Utente
Salve, sono una ragazza di 20 anni e sto vivendo da circa due mesi uno dei periodi più brutti della mia vita, penso costantemente ai miei genitori e al fatto di sentirmi così dipendente da loro da non poter mai sopravvivere ad una loro morte.
Premetto che tutto ciò è iniziato dopo l'inizio della relazione con il mio attuale ragazzo, con cui ho fatto cose che mi hanno fatta rendere conto di essere entrata nel mondo degli adulti, vacanze da soli insieme, cucinare e pulire casa insieme ecc...
È come se da quel momento avessi iniziato a rendermi conto di tante cose tra cui il fatto che i miei genitori non sono immortali e da allora mi sembra di stare vivendo un vero e proprio lutto.
Questa sintomatologia si presenta maggiormente la sera nel tardo pomeriggio e ho sempre bisogno di trovare qualcosa da fare per non stare male.
Nonostante provi a tenermi occupata ho passato giorni infernali a piangere e a non voler chiedere aiuto ai miei perché "un giorno non ci sarete più voi a consolarmi" e non riesco più a godermi pienamente i momenti che passo con loro perché so che un giorno non potrò più farlo.
Oltretutto ho come la sensazione di stare bene ovunque e da nessuna parte, nel senso che sento che potrei stare bene in un posto finché non mi ci trovo.
Esempio, quando sono a casa vorrei essere dal mio ragazzo per poter parlare con lui di queste cose o comunque per svagarmi, ma una volta che ci sono vorrei tornare indietro dai miei genitori.
È una situazione che non riesco più a sopportare, sono seguita da uno psicologo già da qualche anno e mi aiuta, però ho bisogno di altri pareri.
Spero che qualcuno possa aiutarmi a fare luce su questo periodo irreale che sto attraversando.
Anche perché per me non è più concepibile uscire con gli amici e fare cose divertenti se non con il mio ragazzo che conosce la mia condizione e con cui quindi mi sento al sicuro (ovviamente si parla di uscire con gli amici in un momento futuro quando sarà possibile).

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Dr.ssa Elisa Flavia Di Muro

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Gentile ragazza,

immagino lei sia consapevole che il suo psicologo, che la segue da più di un anno (quindi immagino che già prima che si presentasse questo problema, ci fossero altre situazioni a preoccuparla) è la persona più adatta ad aiutarla a capire quello che sta vivendo...

Se però vuol sapere che sensazione si può avere dall'esterno leggendo le sue parole, le dirò la mia.
A me pare quasi che una parte di lei viva come se dovesse scegliere fra il suo ragazzo e i suoi genitori. Quasi come se il legame con lui fosse un "tradimento" verso i suoi (cui immagino sia molto legata), e quindi temesse continuamente una "punizione", quella di perderli. Forse questo accade anche perché il suo ragazzo riesce a trasmetterle una sensazione di affetto, sicurezza e protezione molto simile a quella che sente da parte dei suoi genitori.

A livello simbolico, crescere ed aprirsi al mondo rappresenta "un taglio" nei confronti dell'unione "assoluta" con i propri genitori, il che non vuol dire perderli, ma vivere in modo diverso, trasformato, meno esclusivo e più autonomo, il bene grande che ci lega a loro. Questo comporta, in qualche misura, anche un processo di lutto, vissuto ed elaborato in gran parte a livello inconscio. Quando in questo processo incorrono difficoltà (per i motivi più vari), questa difficoltà può spostarsi sul livello del pensiero, e manifestarsi con paure ossessivo-depressive che hanno appunto natura simbolica, non reale.

Come le dicevo, si tratta solo di sensazioni che mi arrivano leggendola, non so se le risuonino in qualche modo, ma è tutto ciò che potrei dirle, sulla base di quanto ci scrive.
Nel caso le senta risuonare, ne parli col suo psicologo.
Si tratta, probabilmente, di una fase molto delicata e importante della sua crescita e della transizione verso una posizione interiormente adulta.

Un cordiale saluto,
Dr.ssa Elisa Flavia Di Muro
www.psicologicamente.altervista.org