Utente 163XXX


Gent.mi Dottori,

ho bisogno del Vostro parere riguardo una cura che sto facendo ormai da diversi anni presso un neurologo della mia città. Siccome, lo sappiamo bene, non si cura la malattia ma l'uomo, debbo dirvi due parole su di me. Sono uno storico della musica, nel mio campo, modestamente, abbastanza affermato, ho una cattedra (di ruolo) in Conservatorio, da sei anni una compagna con la quale condivido anche (soprattutto, ma non è un lamento!) gioie intellettuali e alla quale, nonostante alcuni problemi, voglio molto bene. Dal 1985 (ho 45 primavere) al 1991 mi sono sottoposto ad un'analisi presso uno psicoanalista originariamente di formazione freudiana, votatosi poi ad altri indirizzi (adoperava anche l'ipnosi ericksoniana, dalla quale ho ottenuto all'epoca un certo giovamento). Soffro del cosiddetto D.O.C., il "disturbo ossessivo compulsivo", che per fortuna mia e di chi vive e lavora con me non ha mai avuto ripercussioni sulla mia attività, credo per il
fatto che le mie coazioni sono di tipo puramente ideativo, non si estendono, grazie a Dio, alla sfera dell'agire: nessuna coazione a lavarmi, a disinfettare maniglie di porte et similia. Tuttavia le idee ossessive sono, come ben sapete, assai poco piacevoli, accompagnate come sono da quella sottile, corrosiva "follia del dubbio" che ingenera ansia e malesseri vari. Da questa terapia psicanalitica, durata sei anni (una seduta alla settimana) e seguita poi da sedute sporadiche presso il medesimo terapeuta sino al 1999 (terapia di sostegno, credo la si definisca: in realtà trattavasi, secondo il mio modesto avviso, di chiacchierate psicologiche intessute di lunghissimi racconti del terapeuta), ho imparato molto, soprattutto nei primi tre anni, sui meccanismi intrapsichici, ma...a livello terapeutico, di benessere psichico, non ho risolto molto. In compenso mi sono ingurgitato, su consiglio del terapeuta medesimo, una quantità di saggi psicologici e psicoanalitici impressionante, da quelli classici dei "padri fondatori" della disciplina giù giù sino ai manuali della Sperling & Kupfer e ai libri di Alice Miller sulla persecuzione del bambino...Tutto (quasi tutto) molto stimolante intellettualmente, un arricchimento prezioso, dal quale sicuramente ho anche ricavato non di rado vantaggi di ordine esistenziale, non solo intellettuale. Ma non è bastato. La svolta arrivò nel 1999, come ho già accennato: molte cose erano nel frattempo cambiate (in positivo) nel mio stile di vita (quasi quattro anni trascorsi in Germania con borse di studio, quindi sempre maggiore indipendenza dalla famiglia, rappresentata ahimè soltanto da mia madre, rimasta vedova nel 1983; posto di lavoro lontano da casa, a Bolzano, incontro con la mia attuale compagna etc.).
Stanco dunque di tante splendide parole, di teorie e contro-teorie, ancora sempre alla ricerca di una soluzione clinicamente davvero efficace, decisi di rivolgermi ad un neurologo affermato, consigliatomi da diversi amici. Questo specialista, persona molto umana e simpatica, devo dire, non asettico come vorrebbe la communis opinio dell'antipsichiatria, mi ha "curato" per più di un anno con Zoloft e Xanax (una capsula rigida di Zoloft alla mattina, due pastiglie di Xanax, poi sostituite da Control/Lorazepam, mattina e sera), invitandomi, ad ogni incontro (circa 30 minuti) ad analizzare il mio comportamento, per poter lavorare, parallelamente alla cura farmacologica, anche a livello psicologico - ma senza teorie, questa volta, in modo decisamente pragmatico.
L'effetto è stato, quell'anno, davvero splendido; i sintomi erano regrediti, dopo un anno quasi del tutto scomparsi. Poi però sono ricomparsi, dapprima "in sordina", poi in modo sempre più accentuato, anche se mai così forte come prima. Il dottore, dal quale mi reco ancora oggi tre/quattro volte all'anno, ha sospeso allora il trattamento con Zoloft prescrivendomi una terapia di mantenimento, conservando vale a dire soltanto il Lorazepam (1mg), da prendersi due volte al giorno. Da due anni il mio stato è tuttavia leggermente peggiorato, lo specialista, col quale ho sempre lunghe discussioni anche a livello teorico (relativamente, si capisce, ai 30 minuti concessi per visita, con lo studio pieno di pazienti che aspettano), sostiene ora, in pratica, che debbo "rassegnarmi", che la mia è una malattia cronica da tenere costantemente sotto controllo come l'ipertensione. Il D.O.C., in altre parole, è sempre in agguato, per quanto la terapia, solo sue parole, "non sia esclusivamente sintomatica", ché i nuovi farmaci modificano i meccanismi cerebrali (scusatemi se non ripeto esattamente le sue parole, ma non sono un medico), agendo dunque anche in senso "curativo" al di là delle manifestazioni sintomatiche. Ma essendo la vita esposta per sua stessa natura "ad alti e bassi" (stress lavorativo, problemi con la compagna e chi più ne ha più ne metta) occorre "ridosare" costantemente la terapia adeguandola alla capacità di risposta del paziente in ogni singola situazione esistenziale.Fu così che lo scorso ottobre mi prescrisse, nuovamente, dopo cinque anni, lo Zoloft, cosa che mi demoralizzò molto: di nuovo?, fu la mia reazione, un passo indietro, dopo sei anni..."No, non deve pensare questo...Sta attraversando un periodo difficile e io la debbo aiutare". Analizzando a freddo la mia "situazione", non trovai francamente nessuna situazione esterna che spiegasse in qualche modo la nuova insorgenza dei sintomi, anzi, proprio un mese prima era uscita quella che è finora la mia più importante pubblicazione, problemi con la mia compagna non ne avevo, sul lavoro tutto bene...E allora? Incomprensibili meccanismi chimici avevano nuovamente modificato il loro equilibrio e con ciò il mio benessere psichico? Avendo rinunciato alla psicanalisi mi era stata tolto uno strumento ermeneutico importante (utile o non) per leggere la correlazione fra i miei sintomi e la mia vita (le considerazioni pragmatiche del dottore sulla mia "situaz.ione" sono troppo sueprficiali e alla fine non spiegano niente)...Dopo due giorni di Zoloft. il mio organismo ebbe una reazione violentissima di rigetto: nausea acuta, sensazione di derealizzazione, mi sembrava di avere in corpo una droga micidiale, cuore in gola, fauci di cartapesta...
Glielo comunicai e lui si stupì, rassegnandosi tuttavia, data l'infausta reazione, a sospendere immediatamente tale trattamento. Alcuni mesi dopo, perdurando la ricaduta (non grave, torno a sottolinearlo, ma pur sempre spiacevole), mi prescrisse il nuovo farmaco "Cymbalta", che ho assunto da gennaio fino a giugno. Anche stavolta gli effetti sono stati buoni (non esaltanti invero); adesso che ho smesso e assumo soltanto il lorazepam, sento che non è servito a molto, almeno mi pare...Oppure mi sbaglio, non ho gli elementi per una simile diagnosi? Cosa devo dunque fare? Se glielo dico mi prescrive nuovamente il "Cymbalta"... Anche il Lorazepam, se non lo prendo, mi provoca i classici sintomi da astinenza, per quanto si dica e si ripeta che questi farmaci "non danno assuefazione". Sarà. E poi, davvero non fa male se preso per anni? Richiesto, mi ha assicurato di no. Ma allora perché sul foglio illustrativo si raccomanda di assumerlo soltanto per periodi "molto brevi", dalle due alle quattro settimane? Doppia verità? Una per lo sprovveduto paziente ed una (esoterica, tramandata oralmente) per gli specialisti?
La mia domanda, gent. Dottori, è la seguente: devo continuare con la terapia farmacologica per anni e anni considerando il D.O.C. alla stregua di una qualunque malattia somatica cronica (penso ad un mio amico che soffre di Lupus) o devo ancora una volta rimboccarmi le maniche e cercarmi un terapeuta, magari di indirizzo cognitivistico o altro ancora? Il neurologo me l'ha anche consigliato, "se ne sente il bisogno ci vada pure", ritiene tuttavia che la "pura terapia farmacologica sia sufficiente". In questo modo però mi lascia fra Scilla e Cariddi. Per tutti questi motivi sono alquanto preoccupato. Spero di avere esposto il mio "caso" con sufficiente chiarezza e senza eccessiva verbosità ed aspetto la Vostra cortese e competente risposta, dopodiché ne parlerò apertamente con lo specialista (senza riferirgli di aver consultato chicchessia, s'intende). Grazie e cordiali saluti.

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10161

Cancellato nel 2009
Lei parla dei suoi disturbi psichici, ma non riferisce niente sulla sua situazione fisica, quali malattie o sintomi fisici ha presentato prima della insorgenza dei disturbi psichici? Questi sono cominciati quando aveva 24 anni, sono insorti lentamente o in maniera acuta?, cosa è successo prima, a parte situazioni psichiche?. Tutto questo è molto importante, anche per un approccio diverso alla malattia psichica. Si possono instaurare disturbi psichici, dopo disturbi fisici, anche se considerati di poca importanza. I sintomi mentali possono essere considerati come un aggravamento di malattie fisiche. I disturbi compulsivi possono essere considerati come azioni ripetitive fisiche, i Tics, che fanno parte della malattia di Tourette, in cui vengono colpiti i nuclei della base da parte di antigeni derivanti da agenti patogeni. Parlo di antigeni, non di agente patogeno in se stesso, per cui difficilmente rintracciabile con i comuni esami della medicina convenzionale. Malattia autoimmune che colpisce particolari strutture cerebrali deputate al controllo delle sensazioni e percezioni esterne. Le sembrerà strano, un approccio simile alla malattia mentale, molto fisico e poco mentale, ma così mi funziona. Dopo molti anni di clinica psichiatrica, analisi freudiana, ipnosi, da cui ottenevo risultati scarsi e poco duraturi, dallo studio dell’immunologia e della letteratura internazionale, da cui traggo la mia fonte di studio, ho strutturato una metodica molto personale, che individua in un innesco infettivo, l’inizio di molte patologie, fra cui anche quelle mentali. Quindi niente farmaci psichiatrici, troppi effetti collaterali e poco incisivi, niente psicoterapia, ma individuazione esatta delle patologie fisiche che possono aver portato ad alterazioni cosiddette mentali, ma mentali non sono, perchè sempre fisiche, considerate come peggioramento di queste. Pertanto, produzione di anticorpi antinervo, che possono essere cercati, esecuzione di esami strumentali di medicina convenzionale e biologica, per individuare la progressione, l’aggravamento, dell’innesco infettivo, stabilire una terapia con farmaci biologici, che per la loro diluizione simile a quella delle proteine prodotte dal sistema/organismo, colloquiano con il sistema stesso.
Saluti

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Dr. Francesco Saverio Ruggiero

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Gentile utente,

la sua descrizione meticolosa consente di non porre in dubbio la diagnosi per cui e' stato curato per molti anni.
Ovviamente, credo superfluo e ridondante esprimere la mia disapprovazione per le affermazioni fatte dal collega Moschini, al quale chiedo cortesemente di fornire in modo adeguato, prove cliniche sulle affermazioni che fa, piuttosto che ripetere in tutti i suoi interventi sempre la stessa cosa.
Ad ogni modo, l'analisi personale fatta e tutto il tempo impiegato per farla possono averle dato un aiuto psichico a problematiche che pero' si sono presentate in modo dirompente negli ultimi anni.
Lei inoltre si e' rivolto ad un neurologo che ha applicato qualche tecnica psicoterapeutica durante gli incontri mi pare di capire senza averne alcuna competenza, pur essendo un luminare, intervendo in questo modo in maniera iatrogena.
I trattamenti farmacologici, in ogni caso, non devono essere considerati come una sconfitta se 'ricominciati' dopo qualche tempo.
Inoltre, il suo trattamento con Zoloft mi sembra di aver capito sia durato meno di un anno, tempo non sufficiente per evitare la riesacerbazione dei sintomi post-sospensione.
Anche gli effetti collaterali dopo due giorni assumono un carattere di tipo psicologico piu' che reale rispetto al farmaco.
Poi deve considerare che anche il trattamento attuale non e' sufficiente per soli sei mesi ma va presa in considerazione l'ultima data in cui si sono presentati i sintomi e mi pare di capire che i suoi sintomi sono solo attenuati e non completamente scomparsi.
L'uso delle benzodiazepine deve essere limitato nel tempo per evitare la dipendenza in funzione della dose.
In ogni caso, la sua complessa situazione richiederebbe un trattamento farmacologico costante e da non interrompere ed un trattamento psicoterapeutico ad orientamento cognitivo. L'interruzione dei trattamenti farmacologici dopo breve uso fa riesacerbare i sintomi cronicizzandoli.
Deve considerare che dopo molti anni di struttura di tale genere i trattamenti sono piu' difficili a portare una risoluzione totale.
Tutto quanto affermato rimane nel campo delle ipotesi in quanto la lunga storia clinica non consente di rispondere in modo definitivo a tutta la sua condizione.

Cordiali Saluti
Dr. F.S. Ruggiero

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Dr. Silvio Presta

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Gentile utente,
numerosi errori sono stati commessi nella gestione del suo problema:
1. l'analisi serve a poco in generale e decisamente a niente in presenza di DOC, per cui è inqualificabile l'atteggiamento di chi per sei anni settimanalmente ha insistito in un trattamento del tutto inutile, facendo chiacchiere inutili
2. la gestione farmacologica della sua terapia è senza senso, in particolare:
- l'unico farmaco antiossessivo prescritto è stato lo Zoloft, ma per tenpi e per dosaggi inadeguati; lo stesso le è stato poi 'misteriosamente' sospeso quando certi sintomi si sono ripresentati (?), consigliando peraltro la prosecuzione delle benzodiazepine (quali il lorazepam), le quali certamente le hanno causato una sindrome di assuefazione (le ricordo che sono in pratica gli unici farmaci psichiatrici che hanno un elevato rischio in tal senso, quindi chi ha continuato a dirle che non davano assuefazione ha commesso grave malpractice)
3. il Cymbalta le è stato prescritto a caso (probabilmente per 'provarlo', poichè è in commercio in Italia da pochi mesi), poichè non esistono ancora evidenze adeguate di efficacia nel DOC e ad oggi rappresenta quindi un tentativo terapeutico di sesta o settima scelta (dopo clomipramina, paroxetina, fluoxetina, citalopram, fluvoxamina, venlafaxina più le varie combinazioni e le varie strategie di potenziamento)
In definitiva, le consiglio di rivolgersi ad uno psichiatra realmente competente nella clinica e nella farmacoterapia dei suoi disturbi, tralasciando clinici improvvisati e 'caserecci'.
Ultimo appunto, eviti i neurologi: il clinico competente per il DOC (sperando che la prossima volta lo sia davvero) è lo psichiatra.
Cari saluti
Silvio Presta

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Silvio Presta

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10161

Cancellato nel 2009
L’immunologia è alla base ormai di qualsiasi processo fisiopatologico, per cui non si può escludere dal ragionamento diagnostico e terapeutico. Anche la psichiatria deve tenere conto di questa realtà, sviluppata in tutta la letteratura più recente, che spiega i meccanismi che portano alla malattia mentale. Ma così questa diventa di origine fisica, su cui si può agire su due fronti, sistema immunitario e psichico; ho una arma in più rispetto ai soliti farmaci psichiatrici che hanno effetti collaterali importanti e alla psicoterapia.
Troppo spesso ho visto persone dichiarate affette da malattia mentale, che invece avevano una patologia autoimmune; come ad esempio la sindrome da stanchezza cronica, il cui innesco infettivo viene riconosciuto nel virus di Epstein-Barr; spesso vengono prescritti psicofarmaci; le tiroiditi, possono creare uno stato ansioso con attacco di panico.Come vede, l’inizio di una alterazione del sistema immunitario, conduce ad alterazioni mentali. La terapia cambia notevolmente, non i soliti psicofarmaci o psicoterapia, ma un intervento sugli agenti patogeni responsabili di molte malattie autoimmuni, portandoli via dall’organismo, una terapia che interviene sui meccanismi molecolari. E’ una conduzione diversa del ragionamento, che porta effettivamente a miglioramenti dello stato psichico della persona.Ma basta leggere la letteratura internazionale, per trovare molti riscontri.
Saluti

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Dr. Francesco Saverio Ruggiero

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Collega Moschini,

non ci sono dubbi che vadano escluse patologie organiche responsabili di quadri psichiatrici.
Ti dico di piu', ho visto pazienti trattati come psicotici che avevano tumori cerebrali oppure persone che avevano confusione e delirio con evidenti anemie.
La diagnosi differenziale e' fondamentale, ma non puoi, a mio parere, ritenere che tutti i pazienti possano avere problematiche di tipo organico, una volta escluse o comunque di mancata evidenza, e' necessario un trattamento psichiatrico adatto.


Cordiali Saluti
Dr. F.S. Ruggiero

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