Utente
Gentili,

sono laureata in psicologia clinica e sto iniziando a informarmi riguardo le scuole di specializzazione.

Ho ricercato sia su Facebook che su Google pagine/gruppi che dessero recensioni o consigli ma ho trovato ben poco, per questo mi rivolgo a voi.

Sono molto indecisa tra i tre approcci più diffusi, ossia orientamento psicodinamico psicoanalitico, cognitivo comportamentale e sistemico.
Studiati all'università, in un ognuno di questi ho riscontrato dei pro e dei contro in ambito terapeutico, per esempio mi affascina molto la CBT, tuttavia mi chiedo come sia possibile affrontare le difficoltà di un paziente se non si indaga anche su ipotetici fattori inconsci scatenanti.

Sapreste aiutarmi?
Per esempio, che criterio avete usato per scegliere la scuola?
Esistono approcci che la letteratura considera più o meno efficaci o dipende principalmente dal tipo di problematiche portate in seduta?

Grazie in anticipo.

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Dr.ssa Anna Potenza

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Gentile utente
e futura collega, l'università italiana ha il demerito di tacere sulle caratteristiche dei vari approcci terapeutici e peggio ancora di dare spesso notizie false per portare acqua al proprio mulino.
Esistono molte correnti e di seguito le posterò il link alle informazioni offerte dai colleghi di Medicitalia ai clienti.
Ormai però è noto che la varietà tra le scuole è più di metodo che di una verificabile teoria sottostante: si tende, per fortuna, a una crescente scientificità, la quale non ammette assunti indimostrabili (come fantasiose costellazioni etc.: lo stesso concetto di "inconscio" è continuamente rivisto, e lo fu anche da parte di Freud).
Quello che si può e si deve verificare è il miglioramento e la guarigione del paziente o al contrario il suo peggioramento, e naturalmente la serie di dati sempre più numerosi forniti dalle neuroscienze.
Per le varie scuole di psicoterapia, anche nel passato era possibile conoscere i loro programmi e metodi mediante seminari gratuiti di presentazione. Oggi la stessa cosa si fa online: cercando sul sito di ciascuna scuola potrà iscriversi e assistere.
L'Ordine Lazio fa ogni anno una presentazione pubblica, e io stessa faccio un corso generale di informazione per psicologi e medici neolaureati da più di vent'anni.
I prezzi e le qualità delle scuole sono molto dispari. A testimonianza della non esclusività di ciascuna di esse, una volta che si diventa psicoterapeuta si può esercitare qualunque tipo di psicoterapia, dalla freudiana classica alla cognitivo/comportamentale alla funzionale/corporea, alla transazionale, alla strategica...
Ora, lei se lo immagina un medico specializzato in cardio-chirurgia che pratica come dermatologo o come ortopedico?
La differenza è nel fatto che la parte di cui gli psicologi si occupano è la stessa per tutti: la psiche, comunque si voglia definirla.
Sentirà parlare, come elemento unificatore di tutte le psicoterapie, di "qualità della relazione terapeutica". E' questa un'idea che sono portata a confutare, perché avvolta da un alone di magia e troppo aleatoria. Lo psicologo dovrebbe possedere solidi strumenti che lo mettano al di sopra di particolari feeling o transfert, altrimenti non potrebbe esercitare con tutti i pazienti, anche in condizioni problematiche.
A proposito del suo dubbio "mi chiedo come sia possibile affrontare le difficoltà di un paziente se non si indaga anche su ipotetici fattori inconsci scatenanti", questo dubbio, espresso anche con le fantasiose formule: "Solo la psicoanalisi cura la causa, non il sintomo" o quella addirittura amena "Solo la psicoanalisi raggiunge il profondo" (misurato con il profondimetro?), è frutto dell'equivoco volontariamente indotto dai proprietari di determinate scuole, che spesso sono anche professori universitari.
I terapeuti sono tutti in grado, se ritengono sia il caso, di raggiungere gli strati più interni della psiche del paziente, e lo fanno utilizzando tutti i metodi che sanno usare.
Paradossalmente -ma non poi tanto- sono proprio le prescrizioni comportamentali e le ristrutturazioni cognitive, ossia i metodi apparentemente non indagatorii del cognitivo/comportamentale, quelli che finiscono per produrre una più immediata abreazione, di contro al metodo di far stendere qualcuno su un divano e aspettare pazientemente che ciò che non è mai emerso improvvisamente salti fuori.
A mio avviso, una volta che ci si è "fatti le ossa", magari affiancando a lungo un professionista che si stima, ciò che si deve ricordare è che la salute del paziente è prioritaria; lo dice anche il nostro Codice Deontologico. Dove noi non arriviamo, dobbiamo avere il coraggio, l'onestà professionale e la solidarietà umana di saper inviare un paziente a chi può fare meglio per lui.
Le allego i link che dicevo e le faccio tanti auguri.

https://www.medicitalia.it/minforma/psicoterapia/533-mini-guida-per-la-scelta-dell-orientamento-psicoterapeutico.html

https://www.medicitalia.it/minforma/psicologia/1333-mini-guida-per-la-scelta-dell-orientamento-psicoterapeutico-parte-ii.html
Dr.ssa Anna Potenza (RM) anna.potenza@medicitalia.it