Utente
Gentili psicologi, credo di essere stato ingannato da uno psicologo, che mi ha fatto indirizzato a prendere psicofarmaci (prescritti da uno psichiatra) con il fine di fare psicoterapia, per uno stato ansioso, probabilmente passeggero.
Lo psicoterapeuta mi disse in colloquio che il maggior successo nella guarigione si ha con la psicofarmacoterapia (quindi psicoterapia più farmaco).
Questa psicoterapia di tipo cognitivo comportamentale avrebbe dovuto consistere in una seduta a settimana, non so in cosa consistesse perché non mi venne spiegata in colloquio.
Dopo l'assunzione del farmaco, notai un atteggiamento di distaccamento da parte dello psicologo (era uno psicologo di un'associazione, quindi gratuito), come se si fosse rimangiato quello che aveva detto.
Riferii in colloquio, prima di prendere psicofarmaci, che il tempo era limitato a 3 mesi, in quanto mi sarei dovuto trasferire in un'altra città.
Lo psicoterapeuta mi disse che non c'era problema e che i tempi rientravano.
Tuttavia a luglio le sedute di psicoterapia si limitavano a semplici dialoghi, ad agosto andò un mese in ferie (avvertendomi solo il giorno prima) quindi io per tutto quel mese ero coperto dal farmaco raddoppiato di dosaggio e a settembre mi lasciò a metà colloquio dicendomi che avrei dovuto trovare uno consultorio nel quale fare psicoterapia dicendomi che Roma (la città in cui mi sono trasferito era piena di consultori gratuiti ma senza indicarmi uno presciso).
Quando riportai seri danni dal farmaco e lo riferii a questa persona (non voglio più chiamarla psicoterapeuta) mi disse chiaramente che il farmaco l'ho presi non per fare psicoterapia ma perché non c'era tempo e ripetè il fatto che mi consigliò il consultorio.
Praticamente si rimangiò quello che disse mesi prima.
Credo di essere stato ingannato neanche dallo psichiatra che mi ha prescritto il farmaco con un'obiettivo, gli dissi appunto che era al fine della psicoterapia promessa e risentendolo per chiedere spiegazioni mi disse che non mi avrebbe mai prescritto un farmaco su uno stato ansioso comparso da 3 settimane senza assicurarsi che avessi fatto una psicoterapia.
Sapreste darmi un giudizio su questa situazione?
Come mi devo comportare nei confronti di questo incompetente che continua a lavarnsene le mani dai casini che mi ha combinato?
Credo che sia abbastanza scorretto promettere una psicoterapia, far prendere farmaci e poi lavarnsene le mani.

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Dr.ssa Anna Potenza

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Gentile utente,
mi dispiace sapere che la condizione del suo umore è peggiorata, nonostante i farmaci e la psicoterapia; sembra anzi che lei voglia attribuire proprio a questi due strumenti terapeutici l'attuale disagio, o il suo peggioramento.
Le migliori risposte le potrebbe avere dai suoi curanti, lo psichiatra e lo psicoterapeuta ai quali si era rivolto, ma per ottenerle occorre porre correttamente le domande e poi ascoltare davvero la risposta; invece lei sembra dominato da un pregiudizio, come già notarono il dottor Ruggiero e il dottor Pacini nel precedente consulto su queste pagine. In quello, lei voleva accusare i farmaci di certi effetti collaterali; qui vuole accusare anche lo psicologo e lo psichiatra.
Cercherò di alleviare, se me ne darà modo, il suo risentimento, chiarendo alcune cose.
La sua email riporta una sola frase che sia non intrinsecamente contraddittoria: "Lo psicoterapeuta mi disse in colloquio che il maggior successo nella guarigione si ha con la psicofarmacoterapia (quindi psicoterapia più farmaco)".
Allo stato attuale degli studi, con le dovute eccezioni da valutare caso per caso, perché gli esseri umani non sono robot, se lei aveva una diagnosi di sindrome ansioso-depressiva, l'affermazione del curante è corretta.
Da qui in poi, il malumore le prende la mano e le fa lanciare affermazioni incoerenti. Come vedrà se avrà la pazienza di leggermi, e se crede, anche di rispondere alle mie domande, queste affermazioni incoerenti (che la psicoterapia cognitivo-comportamentale chiama "idee irrazionali") sono proprio ciò che hanno determinato lo scarso successo della cura.
Lei scrive: "Questa psicoterapia di tipo cognitivo comportamentale avrebbe dovuto consistere in una seduta a settimana, non so in cosa consistesse perché non mi venne spiegata in colloquio".
Prima domanda: davvero non le venne spiegato in cosa consiste la terapia cognitivo-comportamentale? E se così è, delle quattro alternative possibili (chiedere al curante - osservare direttamente il metodo adottato - cercare su Wikipedia - disinteressarsi del metodo come se non fosse interessato alla guarigione) lei quale scelse?
Leggiamo più avanti: "Dopo l'assunzione del farmaco, notai un atteggiamento di distaccamento da parte dello psicologo (era uno psicologo di un'associazione, quindi gratuito), come se si fosse rimangiato quello che aveva detto".
L'intero periodo è oscuro, ma denota malevolenza.
Le chiedo: cosa intende per "atteggiamento di distaccamento"? E in che senso lo psicologo si sarebbe "rimangiato quello che aveva detto"?
Mi sorge un sospetto: che lei in psicoterapia volesse parlare degli effetti FISICI del farmaco. Nessuno psicologo si addentra nel campo medico, ovviamente: a ciascuno il suo ambito specialistico.
Di seguito scrive: "a luglio le sedute di psicoterapia si limitavano a semplici dialoghi".
Se questo le sembrò insufficiente, lo disse al terapeuta?
E poi: "ad agosto andò un mese in ferie (avvertendomi solo il giorno prima)".
Qui ravviso l'unica pecca dello psicologo: il paziente deve conoscere in anticipo i tempi che verranno dedicati alla sua cura, le eventuali interruzioni, etc.
Ma di nuovo lei dice qualcosa di inverosimile: "quindi io per tutto quel mese ero coperto dal farmaco raddoppiato di dosaggio".
Ma chi le aveva raddoppiato il dosaggio? Solo lo psichiatra può farlo, e in ogni caso l'interruzione temporanea della psicoterapia non può essere meccanicamente compensata da un incremento del farmaco. Terapia psicologica e farmacologica non sono certo intercambiabili in maniera così grossolana.
Ed eccoci alla conclusione: "a settembre mi lasciò a metà colloquio dicendomi che avrei dovuto trovare uno consultorio nel quale fare psicoterapia dicendomi che Roma (la città in cui mi sono trasferito era piena di consultori gratuiti ma senza indicarmi uno presciso)".
Ma il curante interruppe il colloquio a metà, o invece lo concluse in anticipo? Una seduta di psicoterapia ha i suoi tempi; indicativamente 45 o 50 minuti (alcuni specialisti più, altri meno), ma se il colloquio di fatto è terminato, lei capisce bene che terapeuta e paziente non rimangono seduti di fronte a guardarsi negli occhi.
Quanto al fatto che il suo curante non le consigliò uno specifico consultorio, intanto non siamo tenuti a conoscerli, ma soprattutto è corretto non influenzare la scelta del paziente.
"Quando riportai seri danni dal farmaco e lo riferii a questa persona (non voglio più chiamarla psicoterapeuta) mi disse chiaramente che il farmaco l'ho presi non per fare psicoterapia ma perché non c'era tempo e ripetè il fatto che mi consigliò il consultorio", scrive ancora.
E di nuovo temo non vi siate capiti col curante: molti stati ansioso-depressivi si risolvono talvolta con la sola psicoterapia e senza farmaci, altri con farmaci e senza psicoterapia, altri ancora per guarigione spontanea, infine ce n'è che non si risolvono con nessuno di questi mezzi.
Lei sembra voler accusare il suo curante di averle fatto promesse che non appartengono all'ambito di cura, né medico né psicologico. Le certezze assolute, in questo campo, le danno i maghi, le fattucchiere, i cosiddetti "maestri di vita", in poche parole gli imbroglioni.
Di seguito lei riferisce cose altrettanto inverosimili sulle parole dello psichiatra, il quale avrebbe detto "che non mi avrebbe mai prescritto un farmaco su uno stato ansioso comparso da 3 settimane senza assicurarsi che avessi fatto una psicoterapia".
Un medico non prescrive un farmaco in maniera condizionale: lo prescrive se è necessario e adatto al paziente.
Tutto questo per dirle che col metodo oppositivo che lei adotta, difficilmente avrà esiti favorevoli, sia nelle cure, sia nelle relazioni.
Il metodo cognitivo-comportamentale non culla il paziente, anzi gli provoca il dolore di sentir confutare le idee, i comportamenti, perfino le emozioni che si era costruito negli anni, e lo forza al cambiamento; però, se il paziente s'impegna, ha il merito di guarirlo. Appunto, SE IL PAZIENTE S'IMPEGNA.
Il processo di cambiamento dev'essere voluto; quindi il lavoro terapeutico si fa in due.
Ci rifletta.
Dr.ssa Anna Potenza (RM) anna.potenza@medicitalia.it


[#2] dopo  
Utente
Grazie per la sua risposta. Credo che non ha capito dove voglio arrivare e se vuole difendere l'indifendibile faccia pure, io non accetto di essere patologizzato ancora.
Lo psicologo mi disse di prendere il farmaco da associare alla psicoterapia che lui mi avrebbe fatto, io ho preso il farmaco per fare psicoterapia, non perché volevo prendere psicofarmaci, al quale sono anche abbastanza contrario. Io accuso lo psicologo per avermi abbandonato, per avermi fatto prendere psicofarmaci inutilmente e con l'inganno, non perché la sua psicoterapia (che non mi ha fatto) non ha funzionato. Le ripeto che non è stata fatta nessuna psicoterapia. Come fa a dire che è colpa mia?
Se si promette una terapia bisogna mantenerla, non mi fai prendere farmaci per fare psicoterapia, e poi non me la fai. Se non poteva farmela perché non c'erano i tempi doveva dirmelo dall'inizio. Non adesso. È da criminali. Abbandonare una persona in difficoltà così, a metà colloquio dicendo, "adesso veditela tu, trovati un consultorio" mi sembra scorretto. Appunto, alcuni sintomi scompaiono da soli. Non mi è stata data nemmeno questa possibilità.
Il dosaggio si, me lo aumentò lo psichiatra.
Subire un'ingiustizia ed essere arrabbiati con i responsabili per questo è sintomo di ansia o depressione?
La guarigione va progettata e concordata assieme al terapeuta, non va fatta alla cieca come nel mio caso.
Per quanto riguarda il suo parere sull'affermazione dello psichiatra che ci creda o meno è così. Non tutti gli psichiatri ragionano a compartimenti stagni, non tutti gli psichiatri danno psicofarmaci così, a caso, lui valutò diversi fattori, crede molto alla psicoterapia, e contattandolo mi disse che mi prescrisse il farmaco perché valutando la mia situazione avrebbe fatto di più la psicoterapia, e mi diede il farmaco in associazione, se avessi affermato in colloquio che non avrei fatto psicoterapia, per quello che era il mio caso non mi avrebbe mai prescritto un antidepressivo ma probabilmente si sarebbe limitato ad un ansiolitico. Queste sono le sue parole. Se poi non vuole crederci non so cosa dirle.

[#3]  
Dr.ssa Anna Potenza

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Gentile utente,
vedo che lei non esce dalla modalità oppositiva che non mi pare le abbia fatto bene, fino ad ora.
Le consiglio di leggere con attenzione la mia risposta, che non ha compreso affatto. Non ha risposto a nessuna delle mie domande, e continua a dire di non aver fatto psicoterapia, pur avendo precedentemente affermato che non sa nemmeno in cosa la psicoterapia cognitivo-comportamentale consista. Cosa voleva che facesse, lo psicologo da cui si è recato? Qualche esorcismo? Qualche danza magica?
La invito in ogni caso ad usare toni cortesi e beneducati con le persone, specie quelle che le offrono per pura generosità la loro competenza.
La vita e la salute sono le sue; sta a lei gestirle meglio di come ha fatto finora.
Le auguro di volerlo e saperlo fare.
Dr.ssa Anna Potenza (RM) anna.potenza@medicitalia.it


[#4] dopo  
Utente
Mi dispiace se le ho dato l'impressione di non usare toni rispettosi.
Allora, probabilmente nono stato chiaro, le ripeto:
Lo psicoterapeuta mi ha promesso una psicoterapia che non mi ha fatto. Quelli che mi faceva erano semplici discorsi: "come stai? Come ti senti?" ecc. per tappare il tempo. Ma non vi era alcun metodo preciso.
Lo psicoterapeuta mi disse: "prendi il farmaco che il medico (in cui ti ho indirizzato io) ti ha prescritto, così abbassiamo il limite dell'ansia e facciamo psicoterapia", io gli dissi: "guarda abbiamo solo 3 mesi, sicuro che in 3 mesi ci riusciamo". E lui mi disse: "tranquillo curiamo tutto" e molto ingenuamente mi fidai.
Qualche mese fa lo ricontattai spiegare quello che è successo e quando gli feci notare che lo psichiatra mi disse di fare psicoterapia e lui non me l'ha fatta e gli chiesi spiegazioni, lui mi disse "la psicoterapia in 3 mesi non si può fare, ti ho detto di trovarti un consultorio a Roma ma non mi hai ascoltato". Ecco cosa intendo con si è rimangiato tutto, ecco cosa successe esattamente, non ho detto che lo psicoterapeuta ha fatto psicoterapia per quello che ha potuto e poi è arrivato il momento della partenza e si è ritirato. Non l'ha fatta proprio. Altro che esorcismo.

"Di seguito scrive: "a luglio le sedute di psicoterapia si limitavano a semplici dialoghi".
Se questo le sembrò insufficiente, lo disse al terapeuta?"
No non glielo dissi, perché ingenuamente pensavo che stesse facendo il lavoro giusto.

Una leggera ansia si è trasformata nel più grande dramma della mia vita per colpa di un veleno che ho preso con l'inganno di una persona menefreghista. Se ci teneva con tutti i metodi che ci sono oggi avrebbe fatto consulti tramite videoconferenza, ma dato che lui ragionava in: "ti ho fatto prendere il farmaco non per farti psicoterapia ma affinché tu ti togliessi dai piedi, adesso stai meglio con l'ansia, buona fortuna e addio psicoterapia".
Ha capito ora? Che colpa ne avrei io?

[#5]  
Dr.ssa Anna Potenza

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Gentile utente,
mi sembra adesso di intravedere sotto un'altra luce quello che aveva scritto.
Le chiedo però due cose. Lei naturalmente sa il nome e il cognome del suo psicologo. Guardi su Internet, cercando Albo Nazionale degli Psicologi, se questo nome è presente, e se c'è vada a vedere sull'albo regionale. Guardi se vicino al suo nome, alla voce "psicoterapia", c'è scrittto "sì". Se non lo sa fare, mi scriva nome e cognome per email (trova il mio indirizzo qui sotto) e lo farò io.
Ovviamente una psicoterapia potrebbe non essere completata in tre mesi, ma può senz'altro cominciare, specie se al paziente è stato annunciato che la si farà. Su questo lei ha ragione.
Mette invece in sospetto la sua opposizione ai farmaci; lei dice di essere stato indotto a prenderli addirittura con l'inganno!
Non attribuisca agli psicofarmaci, che tanto bene hanno fatto a molte persone, solo effetti negativi. Allo stesso titolo, non dia colpa solo allo psicologo se la terapia non si è svolta come lei sperava. Lei stesso scrive, ragionevolmente: "La guarigione va progettata e concordata assieme al terapeuta, non va fatta alla cieca come nel mio caso".
Eravate in due. Quante sedute ha fatto, prima di accorgersi che non si trattava di psicoterapia ma probabilmente di quello che noi chiamiamo assessment oppure, se si è prolungata, "terapia di sostegno"? Perché non ha chiesto spiegazioni?
Buone cose.
Dr.ssa Anna Potenza (RM) anna.potenza@medicitalia.it


[#6] dopo  
Utente
Esatto si trattava di semplice assessment. Fondamentalmente i miei problemi sembrerà paradossale dirlo ma sono iniziati proprio lì dentro. Prima ero un ragazzo sereno, mi recai dallo psicologo per una sciocchezza, perché volevo solo confrontarmi con qualcuno, perché avevo bisogno di alcuni consigli. Mi disse qualcosa che mi turbò e da allora iniziarono le crisi di panico. E poi tutto il resto. C'è un detto che dice: "non puoi guarire nello stesso ambiente in cui ti ammali". Peccato che io all'epoca ero ingenuo su tutto, non riuscivo nemmeno a dare la colpa a questa persona per quello che mi succedeva anche se in fondo in fondo sapevo che la colpa era la sua. Ero ingenuo per tutto, per capire come funziona una psicoterapia, per capire quante sedute andavano fatte. Semplicemente mi fidavo ed ho sbagliato. Purtroppo si, è iscritto all'albo ma se mai decidessi di intraprendere un percorso al fine di farlo radiare, lo farei per motivi diversi, per dichiarazioni gravi che ha fatto. Per quanto riguarda l'argomento psicofarmaci, no. Non li demonizzo. Ammetto che all'uso su di me, soprattutto dopo quello che mi è successo sono contrario, ma non nego che ad alcuni hanno salvato la vita. Le ripeto un altro detto: "la stessa acqua che ammorbidisce una patata indurisce un uovo". Questo per dire che siamo tutti diversi, anche alla risposta ai farmaci.