Utente
Salve gentili dottori,

Sono in terapia psicologica e farmacologica. Attualmente, dopo anni di cure errate sia psicoterapiche che farmacologiche, non c'è una diagnosi precisa né sento il necessario bisogno di averla, però vorrei chiarire alcuni dubbi. Attualmente con la nuova cura farmacologica che sto seguendo e con il mio psicoterapeuta sto facendo molti progressi, l'unica cosa è che residuano alcune problematiche tra cui una certa quota di ansia (abbastanza notevole) con relative, dolorose somatizzazioni (dolori gastrici, stanchezza, tremori, vista offuscata)che stiamo però cercando di affontare. C'è anche da dire che rispetto a qualche anno fa, anni in cui mi trascinavo per casa e poco altro, nella situazione generale di ritrovato benessere ho cominciato a lavorare, fare più vita sociale e ricominciare a studiare con più volontà. Sono da sempre stato ansioso e probabilmente il trovarmi (per fortuna) impegnato in molte cose scatena in me una quantità forse eccessiva di ansia. Il problema però è questo: spesso non ho voglia di fare molte delle cose che mi propongo di fare. Mi capita quindi di saltare diverse uscite con amici, mi riprometto di studiare ma poi non ci riesco e più in generale ci sono molte cose che letteralmente "mi pesa" fare, alcune volte in maniera insopportabile tanto che se posso evito di farle. Il mio dubbio è questo, sia la psichiatra che il mio terapeuta concordano nel dire che attualmente (più che in passato) la quota ansiosa è notevole e il mio psicoterapeuta si è sbilanciato nel dire che anzi sarebbe proprio questa ansia o tensione con cui vivo ogni cosa che faccio, che mi porterebbe ad abbandonare i miei obiettivi o comunque non essere continuo nel loro perseguimento e di abbandonarmi talvolta alla nullafacenza. Su quest'ultima ipotesi sinceramente sono un po dubbioso, nella mia ingenuità ho sempre pensato che problemi umorali si potessero ripercuotere sulla "voglia di fare" e sull'essere motivati e che l'ansia c'entrasse poco. Secondo il Vostro parere può essere giusta l'ipotesi del mio terapeuta? O è un collegamento troppo forzato?
La domanda nasce dal fatto che i due professionisti che mi hanno in cura non comunicano tra loro e, nonostante questo, tengo a che la psichiatra conosca il punto di vista del terapeuta e che si possa regolare con la terapia farmacologica non solo in base a quello che vede a visita ma anche a quello che mi riferisce il terapeuta settimanalmente. Insomma avendo preso discrete batoste in passato dal punto di vista psicodiagnostico con conseguenti terapie (farmacologiche e non) andate malissimo, non vorrei che si ripetessero gli stessi equivoci e per questo vorrei avere un altro parere a riguardo, cordialmente.

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Dr. Carla Maria Brunialti

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Gentile utente,

Lei può chiedere a psichiatra e psicoterapeuta di comunicare tra loro,
rilasciando liberatoria scritta sul fatto che possano riferirsi reciprocamente dati sensibili relativi a Lei.

Saluti cordiali.
Carlamaria Brunialti
Dr. Carla Maria BRUNIALTI
Psicoterapeuta perfezionata Sessuologa clinica, Psicologa europea.
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