Utente
Buonasera. Dopo una brillante carriera universitaria coronata da pubblicazioni a mio nome, ho deciso di fare il dottorato all'estero. Ho iniziato da 6 mesi e la cosa che prima adoravo fare, ricerca nel mio campo, si sta rivelando un inferno. Ogni giorno le prospettive cambiano, non ho sicurezze su quello che sto facendo, e non riesco mai a staccare avendo il pensiero che non sto progredendo e rimanendo in un perenne stato di ansia. Vado in ufficio e non so letteralmente cosa fare, il mio relatore mi dà informazioni e spunti contrastanti. Torno a casa e molto spesso piango tantissimo, a volte istericamente, anche al telefono con il mio partner, sento che non voglio stare così, che voglio tornare a casa, mi chiedo cosa ho fatto per meritarmi tutto questo. Mi sento inutile e a volte questo stato d'animo "decolora" la mia vita, non ho più interesse in nulla, spesso mi alzo la mattina già in ansia e penso 'perché mi sono alzato oggi?'. Sono sintomi di cui mi devo preoccupare?
Secondariamente, In Italia (paese in cui comunque voglio tornare a vivere) si sta per organizzare un concorso scuola che molto probabilmente mi permetterebbe di insegnare, con un posto fisso, alle superiori. Mi piacerebbe, dato che sento l'esigenza di "stanziarmi", avere la mia casa col mio partner, e condurre una vita "normale". Parlando di questo coi miei genitori, loro dicono che farei male (dovrei lasciare questo dottorato con cospicua borsa), che devo pensare a quanto tempo avrei sprecato, che devo combattere per far andare le cose bene (ma non vedo spiragli). L'idea di fare una vita intera nell'ambito accademico mi disgusta a questo punto, quindi mi chiedo perché io non debba provare un concorso che potenzialmente mi dà una sistemazione stabile e che so mi darebbe sicurezza e non mi farebbe stare così male. Oltre alla sofferenza che ho quotidianamente, a tratti definibile anche come sensazione di disperazione, questa situazione coi genitori non mi fa sentire supportato, e non so cosa pensare. Visto che sto così male, dovrei eliminare la causa di stress, il dottorato?
Grazie.

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Dr.ssa Paola Scalco

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Gentile Utente,
solamente Lei sa quante energie (fisiche e mentali) le è costato fare ciò che ha fatto fino ad ora e quali ulteriori "costi" abbia per Lei l'esperienza attuale.
Posto che la decisione di cosa vuol fare o non fare dovrebbe essere sua e non di altri, mi pare che l'obiezione dei suoi genitori si poggi sull'idea che la tempistica sia breve, o addirittura che concorso e assunzione quasi coincidano. Oltre a dare per scontato che lo passerà... ,-)

Se provare a sostenere questo concorso -in attesa di sapere se su quel risultato potrà modificare i suoi progetti di vita- la può aiutare a vivere con minor pesantezza il presente, perché no?
Tenga presente che, in ogni caso, nel momento in cui sarà eventualmente chiamato per l'entrata in ruolo, potrà lì decidere se accettare o no (in base a come allora andranno le cose), oppure chiedere un'aspettativa per terminare il dottorato e posticipare l'ingresso nel mondo della Scuola.

Quanto le resterebbe ancora da fare per concludere?
Ha già dato un'occhiata alle disponibilità effettive di posti e sedi della classe di concorso a cui è interessato?

Saluti.
Dr.ssa Paola Scalco, Psicologa
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[#2] dopo  
Utente
Risposta al primo paragrafo: prepararmi per questo dottorato, tra esami di inglese, colloqui, prove selettive, mi è costato tanto, in termini di fatica. Tuttavia facevo tutto molto volentieri in quanto pensavo fosse la mia strada. Ora che sono qui e mi rendo conto com'è, non sono sicuro di voler continuare la mia vita in questo modo, perché comunque all'estero fare questa vita vuol dire cambiare città ogni due tre anni e stare lontano dai propri affetti. Non riesco ad accettarla come soluzione definitiva. Pensarci mi fa solo stare male e 'accessi' di depressione (?). In più la qualità del lavoro accademico pensavo fosse più alta, e invece mi sono reso conto che c'è molta 'aria fritta'. Il concorso, probabilmente in settembre, se passato darà origine a un periodo di tirocinio di due anni (più un terzo di supplenza) dopo il quale avverrà l'immissione in ruolo.

Secondo e terzo paragrafo: Sono a metà del mio primo anno. Non ci sono ancora dati per le disponibilità di classi e concorsi, tuttavia dati i miei titoli posso partecipare a 4/5 classi di concorso.

Non capisco perché i miei genitori non capiscano che io sto male davvero e invochino il senso del "si deve fare" perché ti ci sei applicato molto.

[#3]  
Dr.ssa Paola Scalco

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"Non capisco perché i miei genitori non capiscano che io sto male davvero e invochino il senso del "si deve fare" perché ti ci sei applicato molto."

Magari capiranno col tempo. O magari no, data la loro storia ed esperienza di vita e la mentalità costruita negli anni.
Ciò che conta è, a mio avviso, piuttosto il peso che il loro giudizio ha su di Lei, l'influenza che la loro posizione potrà avere sulle sue decisioni.
Quanto è stato (ed è ancora) importante per Lei soddisfare le loro aspettative?
Quanto pensa di poter essere autonomo e svincolato psicologicamente dalla loro 'visione del mondo' nella decisione che prenderà?
Quanto è indispensabile la loro approvazione?
Cosa pensa succederebbe tra di voi, se desse più ascolto al suo malessere che ai suoi genitori?
E cosa ritiene accadrebbe a Lei, nel caso in cui facesse il contrario?
Dr.ssa Paola Scalco, Psicologa
specialista in Psicoterapia Cognitiva e perfezionata in Sessuologia Clinica
paola.scalco@gmail.com