La diffusione del fenomeno è sottostimata dalle donne che ne soffrono, anche perché spesso faticano a parlarne e, pur partendo da una base comune, ciascuna ha la sua storia di vaginismo che condivide malvolentieri.

Anche per questo le statistiche non risultano affidabili (come del resto accade generalmente riguardo le questioni inerenti alla sessualità), ma la pratica clinica ci mostra come queste difficoltà siano più frequenti di quanto si pensi.

Se non adeguatamente trattato, è un disturbo ingravescente che si allarga a macchia d’olio alle varie fasi della risposta sessuale, anche in virtù dei sentimenti depressivi di autosvalutazione e di colpa che lo accompagnano.

 

Di cosa si tratta?

Lo sintetizza bene la sessuologa e psicoterapeuta canadese Rosemary Basson:

«persistente o ricorrente difficoltà della donna ad accettare la penetrazione vaginale del pene, di un dito o di un oggetto, nonostante l’espresso desiderio della donna di farlo. Ci sono spesso un evitamento fobico e una paura anticipatoria del dolore. Anomalie anatomiche o altre anomalie fisiche devono essere escluse o trattate»

 

L’accento va dunque posto sulla componente fobica (spesso in comorbilità con altri tipi di fobie e disturbi d’ansia), per cui sul desiderio sessuale -almeno all’inizio- comunque intatto prevale la paura di provare dolore, con conseguente somatizzazione muscolare e inevitabili ricadute psicologiche individuali e di coppia.

Il disturbo viene classificato in base alla severità della fobia della penetrazione (lieve, moderata o grave) e all’intensità dello spasmo in occasione di una tentata visita ginecologica (a partire da uno spasmo del muscolo elevatore dell’ano che scompare in seguito a rassicurazione, fino ad arrivare all’impossibilità di effettuarla perché la donna si rifiuta attuando un inarcamento della schiena nella zona lombare e l’adduzione difensiva delle cosce), derivanti dal livello di attivazione del sistema di “allarme” sperimentato. Allo stesso modo, nei primi due livelli di intensità della contrazione dei muscoli perivaginali la penetrazione, seppur dolorosa, è possibile, mentre con livelli più alti di spasmo non si riesce neppure ad intraprenderla.

Nell’ultima edizione del DSM (Manuale Statistico Diagnostico dei Disturbi Mentali) il vaginismo è stato assimilato alla dispareunia, creando come unica categoria descrittiva quella del disturbo del dolore genito-pelvico e della penetrazione, con la giustificazione che spesso sono appaiati e può risultare difficile tracciarne una linea di confine. Ma il fatto che sia difficile, non significa che non sia utile: a mio avviso, tale confluenza non è idonea a cogliere le differenti e individuali manifestazioni del problema e ritengo che anzi tale limite sia fondamentale da osservare e valutare, per porre in atto un percorso terapeutico personalizzato e maggiormente efficace.

Da parte mia, dunque, continuo a mantenere il vaginismo (problema psicosomatico) nosograficamente distinto dalla dispareunia (disturbo somatopsichico), proprio perché ritengo richiedano differenti punti di partenza per essere trattati.

Si distingue una forma primaria (presente fin dall’inizio della vita sessuale) da una acquisita (comparsa successivamente ad un periodo di normale attività sessuale).

Anomalie anatomiche del vaginismo primario sono rare (malformazioni genetiche, imene segnatamente fibroso e rigido, oppure cribroso-bucherellato, o septato). Ci può essere un ipertono muscolare da cui deriva una co-morbilità urologica (cistite ricorrente), ginecologica (vulvodinia, vestibolite), proctologica (stipsi, emorroidi) e sessuologica (vaginismo, dispareunia).

Nel vaginismo secondario sono invece più frequenti le possibili cause fisiche (endometriosi, infezioni ripetute, distrofia vaginale o vulvare…), ma in queste situazioni la contrazione è spesso successiva al dolore provato nella penetrazione.

Si rivela utile distinguere tra fattori predisponenti (ad es., congeniti o educativi), precipitanti (ad es., malattie o traumi), di mantenimento (ad es., depressione, ansia, conflitti relazionali) e di contesto (ad es., fattori esistenziali contingenti).

Spesso il problema poggia sulla falsa credenza che inevitabilmente la penetrazione comporti dolore e sforzo, da cui conseguono un’ansia e una paura anticipatorie. Perciò si instaura un circolo di automantenimento del disturbo: la previsione del dolore ne abbassa la soglia di percezione attivando un’attenzione selettiva sulle sensazioni provate e causa la contrazione perivaginale involontaria, da cui discende una reale difficoltà/impossibilità nell’effettuazione del coito con annessa esperienza dolorosa, che rinforza la previsione iniziale.

Deve comunque essere chiaro ad entrambi i partner che non è una risposta intenzionale, ma involontaria e riflessa.

L’obiettivo della terapia non deve essere quello di rendere possibile la penetrazione meccanicamente, ma prima di tutto di renderla pensabile ed emotivamente accettabile. Dal momento che ci si trova davanti a due chiusure: una somatica e una psichica (mentale), per risolvere la prima bisogna creare un’erotizzazione intrapsichica del rapporto coitale.

Non si tratta di un “muro” da abbattere, come molte donne e molti uomini pensano, perciò di solito io rimando ad una seconda fase della terapia l’eventuale impiego dei dilatatori. Prima trovo necessaria l’attivazione di esperienze emozionali correttive che portino ad una differente mappa emotiva e sensoriale del proprio corpo e ad una riorganizzazione della rappresentazione dei genitali nella corteccia somato-sensoriale, poiché sovente si assiste a cognizioni inappropriate sulle dimensioni del pene (sovrastimate) e della vagina (sottostimate).

Bisogna imparare a riconoscere le diverse emozioni e sensazioni provate e a “posizionarle” in un continuum tra fastidio e piacere: diverso è toccare per pulire da toccare per conoscere, o da toccare per provare piacere. Lo scopo sarà quello di unificare le traiettorie della curva di eccitazione genitale con quella della curva di eccitazione mentale.

La rapidità di risoluzione del problema dipende da vari fattori: ad esempio, la motivazione personale della donna, il livello di distress causato dalla situazione, la qualità della relazione, la volontà del partner di essere parte attiva del percorso terapeutico, ecc…

Va inevitabilmente indagato il modo in cui il sintomo viene “costruito” dalla coppia, ricercando gli aspetti collusivi della relazione legati alla sessualità. Spesso è presente una condivisa paura dell’aggressività implicita nella penetrazione che causa in un’ampia percentuale dei partner, magari poco esperti o sessualmente esitanti, difficoltà o disturbi sessuologici (in particolare, eiaculazione precoce, deficit di mantenimento dell’erezione, disturbo del desiderio), nei quali lei è induttore del sintomo e lui portatore. Ma, a volte, al contrario, a fianco di un compagno che presenta una disfunzione o un deficit che compromette la vita sessuale della coppia, la donna sviluppa un vaginismo, quasi per proteggere il partner assumendosi essa stessa la causa delle difficoltà e degli impedimenti.

 

Risulta perciò evidente da tutto ciò che ogni vaginismo ha la sua storia, che deve essere ripercorsa e analizzata passo passo per poter giungere a scriverne la fine ed iniziare un nuovo racconto.

 

A complemento, suggerisco le seguenti letture: