visione più relazionale-oggettuale. Già in Lutto e melanconia (1915e) l'ambivalenza emotiva può avere un'origine costituzionale quanto più realistica. Nella depressione, l'ombra dell'oggetto cade sull'Io: l'aggressività, inconscia, verso l'oggetto d'amore perduto viene rivolta su di sé, perché l'oggetto è stato incorporato, come reazione patologica a un lutto non possibile nei confronti di un legame impostato su basi narcisistiche e verso le quali, in virtù della perdita oggettuale, retrocede. In Psicologia delle masse e analisi dell'Io (1921), il contributo della realtà verrà ancor di più allargato, ma siamo già ai prodromi della concettualizzazione della seconda topica.

Lo sviluppo della psicoanalisi come metodo di cura vide Freud confrontarsi con l'impossibilità di raggiungere una guarigione duratura esclusivamente con l'abreazione di contenuti ideativi ed affettivi prima inconsci. Affinché l'analisi agisse terapeuticamente in modo efficace, si avvide della necessità di risolvere il conflitto ai "più alti livelli di nevrosi di transfert", poiché non è possibile uccidere nessuno "in absentia o in effige" (Freud, 1912).

Freud definisce il transfert come l'aliquota di affetto e ostilità che il paziente riversa sull'analista ma che non si riferisce a nessuna reale qualità del rapporto, bensì dalla riedizione di affetti inconsci legati a esperienze infantili rimosse (Freud, 1910). L'impatto con la situazione analitica riattiva una serie di emozioni, desideri, aspettive, atteggiamenti e comportamenti nei confronti del clinico, che non hanno nulla a che vedere con lui, ma che discendono dalla storia passata del paziente. Il transfert va incoraggiato al fine di riprodurre nel rapporto con l'analista la nevrosi del paziente. E' solo nell'ambito del transfert che la nevrosi può essere debitamente elaborata e risolta. L'atteggiamento di neutralità, astinenza e riservatezza garantisce, per Freud, la possibilità che l'analista si configuri come uno “schermo opaco” su cui il paziente possa proiettare il proprio mondo interno che può essere così interpretato ed elaborato.

Se lo sviluppo del transfert era la condizione necessaria per il trattamento analitico, ne conseguiva che le psicosi (psiconevrosi narcisistiche) non potevano essere oggetto del procedimento analitico, poiché caratterizzate da un ripiegamento della libido sull'Io che non permetteva l'emergere del transfert.

L'interpretazione è la tecnica atta a cogliere l'inconscio nelle comunicazioni del paziente. Non si pensi, tuttavia, che basti acquisire una spiegazione esplicativa delle proprie dinamiche interne affinché i sintomi vengano risolti (anche se, in taluni casi, la semplice acquisizione di consapevolezza di una fantasia inconscia e delle motivazioni che la producono (Freud, 1914) può porre fine alla messa in atto inconsapevole della fantasia). L'interpretazione aggiunge una traccia linguistica cosciente a una traccia inconscia esperenziale: affinché la cura si riveli efficace occorre che le due tracce si congiungano (1915c).

 

Eros e Thatatos

Nel continuo divenire della sua elaborazione teorica, profondamente colpito dalle vicissitudini della prima guerra mondiale, Freud riformulò la sua teoria pulsionale, distinguendo non più tra pulsioni dell'Io e pulsioni libidiche, ma tra pulsione di vita (di autoconservazione e libidiche) e pulsione di morte (Freud, 1920).

La riflessione da cui parte Freud è che ogni organismo vivente tende a tornare a uno stato inorganico, di non vita: “dalla polvere sei nato e alla polvere tornerai”. Esiste, pertanto, una spinta interna che conduce l'individuo alla morte. Inaccettabile, incompatibile con le pulsioni di vita, la pulsione di morte viene proiettata all'esterno: l'aggressività, prima componente della libido sadico-orale e sadico anale (1905), poi reazione aversiva alle frustrazione pulsionali (1915), diventa ora il derivato proiettivo della spinta all'autodistruzione propria di ogni individuo.

 

SECONDA TOPICA

Con “L'Io e l'Es” (1922), Freud giunge a una riformulazione sostanziale della “topica” mentale, sviluppando i concetti che, in “Psicologia delle masse e analisi dell'Io” (1921), elegante applicazione della psicoanalisi ai temi di psicologia sociale, aveva cominciato a delineare. Le relazioni e la realtà acquisiscono una nuova e più incisiva pregnanza all'interno della teorizzazione freudiana.

"Nella vita psichica del singolo l'altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, e pertanto, in quest'accezione più ampia ma indiscutibilmente legittima, la psicologia individuale è anche, fin dall'inizio, psicologia sociale. Il rapporto che il singolo istituisce con i suoi genitori e fratelli, con il suo oggetto d’amore, con il suo maestro e con il suo medico, ossia tutte le relazioni finora divenute materia precipua della ricerca psicoanalitica, possono legittimamente venir considerate alla stregua di fenomeni sociali, e contrapporsi quindi a taluni altri processi, da noi chiamati «narcisistici», nei quali il soddisfacimento delle pulsioni elude o rifiuta l’influsso di altre persone. La contrapposizione tra atti psichici sociali e atti narcisistici – Bleuler direbbe forse «autistici» – rientra quindi per intero nell’ ambito della psicologia individuale e non consente di separare questa dalla psicologia sociale o delle masse." (Freud, 1921, p. 11).

Ogni singolo è un elemento costitutivo di molte masse, è – tramite l’identificazione – soggetto a legami multilaterali e ha edificato il proprio ideale dell’Io in base ai modelli più diversi. Ogni singolo è quindi partecipe di molte anime collettive, di quella della sua razza, di quella del suo ceto, di quella della sua comunità religiosa, di quella della sua nazione e, al di sopra di queste, può sollevarsi fino a un minimo di autonomia e di originalità.” (ibidem, p. 78).

Il capo (o l'idea che ne fa le veci), e l'ideale che esso rappresenta, della massa a cui l'individuo partecipa diviene l'oggetto d'amore comune di tutti gli individui che la compongono; l'inibizione alla meta delle pulsioni sessuali su di esso dirette fa sì che ogni individuo ponga l'oggetto amato al posto dell'Ideale dell'Io e si identifichi con gli altri appartenenti alla massa in virtù di questa comunanza.

L'”Ideale dell'Io” è l'istanza costituente il modello ideale a cui l'Io anela e si costruisce a partire dalle diverse “masse” a cui l'individuo partecipa nel corso della sua vita.

Freud, all'interno di questo denso e appassionate saggio, non ci parla solo della struttura individuale e delle masse, ma anche di relazioni. Teorizza che il mantenimento dei legami oggettuali sia reso possibile dalla presenza di pulsioni sessuali inibite alla meta che si esprimono nelle diverse forme d'amore come noi le conosciamo. Nei rapporti sessuali di coppia, la presenza di una componente libidica inibita alla meta, non avendo la possibilità di ottenere un soddisfacimento completo, elicita l'adesività all'oggetto. Freud ritiene che quest'ordine di cose sia stato in un primo momento funzionale a garantire, al ridestarsi dei moti pulsionali, dopo l'esaurimento dovuto al loro soddisfacimento, la presenza dell'oggetto.

Se l'Ideale dell'Io opera un'importante funzione nel direzionare le pulsioni e si presenta come l'elemento mediatore principale tra la realtà esterna-interpersonale e la psiche, il regno pulsionale dell'inconscio permane indistruttibile al di fuori della consapevolezza e sostanzialmente impermeabile alle esperienze esterne.

E' l'insieme delle spinte pulsionali proprie della vita psichica inconscia a costituire l'Es: siamo già all'interno della seconda topica freudiana (Freud, 1922).

Lungi dall'essere semplicemente sovrapponibili ai sistemi descritti da Freud in seno alla prima topica, Es, Super-Io ed Io si presentano piuttosto come tre istanze psichiche in perenne conflitto tra loro. Se l'Es costituisce il calderone, totalmente inconscio, delle spinte primitive dell'essere umano, il Super-Io (composto dalla coscienza morale e dall'Ideale dell'Io), parte del quale è al di fuori della consapevolezza, consiste nell'insieme delle esigenze morali interiorizzate a partire dai processi di socializzazione educativi, familiari e sociali. L'Io, anch'esso in gran parte inconscio (come nel caso dei meccanismi di difesa), è l'istanza che media fra le esigenze dell'Es, del Super-Io e della realtà esterna. La salute mentale è mantenuta dall'equilibrio fra questa istanze. Le nevrosi originano da un'indebita influenza dell'Es sull'Io, dalla concomitante accentuazione degli aspetti superegoici e dai relativi rigidi compromessi difensivi che l'Io è costretto a erigere. Nella psicosi, invece, l'Es irrompe sull'Io, l'inconscio prende il posto della coscienza: è il dominio del processo primario (Freud, 1911).

L'ultimo periodo dell'elaborazione teorica freudiana, vede il padre della psicoanalisi impegnato in lavori di sistematizzazione e di ulteriore revisione della sua teoria, oscillante fra una propensione ad accogliere le voci nuove che sorgevano in ambito psicoanalitico e una difesa rigida rispetto a quegli assunti che riteneva imprenscindibili.

Con “Inibizione, sintomo e angoscia” (1926), Freud opera una sostanziale revisione della sua teoria dell'angoscia. Essa non è più concepita come l'affetto risultante dalla trasformazione della libido in seguito a una rimozione non completamente riuscita (1915b), ma viene vista come un “segnale” indicante uno stato di pericolo: il pericolo che scaturirebbe dall'appagamento d'impulsi (libidici o aggressivi) inaccettabili. Distingue tra “angoscia segnale”, di valenza adattiva e funzionale a permettere all'Io di mobilitare opportune difese, e “angoscia traumatica” che sorge quando il pericolo supera le risorse dell'individuo, sovrastandolo.

 

Ferenczi

Il dialogo con Ferenczi, uno dei suoi principali allievi, se da una parte portò Freud a riconsiderare degli aspetti teorici, dall'altra portò ad accese discussioni che sfociarono nel 1932 in una rottura definitiva.

Ferenczi era reo di aver ridato un peso eziologico preponderante alle esperienze reali dell'infanzia (1933) e di aver cominciato a mettere in discussione alcuni assunti fondamentali della tecnica psicoanalitica, come la neutralità dell'analista.

L'ultimissimo Freud (1934), integerrimo nel mantenere gli assunti classici del procedimento analitico, si era mostrato più aperto nei confronti di possibili, alternative, matrici eziologiche “reali” nello sviluppo delle psiconevrosi. Tuttavia, aveva scotomizzato quest'aspetto, ritenendolo irrilevante per il suo procedimento e confermando così, implicitamente e con forza, il dogma della sua “metapsicologia”.

 

OLTRE FREUD

PSICOLOGIA DELL'IO

L'eredità della seconda topica fu raccolta e sviluppata dalla figlia minore di Freud, Anna, in Inghilterra, e da psicoanalisti come Hartmann, Kriss e Loewstein negli USA, all'interno di quella che fu denominata Psicologia psicoanalitica dell'io. Il focus si spostò dall'Es all'Io, dagli aspetti primitivi e istintivi della mente a quelli più adattivi. Questo spostamento d'accento trovò un terreno fertile nel pragmatismo americano, favorendo un'affermazione egemonica della Psicologia dell'Io nel panorama nordamericano del secondo dopoguerra.

L'evoluzionismo darwiniano, che già tanto aveva influenzato il pensiero di Freud, ne costituì un assunto teorico fondamentale.

Questa nuova focalizzazione portò all'approfondimento dello studio dei meccanismi di difesa (A. Freud, 1936) e l'Io fu concettualizzato non più unicamente come una formazione di compromesso, intrinsecamente conflittuale, tra le varie forze agenti sulla psiche, ma come costituito da un insieme di funzioni mentali adattive espressione di “un apparato di autonomia primaria” volto a elaborare la realtà e ad adattarsi ad essa nel miglior modo possibile (Hartmann, 1937). Furono evidenziate “aree dell'Io libere dai conflitti” e distinta una “conflittualità primaria” da una “conflittualità secondaria”. Viceversa, si notò come anche quegli aspetti dell'Io derivati da conflitti potevano assolvere, successivamente, a funzioni adattive (“autonomia secondaria”) (ibidem).

Per opera di A. Freud, all'interno della Psicologia dell'Io si assistette, inoltre, alla nascita della psicoanalisi infantile. Pur nel mantenimento della classica suddivisione dello sviluppo in fasi psicosessuali, attraverso l'osservazione diretta e il lavoro terapeutico sull'infanzia, furono formulate concettualizzazioni più accurate dell'ontogenesi individuale. La psicopatologia venne a configurarsi come un blocco dello sviluppo che l'intervento analitico aveva lo scopo di ripristinare.

Di rilevante importanza all'interno di questa tradizione, il lavoro di M. Mahler (Mahler et al., 1975) concettualizzò lo sviluppo precoce del neonato come costituito dalla successione di una serie di fasi: la fase autistica (0-2 mesi), in cui il bambino è completamente assorto in se stesso; la fase simbiotico normale (2-5 mesi), in cui si assiste a una fisiologica unità simbiotica del bambino con la madre; le fasi di differenziazione, sperimentazione, riavvicinamento, costituenti le tappe di un processo di separazione-individuazione in cui, fra i 6 e i 18 mesi di vita, il bambino mette in atto moti di differenziazione dalla madre, sperimenta se stesso mediante le proprie nuove acquisizioni motorie e si riavvicina alla madre utilizzandola come riferimento emotivo che lo sostenga nel suo processo di sviluppo.

La cura psicoanalitica rimase fedele alla tecnica classica, incentrata sulla neutralità dell'analista, sul controtransfert concepito come fonte di disturbo che doveva essere eliminato mediante un'adeguata analisi personale del terapeuta, e sull'interpretazione di transfert come strumento tecnico principale.

Tuttavia, voci dissonanti si eressero all'interno del panorama della Psicologia dell'Io. Franz Alexander (1940) identificò la cura psicoanalitica come “un'esperienza emozionale correttiva”, la cui funzione principale, insieme all'"insight", è quella di fornire al paziente modelli di relazione più sani rispetto a quelli interiorizzati nel corso della sua storia passata.

Sandler (Sandler, Sandler,2002), successivamente, approfondì le dinamiche relative alla formazione degli “oggetti interni” e alla costituzione di un mondo interno a partire dai processi di interiorizzazione dell'esperienza. Sottolineò, inoltre, la “risonanza di ruolo” (Sandler, 1976) a cui è soggetto l'analista in risposta ai moti transferali del paziente: si assistette anche nella tradizione classica della Psicologia dell'Io alla messa in discussione di alcuni concetti classici, come la neutralità.

 

MELANIE KLEIN

Tuttavia, la prima profonda revisione della teoria e della tecnica psicoanalitica classica, che portò alle famose “discussioni controverse” che spaccarono in due il mondo psicoanalitico Britannico, si deve al lavoro di una psicoanalista viennese: Melanie Klein (1978).

"Melanie Klein giunse ad una scoperta che apportava un contributo rivoluzionario al modello-della-mente, e cioè che noi non viviamo in un mondo ma in due - che viviamo anche in un mondo interno che è un luogo reale quanto il mondo esterno."(Meltzer, 1984, pag. 50). Nel suo lavoro con bambini anche molto piccoli (Klein, 1978), ella giunse, infatti, alla conclusione che fin dalle primissime epoche dello sviluppo la mente del bambino è popolata da oggetti parziali, terrifici: un mondo interno governato da angosce psicotiche, di frammentazione. Lo stabilizzarsi dei rapporti del bambino con la madre prima, il padre e le altre persone significative poi, è accompagnato da processi di interiorizzazione attraverso i quali i genitori e le altre figure incorporate vengono vissute come persone concrete viventi all'interno del proprio corpo: nella sua mente essi sono oggetti “interni”. Una copia del mondo esterno, modificato dalle pulsioni e dalle fantasie, viene a formarsi nel mondo interno. Il seno materno, il suo latte, rappresentano per la psiche infantile amore, bontà, sicurezza. L'esperienza di allattamento comporta il costituirsi nel mondo interno del bambino di un oggetto-seno buono che lo conforta, lo ama, lo sfama dall'interno. L'assenza del seno, al contrario, nei momenti in cui il bambino, affamato, lo reclama, elicita l'interiorizzare un oggetto-seno cattivo che lo affama, lo divora dall'interno e verso cui egli dirige le sue pulsioni aggressive.

Melanie Klein riprende i concetti freudiani di “pulsione di vita” e “pulsione di morte”, continuando a enfatizzare la natura innata delle pulsioni. L'organizzazione strutturale della psiche che Freud in seno alla seconda topica aveva descritto, tuttavia, subisce una profonda revisione: il concetto di Super-Io viene esteso, compreso nella dinamica degli “oggetti interni”.

L'oggetto (parziale) buono è tenuto separato (scissione) dall'oggetto (parziale) cattivo, per proteggerlo da quest'ultimo e dai propri moti di fantasia distruttiva diretti all'oggetto cattivo. Siamo all'interno della “posizione schizoparanoide”, dominata dai meccanismi di scissione e identificazione proiettiva e da angosce persecutorie. L'oggetto cattivo, infatti, attaccato in fantasia dall'aggressività del bambino, viene vissuto come un pericoloso persecutore e, pertanto, proiettato all'esterno.

Tale situazione intrapsichica terrifica, non potendo essere direttamente monitorata, necessita di una verifica continua del mondo esterno, a cui il mondo interno corrisponde: alla realtà spetta dunque il compito di invalidare le angosce psicotiche primarie. M. Klein attribuisce alla capacità di invalidare le proprie angosce interne mediante il monitoraggio della realtà esterna un ruolo importante nel mantenimento della salute mentale e nel superamento della posizione schizoparanoide.

Le esperienze reali piacevoli, infatti, permettono gradualmente al bambino di invalidare le proprie angosce e di riconoscere gradualmente l'appartenenza alla medesima unità degli aspetti “buoni” e “cattivi” dell'oggetto. Esperienze spiacevoli, e ancor di più la mancanza di esperienze piacevoli, interferiscono, e possono persino bloccare il processo che consente di passare dalla “posizione schizoparanoide” alla “posizione depressiva”.

Nella “posizione depressiva” l'oggetto ritrova la sua unità. Il bambino si rende conto di aver rivolto i propri moti aggressivi e distruttivi a un oggetto intero, contenente le qualità positive da cui dipende la sensazione di essere amato e il suo benessere: l'oggetto tanto odiato corrisponde all'oggetto tanto amato. Insorge, pertanto, la paura che l'oggetto amato sia stato distrutto, che sia andato perduto. Il bambino si “strugge” per l'oggetto d'amore e, difensivamente, oscilla tra una nuova scissione dell'oggetto e una ricomposizione in unità a cui seguono moti di riparazione. La posizione depressiva, dunque, aggiunge alle angosce persecutorie, angosce depressive legate alla perdita dell'oggetto. La Klein concettualizza lo sviluppo sano come caratterizzato da movimenti oscillatori continui tra la “posizione schizoparanoide” e la “posizione depressiva”, movimenti in cui la distanza fra gli aspetti scissi dell'oggetto si fa sempre minore. La realtà esterna, sostenendo e accogliendo i comportamenti riparativi del bambino, permette il superamento della “posizione depressiva”. Anch'esso si svolge mediante movimenti oscillatori fra la “posizione depressiva”, modalità ossessive di riparazione e la “posizione maniacale”, in cui le angosce depressive vengono negate. L'oscillazione continua e modulata tra queste diverse dimensioni caratterizza il normale flusso della crescita individuale per tutto il corso della vita. L'ossessività con cui il bambino mette in atto i comportamenti riparativi dipende dal legame intrinseco di questi con gli impulsi sadici: l'onnipotenza riparativa è la medesima onnipotenza con cui il bambino aveva distrutto in fantasia l'oggetto; pertanto, il bambino non è mai certo di aver risanato l'oggetto ed è spinto a mettere in atto compulsivamente i suoi tentativi di riparazione poiché non riesce a essere certo della loro efficacia, vista la commistione con gli impulsi aggressivi. La “posizione maniacale” rappresenta una tentativo di superare questa impasse mediante il diniego delle angosce depressive, l'onnipotenza e l'idealizzazione. Il superamento della “posizione depressiva” e delle relative difese ossessive e maniacali richiede, ancora una volta, il supporto della realtà nell'invalidare le angosce persecutorie e depressive.

L'elaborazione teorica della Klein trasformò “il "Narcismo" da teoria riguardante la natura della libido e del suo attaccamento per il corpo in un concetto che è molto più sociale e organizzativo” (Meltzer, 1984, pag. 51). Il narcisismo configura la fenomenologia che si instaura a partire dal fallimento della funzione di invalidazione della realtà e ai tentativi rudimentali, sopra-descritti, con cui l'individuo cerca di assolvere in maniera autonoma a queste funzioni. I fenomeni di transfert non vengono più visti come riedizione del passato, ma come attualizzazioni esternalizzate del proprio mondo interno. Sotto questa luce, il concetto di Identificazione Proiettiva assume un'importanza pregnante: diviene il meccanismo rudimentale di comunicazione interattiva di un mondo interno non ancora simbolizzato (la Klein fa coincidere l'avvento della simbolizzazione con il raggiungimento della posizione depressiva) (Meltzer, 1984). Ogden (1982) ne metterà in luce gli aspetti più squisitamente relazionali, descrivendolo come un processo interattivo composto da tre fasi mediante le quali aspetti di sé vengono attribuiti all'altro, si esercita una pressione affinché l'altro si conformi alle proprie proiezioni, l'altro comincia a comportarsi in conformità alle proprie proiezioni.

La reazione emotiva del clinico, il controtransfert, pertanto, cessa di essere un fattore di disturbo derivato dalla proprie problematiche personali non sufficientemente elaborate, così come l'aveva concettualizzato la psicoanalisi alle sue origini e la psicologia dell'io (Freud, 1912; Reich, 1949), ma diventa un'importante fonte di comunicazione di parti del Sé che, non potendole contenere al proprio interno, il paziente proietta sugli altri.

L'accento è sulla “comunicazione inconscia” tra paziente e analista che pur Freud (1912) aveva concettualizzato, non senza palesare una contraddizione che divenne fonte di dispute accese fra i suoi successori, insieme al concetto di controtransfert inteso come elemento di disturbo. L'analista, pertanto, prestando attenzione alle proprie reazioni emotive, concependole come comunicazioni inconsce del paziente, e, evitando di agirle, opterà per un lavoro interpretativo che consenta al paziente di riappropriarsi, integrandole, delle parti di sé proiettate.

A questo punto, è importante volgere per un attimo l'attenzione sugli ulteriori sviluppi del modello Kleiniano: Wilfred Bion approfondì la funzione comunicativa insita nei processi di identificazione proiettiva, non solo come comunicazione di parti inaccettabili di sé, ma anche come processo elicitante funzioni dell'Io indispensabili per il pensiero e la crescita psichica.

 

BION

Concependo lo sviluppo psichico come l'aumento della capacità di pensare, distinse tra il pensare come attività di formazione dei pensieri, e il pensare come attività di trasformazione dei pensieri (Meltzer, 1984). Nella sua prospettiva evolutiva, il marasma di sensazioni indifferenziate che originano dallo stato emotivo e fisiologico dell'infante necessitano del contenimento e della decodificazione materna per essere reintegrate e utilizzate in maniera produttiva nei processi di pensiero. Definisce “funzione alfa” il delicato compito a cui la madre deve assolvere per sostenere la crescita psichica del bambino. Lo descrive come il processo attraverso il quale le impressioni sensoriali (elementi beta) vengono trasformate in elementi immagazzinabili ed utilizzabili nei processi di pensiero (Bion, 1961). Non è semplicemente l'elemento trasformato che il bambino dovrà interiorizzare al fine di perseguire la sua crescita psichica, ma la stessa funzione alfa materna, che verrà così a costituire una funzione autonoma dell'Io volta alla codifica e alla regolazione delle emozioni.

 

FONAGY, FUNZIONE RIFLESSIVA E MENTALIZZAZIONE

Un ulteriore sviluppo del concetto di “funzione alfa” si deve al lavoro di Fonagy (Fonagy et al., 1995; Fonagy, 1998a, 1999) sulla funzione riflessiva e sulla mentalizzazione. Egli ha ipotizzato quale dimensione fondante della responsività materna una “funzione riflessiva” del sé, capacità di tipo metacognitivo attraverso cui la madre attribuisce al bambino, fin dalla nascita, pensieri, desideri ed emozioni, costituendolo così come soggetto di stati mentali, con una “teoria della mente” corrispondente alla propria (Baron-Cohen, 1995). La graduale interiorizzazione della funzione riflessiva materna permetterà al bambino di acquisire la capacità “di comprendere i comportamenti e i pensieri propri e altrui in termini di stati mentali”, vale a dire di concepire se stesso e gli altri come individui dotati di una mente, composita e differenziata dalle altre, da cui dipendono i pensieri e i comportamenti (Allen, Fonagy, 2008).

 

GLI INDIPENDENTI BRITANNICI

Nel panorama britannico del secondo dopoguerra, gli psicoanalisti che non si riconobbero in nessuna delle due opposte tendenze dominanti dell'epoca, occuparono una posizione intermedia fra gli annafreudiani e i kleiniani, configurando un terzo gruppo che, pur nella eterogeneità delle teorizzazioni, mise l'accento sul mondo delle relazioni oggettuali: il gruppo degli Indipendenti. Guntrip, Balint, Faibairn e Winnicott fra i suoi principali esponenti (Mitchell, Black, 1996).

 

FAIRBAIN

“La libido non ricerca il piacere, ma l'oggetto”. Con queste parole, Fairbairn (1952) capovolse l'assunto di base della metapsicologia freudiana. Non è più il raggiungimento del piacere attraverso la scarica pulsionale a essere considerato la motivazione primaria dell'essere umano, ma l'oggetto, la relazione. La ricerca dell'oggetto è sovraordinata rispetto a qualsiasi altra motivazione: la scelta oggettuale adulta si appoggerà sulla somiglianza con i primi oggetti d'amore. Per Fairbairn, le esperienze relazionali gratificanti orientano l'individuo all'esterno mentre, operando una scissione dell'Io, le esperienze frustranti vengono incorporate dall'individuo, introiettate come schemi di relazione fra “oggetti interni”.

 

WINNICOTT

Tra gli indipendentisti, Winnicott fu l'analista che con maggior forza riportò alla ribalta l'importanza della realtà nella strutturazione della psiche del bambino. Superata la concezione narcisistica (Freud, 1914) e autistica (Mahler et al., 1975) del neonato, supportato dalle osservazioni dirette che la sua attività di medico pediatra gli consentiva, definì l'impossibilità del bambino di esistere da solo: il bambino è fondamentale parte di una relazione (Winnicott, 1964).

Sottolineò l'importanza di “una madre sufficientemente buona” (Winnicott, 1971) capace di fornire al bambino un contenimento (holding, handling, scaffolding) che gli consenta uno sviluppo sano, sostenendo l'iniziale illusione onnipotente di una realtà al suo servizio, soggettiva, e permettendogli il passaggio graduale verso una concezione più realistica, oggettiva, della realtà, attraverso una serie di esperienze e oggetti transazionali.

Il bambino, nei primi momenti della sua vita, vive in una fase d'illusione in cui gli oggetti della sua precoce esperienza gli appaiono come sue creazioni, volti a soddisfare i suoi bisogni, a sua disposizione in maniera assoluta (Winnicott, 1968): “oggetti soggettivi”. L'impossibilità di una tale “perfetta” relazione (è impossibile, infatti, che tutti i bisogni del bambino vengano contingentemente compresi e soddisfatti) porta il bambino ad arrabbiarsi con l'oggetto soggettivo e a distruggerlo nella fantasia. Se l'oggetto, tuttavia, non sparisce e non attua ritorsioni, come il bambino si aspetterebbe, ma, semplicemente, “sopravvive”, il bambino può iniziare a rapportarsi a un “oggetto oggettivo”, a una soggettività esistente indipendentemente da sé, con i suoi bisogni, le sue caratteristiche, i suoi umori diversi dal bambino e non dipendenti dallo stesso. L'aggressività sarà stata il mezzo per “creare” la realtà. Allo stesso modo, il bambino può trovare il riconoscimento della sua soggettività, come slegata dagli umori, dalle aspettative, dai bisogni e desideri altrui. Le inevitabili “disillusioni”, pertanto, saranno state “ottimali”.

Dal modello del conflitto si è passati al modello del deficit, dalla funzione interpretativa alla funzione eutrofica: lo scopo principale dell'analisi, per Winnicott, non sarà più l'interpretazione di transfert e delle difese, ma la costituzione di un “ambiente sufficientemente buono” che incoraggi e sostenga la ripresa di uno sviluppo interrotto.

 

KOUTH

Kouth (1971), come Winnicott, ritiene che la funzione precipua dell'analista stia nel suo carattere eutrofico. In particolare, egli si riallaccia al concetto freudiano di narcisismo (1914), operando su di esso una sostanziale revisione. L'amore di sé e l'amore oggettuale non sono più in una relazione idraulica inversa; al contrario, l'amore oggettuale necessita di un sano amore di sé. La patologia narcisistica è da Kouth concettualizzata come il risultato di deficit legati a un inadeguato svolgimento della funzione di “oggetto-sé” da parte delle figure di accudimento. Kouth, infatti, ritiene che, affinché un sano sviluppo psichico sia possibile, il bambino debba vedere soddisfatti i suoi normali bisogni narcisistici di idealizzazione, rispecchiamento e complementarietà. Il transfert narcisistico, nell'ottica Kouthiana, non va interpretato, ma accolto empaticamente affinché possa naturalmente evolversi.

 

KERNBERG

Diametralmente opposto il discorso di Kernberg che, operando una sintesi creativa tra il modello pulsionale e il modello delle relazioni oggettuali, intende l'analisi come essenzialmente concentrata sull'interpretazione di transfert e delle difese (Kernberg,1976).

Interessatosi particolarmente al trattamento dei Disturbi Borderline di Personalità (Kernberg,1975), un contributo importante fornito da questo autore è la concettualizzazione di una diagnosi di personalità che, al di là della differenza di stili (isterico, narcisistico, ossessivo, eccetera), la concepisca strutturalmente focalizzandosi, come fonte di informazione di primaria importanza ai fini del trattamento, sul livello di organizzazione di personalità (nevrotica, borderline o psicotica), mediante l'indagine del livello di maturità dei meccanismi di difesa predominanti, del grado d'integrazione dell'identità (il grado di differenziazione e di integrazione delle rappresentazioni oggettuali del sé e dell'altro), dell'esame di realtà e del controllo degli impulsi (Kernberg, 1984).

 

 

Vedi anche Psicologia dinamica: teorie e clinica - parte II

  

Data pubblicazione: 05 giugno 2015

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