Utente
Buongiorno,
ho 28 anni e sono seguita da uno psichiatra da circa due anni.

Nello stesso periodo iniziai anche la psicoterapia ma non mi trovavo affatto bene e dopo quasi un anno decisi di cambiare ma con scarsi risultati: non riesco a instaurare un rapporto di fiducia perché dall'altro lato trovo parole superficiali, standardizzate e di nessun aiuto.

L'unico vero aiuto ad andare avanti l'ho ricevuto dal mio psichiatria, persona splendida dal punto di vista umano e professionale.

Accenno brevemente di essere una persona che da anni lotta tra depressione, disturbi borderline, autolesionismo, forti sintomatizzazioni.

Sono sola, con una famiglia ipercontrollante (anche da lontano) e allo stesso tempo inesistente per i miei reali problemi.
Dopo anni di faticosa lotta sono riuscita a iniziare l'università.
Il mio sogno era ed è psichiatria e l'ambito medico.
Ma per l'ennesima volta non sono riuscita ad inseguirlo (non mi dilungo ulteriormente sui motivi) e ho dovuto deviare su psicologia con sempre più rabbia, delusione e rimorso.
In questo contesto la psicoterapia mi fa l'effetto di una caramella alla menta per curare una polmonite.


Ho cercato di riassumere il più possibile, con grandissima fatica, un mio quadre generale per poter centrare il punto di questo mio intervento.

In questo quadro per me soffocante l'unica persona di riferimento è il mio psichiatra a cui mi sento fortemente legata.

Con lui ho un'affinità mentale unica e ogni volta attendo il momento di poterlo rivedere e parlarci.
Dato che da anni non sento più le emozioni, letteralmente ricoperte da angoscia rabbia e vuoto, non capisco se si tratta di una sorta di amore paterno o di un innamoramento.
Quello di cui sono certa è che non si tratta di transfert, è un sentimento genuino nei confronti di una persona che rappresenta tanto per me.
Ma allo stesso tempo so che lui agisce così per lavoro (anche se ha fatto cose che penso in pochi avrebbero fatto nella sua posizione) e immagino con ogni paziente.
Inoltre io sono una persona molto difesa nelle relazioni ma nonostante ciò da due anni questo mio sentire è progredito molto.

In tali situazioni vi è la possibilità o la necessità che io riferisca tutto ciò al mio psichiatra per analizzare insieme la situazione?
Gli ho solo accennato alcune volte di quanto il suo aiuto per me sia stato prezioso e che lo ringrazio per la sua gentilezza e disponibilità.
Ma parliamo di parole limitate.
Temo però per le conseguenze.
Potrebbe non seguirmi più (parliamo di un CSM pubblico) o affrontare il discorso in modo che ne esca maggiormente distrutta?
Ovviamente non riesco a parlarne con lo psicoterapeuta, visto il tipo di rapporto descritto.

Al di fuori del rapporto con lui, sembra sempre più che io non abbia più niente da perdere e vorrei affrontare questo punto importante per me.

Grazie a chi dedicherà del suo tempo per poter accogliere le mie parole.

[#1]  
Dr.ssa Anna Potenza

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Gentile utente,
ci ha scritto diverse volte e ho letto tutto, anche le risposte dei colleghi, psicologi e medici.
Mi sembra che lei stia meglio, al punto che può parlare al passato di certi disturbi e uno dei suoi curanti, lo psichiatra, riceve la sua piena fiducia.
Se il processo di guarigione va a rilento, forse c'è un intoppo da qualche parte?
Se "con sempre più rabbia, delusione e rimorso" ha scelto la facoltà di Psicologia come "ripiego" per non aver potuto fare Medicina, forse non ha chiare le competenze specifiche dei due ambiti, e questo contribuisce a confonderla.
E' vero che anche la legge italiana dice che si può diventare psicoterapeuti sia venendo da Medicina che da Psicologia, e ci sono norme ancora più oscure, ma senza entrare in queste tortuosità giuridiche veniamo a quello che dice sui sentimenti che prova per lo psichiatra e a quello che ci chiede al riguardo.
Lei definisce lo psichiatra "persona splendida dal punto di vista umano e professionale", si sente a lui "fortemente legata", ha "un'affinità mentale unica", dice di non capire "se si tratta di una sorta di amore paterno o di un innamoramento" e afferma di essere certa che "non si tratta di transfert, è un sentimento genuino nei confronti di una persona che rappresenta tanto per me".
A parte che lei sembra considerare il transfert come un sentimento "fittizio" (quanti equivoci su questo costrutto freudiano!), in concreto, cosa prova?
Stima, gratitudine, affetto verso un professionista che la segue con competenza, gentilezza, empatia.
Il fatto che lei non comprenda se il suo affetto è da figlia o da innamorata sembrerebbe escludere la seconda ipotesi.
Per quanto le sue emozioni da anni siano "ricoperte da angoscia rabbia e vuoto", lei avrà almeno sentito raccontare l'innamoramento, quindi capisce che è diverso dalla simpatia, dall'ammirazione e dalla gratitudine. Non necessariamente più intenso, badi bene: diverso. Nell'affetto più forte non c'è il bisogno di possesso esclusivo che c'è nell'innamoramento. Infatti lei dice che il comportamento generoso e amabile dello psichiatra è rivolto a tutti i pazienti.
Ciò malgrado ci chiede: "vi è la possibilità o la necessità che io riferisca tutto ciò al mio psichiatra per analizzare insieme la situazione?".
Necessità, perché? Se non esterna questo stato d'animo, i farmaci che lo psichiatra le prescrive saranno meno efficaci?
Se il suo fosse un innamoramento, cosa sarebbe, con un medico come con un altro, la "necessità" di riferirgli i suoi sentimenti per "analizzare insieme la situazione"?
Lo farebbe col compagno di università, col professore, con chiunque altro?
Esternando alla persona amata i suoi sentimenti, immagino lo farebbe per sapere se è ricambiata, non per "analizzare insieme la situazione".
Eccoci a quello che dicevo sopra: lei confonde due prassi professionali. Può, anzi deve, parlare al suo psicologo della mancata intesa terapeutica tra voi, e anche del suo trasporto per lo psichiatra: facendo questo compie un atto intrinseco all'attività psicoterapica, rivolgendosi a colui che per professione gestisce richieste, disagi, sentimenti del paziente a fini di cura.
Dirlo allo psichiatra invece sarebbe fuori setting: potrebbe imbarazzarlo, lusingare il suo io, risultare un rimprovero (la disponibilità professionale sembrerebbe equivocata), o forse potrebbe aprire la strada ad una relazione, ma certamente non avrebbe nulla a che fare col rapporto medico/paziente e con la terapia. Di questa esternazione lei ha certo la possibilità; la necessità, no; l'opportunità ne dubito, ma questa rimane una sua scelta.
Del suo primo psicoterapeuta ha scritto cose che giustificano il suo essersi rivolta ad un altro specialista. Di questo nuovo scrive: "non riesco a instaurare un rapporto di fiducia perché dall'altro lato trovo parole superficiali, standardizzate e di nessun aiuto", e riguardo ai sentimenti per lo psichiatra: "Ovviamente non riesco a parlarne con lo psicoterapeuta, visto il tipo di rapporto descritto".
Allora perché continua le sedute?
Le segnalo un altro equivoco di fondo. Di fronte ai suoi problemi, in questo caso il "ripiego" su Psicologia mentre preferiva Medicina, lei scrive: "In questo contesto la psicoterapia mi fa l'effetto di una caramella alla menta per curare una polmonite".
Forse ancora non ha dato l'esame di psicobiologia e non ha acquisito nozioni nell'ambito delle neuroscienze, per cui crede che la Psicologia sia "solo chiacchiere" senza effetto, né più né meno di quello che pensa l'uomo della strada?
Sarò lieta se avrò suscitato qualche riflessione che possa esserle utile.
Auguri.
Dr.ssa Anna Potenza (RM) anna.potenza@medicitalia.it


[#2] dopo  
Utente
Buongiorno dottoressa Potenza,

innanzitutto la ringrazio per la riposta e il tempo che mi ha dedicato. Avrei alcuni appunti da fare.
Purtroppo sono anni che da paziente e studente noto un profondo distacco e, mi dispiace affermarlo, senso di superiorità, quasi arroganza, da parte di psicologi nei confronti degli psichiatri. Molti di voi si sentono "in guerra" con i colleghi psichiatri e invece di tentare una comunicazione e un dialogo, si tenta spesso di sminuire l'approccio psichiatrico. Sicuramente mi risponderà che non è così ma a me arriva sempre questo, anche nelle sue parole. Non confondo le due professioni, provengo semplicemente da un percorso di vita molto complesso e doloroso, che non ripeto, che non mi ha permesso di intraprendere lo studio che mi avrebbe fatto approcciare alla malattia mentale (l'ambito della mente che mi interessa) dal punto di vista che più è mio. Inoltre il mio vecchio psicoterapeuta non mi aiutò minimamente ad acquisire un minimo di capacità decisionale per comprendere da sola al meglio dove orientarmi e sicuramente all'epoca i dubbi erano maggiori. Inoltre lo psichiatra che mi segue, come molti altri suoi colleghi che hanno deciso di approfondire tale ambito, le assicuro che non ha nulla da inviare agli psicologi in ambito di psicoterapia e comprensione della mente. Anzi finora è stato l'unico a sapersi porre nel modo giusto. Molti psicologi tentano di affermare di dover essere gli unici detentori dell'uso della psicoterapia, divulgando anche informazioni false sulla figura psichiatrica. Specifico che il suo ruolo non consiste assolutamente nel segnarmi esclusivamente una terapia farmacologica, tutt'altro. Vi è un intenso e importante dialogo. A ciò mi ricollego a quello che scrive: non ritengo che la psicoterapia sia solo chiacchiere ho solo riportato la mia esperienza. Con me non ha funzionato, almeno non per ora perché l'approccio dei diversi suoi colleghi è sempre stato inadatto alla mia condizione. Sicuramente negherà totalmente ciò che sto per affermare ma nel mio caso, come sicuramente in molti simili o peggiori dei miei, la conoscenza organica e farmacologica è fondamentale per poter gestire la situazione e avrei prove a non finire sulla mia esperienza, a partire dal fatto che ora non sarei qui a studiare. E questo nessuno psicologo potrà negarlo mi dispiace. Per quanto ciò che faccia il mio psichiatra non può essere definita psicoterapia (non per sue mancanze ma per i limiti di tempo che ha nella struttura in cui lavora) le sue parole per me sono importanti. Non si tratta di un voler delegare allo psicologo cambiamenti e responsabilità personali, glielo posso garantire. Sono sempre stata attiva in prima linea per apportare cambiamenti per me stessa ma non è servito.
Le rispondo anche al resto:
ho sostenuto gli esami di biologia, psicobiologia e neuroscienze.
Purtroppo non sto meglio: riesco solo a nascondere meglio le mie forti crisi, la rabbia, la solitudine, il rimorso, la consapevolezza di essere in una situazione oramai alla deriva in ogni ambito, probabilmente perché sono in un percorso di studio, sono sostenuta farmacologicamente, professionalmente e umanamente dallo psichiatra che mi segue. Ma non mi dilungo su questo, il mio è un dolore che non fa che peggiorare e non sa che fatica è studiare in tale condizione.
Quando parlo di transfert, intendo che i miei sentimenti non riguardano l'attuazione di vecchie relazioni significative o di qualcosa di attuale che va a ricrearsi in un contesto terapeutico, non intendo sminuire ma solo specificare che si tratta di qualcosa di diverso che si sarebbe andato a creare anche in un contesto non clinico. Spero di essere stata più chiara.
La ringrazio per l'invito alla riflessione: no, ciò che provo non è solo simpatia, ammirazione e gratitudine. Mi è capitato di provare ciò in passato, ora il sentimento è più intimo e intenso. Io non ho mai avuto relazioni affettive, non sono proprio abituata all'amore. La mia domanda deriva dal fatto che sono certa che ciò che provo non è semplice ammirazione, è un'affinità profonda che potrebbe essere innamoramento, un costante pensiero a lui come persona che mi permette di andare avanti in ogni suo gesto e parola, ma non avendo esperienza specifica e trovandomi in una situazione di grande sofferenza mentale, mi sento confusa.
Per quanto riguarda la relazione terapeutica con lo psicologo, ora come in passato ho affrontato diverse volte il tema della mancanza di fiducia e sensazione di inefficacia ma il responso è stato o inesistente o minimo. Ho anche tentato di affrontare il legame con lo psichiatra (anche se brevemente) ma anche qui o zero responso o brevi e standardizzati commenti.
"In questo contesto la psicoterapia mi fa l'effetto di una caramella alla menta per curare una polmonite" pensavo fosse chiaro non si riferisse al fatto che ritengo in assoluto inutile la psicoterapia. Riferivo la mia esperienza cercando di esplicitarla e renderla più chiara possibile. Un'altra immagine magari più chiara è di una diga che esonda mentre tento di bloccare il flusso con piccole toppe.

Comunque ho scritto qui principalmente riguardo la domanda che compare nel titolo del mio intervento e a riguardo le vorrei cortesemente fare una domanda.
"Di questa esternazione lei ha certo la possibilità; la necessità, no; l'opportunità ne dubito, ma questa rimane una sua scelta." Cosa intende con opportunità?

Il desiderio di parlarne con il diretto interessato , ovvero lo psichiatra, dipenda proprio dal fatto che gli incontri con lui non sono semplici visite mediche in cui si tara il farmaco, ma veri e propri dialoghi terapeutici (ovviamente, come sostenuto prima, purtroppo non una psicoterapia).

Mi sembra di capire quindi che lei considera più corretto parlare di ciò esclusivamente in ambito psicoterapeutico giusto? Qualora sempre riuscissi a instaurare un rapporto terapeutico funzionale, aggiungerei.

La ringrazio per il suo punto di vista e le auguro buona giornata.

[#3]  
Dr.ssa Anna Potenza

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Gentile utente,
non sono stata capita, malgrado le molte parole, e in fondo me lo aspettavo.
Molti psicologi si sentono in guerra con gli psichiatri, lei dice. Sono d'accordo; però lei conclude: "Sicuramente mi risponderà che non è così ma a me arriva sempre questo, anche nelle sue parole".
Ora, vede bene che entrambe le sue affermazioni sono false.
Ho solo cercato di segnalarle gli specifici ambiti di competenza. Li comprenderà meglio, forse, al termine del suo percorso, dopo aver fatto l'Esame di Stato, aver studiato la legge 56/89, specie l'art. 3, e quando avrà ultimato la Scuola di Specializzazione.
Attribuire a me ostilità verso gli psichiatri è inesatto per molte ragioni; la prima è che non si può trovare traccia di ciò in quello che ho scritto. Inoltre collaboro da sempre con degli psichiatri, sia psicoterapeuti che no (ovviamente il rapporto professionale è diverso nell'un caso e nell'altro, ma si tratta di un problema di competenze, non di superiorità o inferiorità); al contrario di quello che scrive, ritengo la competenza organica e farmacologica degli psichiatri, come degli altri medici, indispensabile per i pazienti, e quindi per il mio lavoro. L'uomo che è stato il mio maestro per trent'anni era uno psichiatra, specializzato come psicoterapeuta. Infine, se avessi voluto studiare medicina e specializzarmi in psichiatria, niente avrebbe potuto impedirmelo.
Il motivo per cui lei viene obnubilata dalla rabbia ogni volta che qualcuno le parla e cerca di aiutarla, al punto da equivocare quello che l'altro dice, le è stato certamente spiegato dai suoi terapeuti, se non ha preferito credere che tutti gli psicologi siano uguali e che anche per loro tutte le specializzazioni siano le stesse, scegliendo volutamente quelle non adatte al suo caso.
Lei continua a fare sedute di psicoterapia anche se non ne trae che frustrazione... non instaura un'alleanza terapeutica valida... rifiuta strenuamente di capire chi sia lo specialista in grado di gestire le risposte emotive, cognitive e comportamentali disfunzionali del paziente...
A quale stile di attaccamento le sembra corrispondere quest'attitudine?
Quanto all'opportunità di comunicare i suoi sentimenti al suo psichiatra, ripeto che è una sua scelta.
Molti auguri.
Dr.ssa Anna Potenza (RM) anna.potenza@medicitalia.it