Confusione e nervosismo

Gentili dottori,

vorrei chiedere un'opinione circa delle scelte che mi paralizzano.

Sono la più grande di tre sorelle e lavoro nello studio fiscale di mio padre da otto anni in modo continuo ma già quando ero adolescente ci lavoravo saltuariamente.


Da sette anni sono fidanzata con un coetaneo che vive a 400 km di distanza da me, ci siamo conosciuti l'anno precedente durante l'estate tramite amici in comune (lui è originario delle mie parti ma si è trasferito con la famiglia già prima che ci conoscessimo) e ci siamo trovati subito bene a pelle, tanto che durante l'anno ci siamo tenuti in contatto.
L'estate successiva mi chiede di metterci assieme, io da un lato ero contenta ma dall'altro mi spaventava la distanza in quanto entrambi lavoravamo e i miei genitori tengono moltissimo alla loro attività che hanno messo in piedi con tanti sacrifici ed avevano pianificato che sarebbe dovuta continuare con me e la mia sorella mezzana.
Esterno i miei dubbi e faccio presente che non avrei potuto lasciare per rispetto della mia famiglia però accetto.


Passano quattro anni durante i quali conosciamo le rispettive famiglie e lui, dopo i primi dubbi iniziali, viene preso a benvolere dalla mia famiglia tanto che lo ospitano a casa quando mi veniva a trovare.


Nel frattempo per avvicinarsi lui tenta vari colloqui, tenta un concorso, prende anche delle certificazioni ma non trova quello che cerca mentre dove vive lavora a tempo indeterminato come operaio in una grande azienda e mi chiede di provare a raggiungerlo.


Ma nel 2017 mia sorella mezzana decide di andare a lavorare in una grossa azienda di Milano e mia mamma ha un grosso crollo psicologico tanto che si lamenta in continuazione e mi chiede di non andarmene.

Il mio fidanzato inizia a non essere più accolto bene perché non mi vuole più raggiungere ed accusato di mandare a monte i loro piani e io decido di diradare gli incontri.


La situazione diventa insostenibile tanto che si parla di lasciarci ma ci sembra ingiusto e ne parliamo con i miei genitori cercando di far comprendere le nostre ragioni (voler crearsi una famiglia, stare assieme).
In fondo mia sorella ha fatto la sua scelta e sembra non volersene tornare tanto che si è anche fidanzata e convive (ed anche qui: Che vita conduce?
Vive in una topaia.
Stava nel suo e se ne è andata).
Comunque sembrano capire e io provo a cercare lavoro presso il paese del mio fidanzato ma mentre da un lato mi dicono di andare, di farmi la mia vita, dall'altro mi tengono legata a loro e alla loro attività parlando dei sacrifici buttati.
Io vado in crisi e litigo di brutto con il mio fidanzato questo succede a marzo 2020.
Da allora anche per via del lockdown ci siamo visti pochissimo ed è come se ci fossimo lasciati anche se sentiamo moltissimo la mancanza l'uno dell'altro.


Ad oggi io sono molto nervosa, vado a lavoro malvolentieri anche se mi sforzo sempre di apparire sorridente e di darmi da fare ma dentro ho una gran rabbia.
[#1]
Dr.ssa Anna Potenza Psicologo 1,9k 113
Gentile utente,
ci sono poche, semplici cose da dire.
Intanto i suoi genitori non hanno creato, a quel che ho capito, una nuova religione, un ideale per l'indipendenza di un popolo o il riscatto di un'etnia.
Quelli che lo hanno fatto (Maometto, Gandhi, Martin Luther King, i primi che mi vengono in mente) non si sono imposti perché i figli continuassero i loro progetti, e questo pur essendo ispirati a valori ben più alti di quelli che può rivestire uno studio fiscale.
Invece lei scrive: "i miei genitori tengono moltissimo alla loro attività che hanno messo in piedi con tanti sacrifici ed avevano pianificato che sarebbe dovuta continuare con me e la mia sorella mezzana".
Niente di meno, anche quando non saranno più su questa terra, i suoi genitori vorranno vedervi sedute a quelle scrivanie? E hanno pianificato la vita dei figli in un'ottica così riduttiva?
Inoltre, perché parlare di attività messa in piedi "con tanti sacrifici"? Se avevano un'altra attività ugualmente remunerativa che sarebbe costata meno sacrifici, hanno sbagliato a lasciarla. Parlano addirittura di "sacrifici buttati"!
Quindi lo studio non ha reso nemmeno in proporzione alle risorse che i suoi ci hanno impiegato, e vorrebbero imporre a voi figlie questa eredità?
La verità è che hanno avviato un'attività che ha permesso di mantenere la famiglia, come anche gli altri genitori creano attività per mantenere sé e i figli, e all'occorrenza possono offrirla a voi, se non avete studiato, o non avete altre risorse, se nel frattempo le condizioni non sono cambiate rendendo lo studio fiscale poco produttivo, ma soprattutto SE VOI LO VOLETE, perché rimane il fatto che nessun essere umano può essere costretto a realizzare i desideri di un altro.
Non vorrei, però, che la storia fosse molto diversa, come altre che ho sentito, di genitori che con la promessa/minaccia di lasciare il posto di lavoro in eredità, intanto fanno lavorare al posto loro i figli, senza nemmeno il minimo sindacale, i contributi, l'assicurazione e così via.
Non capisco perché sua sorella minore sia stata esonerata da questo dovere. Comprendo invece la mezzana che ha preferito la libertà, in una "topaia", lei dice, ma scelta da lei, pagata col suo lavoro, insieme all'uomo che ama e libera da sudditanze mortificanti e dai ricatti morali di una madre che ha "un grosso crollo psicologico" perché una figlia ampiamente maggiorenne finalmente apre la porta di casa e si conquista un suo spazio nel mondo.
E quali sono le conseguenze che invece ha ricavato lei, dall'accettare tutto questo? Eccole nelle sue parole: "Ad oggi io sono molto nervosa, vado a lavoro malvolentieri anche se mi sforzo sempre di apparire sorridente e di darmi da fare ma dentro ho una gran rabbia".
Voglio farle quattro domande.
1) Le sembra di agire bene, nei confronti di sé stessa?
2) Pensa che il rapporto coi suoi venga migliorato dal suo sacrificio?
3) Pensando, un giorno, di riuscire ad avere un figlio suo, gli vorrà offrire in "dono" ciò che i suoi genitori impongono a lei?
4) Infine, domanda cruciale: lei ha un'età in cui un compagno, una famiglia, dei figli, se davvero si desiderano, si hanno già. Dunque?
Rifletta su tutto questo.

Dr.ssa Anna Potenza (RM) anna.potenza@medicitalia.it


[#2]
dopo
Utente
Utente
Gentile dottoressa, per prima cosa buon anno e grazie per la risposta.
Posso affermare che i miei genitori sono a loro modo generosi e veramente convinti di fare il bene delle figlie. Diciamo che nel loro ideale desideravano una famiglia allargata con le figlie sposate e con i nipoti vicini e mia mamma che si offriva di fare da nonna mentre noi stavamo a lavoro. Il loro difetto è che sono troppo ansiosi e maniacali del controllo.
Comunque non avevano attività precedenti, mio padre si stava iniziando appena ad affacciare sul mondo del lavoro quando si sono sposati ed hanno subito parecchie difficoltà senza l'aiuto delle rispettive famiglie e forse per questo pensavano di evitarci tutte le porte in faccia che avevano ricevuto invece loro offrendoci un'attività già avviata. Molte volte anche all'esterno mi sono sentita dire che ero molto fortunata per questo. Sia io e mia sorella siamo laureate ed abbiamo anche conseguito l'esame di stato e io percepisco uno stipendio. Per quanto riguarda mia sorella minore è nata parecchi anni dopo e non era molto portata per gli studi, diciamo che vive in un mondo tutto suo.
Per quanto riguarda il mio fidanzato, grosso modo mi ha detto le stesse cose che mi ha detto anche lei. Mi vuole molto bene ma ad oggi non potrebbe mai raggiungermi oltre che per mancanza di lavoro ha paura di non essere libero. Mi ha sempre ripetuto che vuole dipendere solo da me e da eventuali futuri figli pur dicendomi che prova affetto e gratitudine per la mia famiglia per averlo accolto e che se decido di raggiungerlo andremo a trovarli quando possibile come loro saranno i benvenuti da noi.
Sono consapevole di essere in un'eta in cui se si desidera una famiglia occorre darsi da fare e sono consapevole di negarmi alcune cose (da qui il fatto che sono sempre nervosa) ma ho anche un po' timore dell'ignoto, di non riuscire a trovare un altro lavoro.
[#3]
Dr.ssa Anna Potenza Psicologo 1,9k 113
Gentile utente,
proprio quello che lei dice: "ho anche un po' timore dell'ignoto, di non riuscire a trovare un altro lavoro", viene determinato dalla formazione di genitori che lei vuol considerare protettivi, ma più correttamente ha definito "troppo ansiosi e maniacali del controllo".
Questo fa spesso dell'ultimo figlio una specie di malato, perché non abbia modo di lasciare la casa paterna (sua sorella minore infatti è considerata quella che "vive in un mondo tutto suo", mi chiedo però se sia stata aiutata con visite specialistiche e cure); e negli altri figli una paura parossistica di sbagliare, di pentirsi, di determinare la morte dei genitori o di attirarsi la loro maledizione.
Su una visione di sfortuna si è creata l'epopea familiare: "mio padre si stava iniziando appena ad affacciare sul mondo del lavoro quando si sono sposati ed hanno subito parecchie difficoltà senza l'aiuto delle rispettive famiglie".
Ossia hanno avuto il destino comune della classe media, e sono stati fortunati per essersi potuti sposare - cosa che invece non permettono a lei.
Quasi tutti ci siamo costruiti una professione senza aiuti, così abbiamo potuto sceglierla e farci i muscoli con la necessaria gavetta.
Per alcuni è stato più difficile che per altri, ma piangere sul passato e mutilare la vita dei figli è un atteggiamento tendenzialmente paranoico.
Singolare è poi voler pianificare tutto in base alla pretesa/speranza maniacale di avere in pugno il destino: voi in ufficio, vostra madre a casa a badare ai nipoti. E se i nipoti non ci fossero? Se invece sua madre morisse o si ammalasse gravemente, richiedendo assistenza lei per prima?
In questo determinare per gli altri, sua madre ha concluso gli studi e lavora, o ha trovato degli alibi per non realizzarsi in prima persona?
Il suo partner, guarda caso, ha capito tutto questo e ha preso le distanze con garbo, fino ad affermare che "prova affetto e gratitudine per la mia famiglia per averlo accolto". Mi scusi, perché gratitudine? Ha qualcosa per cui da un'altra famiglia sarebbe stato rifiutato? Lei, in ogni caso, ci sta insieme da sette anni. Avrà anche qualche merito, quest'uomo?
E vengo al punto fondamentale, la mia quarta domanda da lei non compresa. Infatti non ho scritto che alla sua età "se si desidera una famiglia occorre darsi da fare". Ho scritto: "lei ha un'età in cui un compagno, una famiglia, dei figli, se davvero si desiderano, si hanno già".
Questo è il punto fondamentale. La vita non aspetta e non torna indietro, però ci aiuta a vedere che cosa davvero abbiamo costruito, il che, in certa misura, è quello che volevamo davvero. Lei si fidanza sette anni fa, l'età giusta. Poi comincia a rimandare l'epilogo naturale, ossia l'abbandono del "nido" originario per la convivenza e la famiglia. Lo rimanda così a lungo che oggi non sappiamo nemmeno se davvero desiderava queste cose (questo era il senso della mia domanda), e oggi possiamo chiederci se le desidera ancora il suo partner.
Anche lui rimane imbalsamato ad aspettare per sempre... cosa? Che i vostri sentimenti si ammuffiscano, come il vostro slancio originario verso il "volo nuziale"?
E' mai andata a trovare sua sorella che vive nella "topaia"? Sarebbe un test interessante.
Mi faccia sapere, e se vuole il nome di una brava psicologa che lavora nella sua città proprio sui legami familiari mi scriva da parte o guardi tra gli specialisti di Medicitalia.
Auguri per tutto.

Dr.ssa Anna Potenza (RM) anna.potenza@medicitalia.it


[#4]
dopo
Utente
Utente
Buonasera, ho riflettuto molto sulle sue parole. Effettivamente la mia paura di non riuscire a trovare lavoro è causata anche da una visione pessimistica ed ansiosa in un certo modo ereditata in famiglia ed effettivamente ho una maledetta paura di sbagliare e di essere giudicata (oltre ad un eccessivo senso di responsabilità) che mi porta a rimandare il momento della scelta, anche se più passa il tempo peggio è.
Il mio partner d'altra parte preme affinché effettui una scelta il prima possibile perché è stanco della situazione.
Per rispondere alle sue domande:
Mia madre non si è realizzata professionalmente, ha preferito spingere mio padre nella sua realizzazione professionale anche se aveva la capacità e l'intelligenza di fare qualsiasi cosa. Penso che si sia sempre pentita di ciò ed anche per questo ci ha sempre spinto a studiare e realizzarci nella professione e ad essere indipendenti dall'uomo. Anche per questo non ha visto più di buon occhio il mio partner colpevole di pensare solo al suo di lavoro che ritiene comunque più umile del mio.
Per quanto riguarda mia sorella sono andata a trovarla parecchie volte (a parte l'ultimo anno a causa dell'emergenza sanitaria) sia quando conviveva con altre ragazze sia dopo quando si è spostata con il fidanzato. Effettivamente la seconda casa lascia un po' a desiderare ma è una soluzione provvisoria, diciamo che è un buon compromesso per essere a Milano.
Penserò a tutto quello che mi ha detto nel caso non esiterò a contattarla.
[#5]
Dr.ssa Anna Potenza Psicologo 1,9k 113
Gentile utente,
io le faccio tantissimi auguri.
Vorrei che le sue decisioni si poggiassero su questa consapevolezza: "Il mio partner d'altra parte preme affinché effettui una scelta il prima possibile..."
Ecco, a differenza di tantissime altre donne (provi a dare un'occhiata qui su Medicitalia) lei ha un partner che ama e che la ama; lo conosce da anni e vi siete quindi messi alla prova in tante situazioni. Per ora, questo rapporto è un bene che appartiene solo a lei, come la laurea, come la salute, come la giovinezza; e come tutti i beni, non è eterno.
Per il resto, inutile farle notare che sua madre ha sempre visto la realtà a modo suo ed ha imposto a voi la stessa visione delle cose. Spingendo prima suo padre, poi le figlie a realizzarsi, ed evitando di farlo lei, ha caricato gli altri di sensi di colpa (quello che lei chiama il suo "eccessivo senso di responsabilità") e si è guardata bene dal vivere lei stessa tutto lo stress che lo studio e il lavoro comportano.
A quel che lei scrive, credo che sua madre sia molto abile nel "rigirare la frittata": certo il suo partner agirebbe male se misconoscesse l'importanza del suo lavoro; io per prima, da qui, le dico che il lavoro è fondamentale per tutti e due i membri della coppia. Ma poteva il suo fidanzato rinunciare al posto fisso per mettersi in una condizione precaria, come in fondo, cara utente, è la sua?
Il lavoro da operaio sarà forse più umile, ma probabilmente è stabile e assicura una pensione, se non addirittura uno stipendio migliore del suo.
In pratica, un po' come la "topaia" di sua sorella, è comunque preferibile alla gabbia dorata che condanna all'immobilismo, all'insicurezza e alla solitudine.
Sta ancora a lei scegliere... per sua fortuna.

Dr.ssa Anna Potenza (RM) anna.potenza@medicitalia.it


Sondaggio su informazioni sulla salute, servizi online e Medicitalia.it Partecipa