Accudimento madre malata

Buon giorno, sono un uomo di 54 anni, sposato, con 2 figlie che studiano fuori sede e con un'anziana madre convivente che ultimamente (com'è naturale che succeda) ha sempre più aggravato la propria condizione e acuito la propria altrui-dipendenza. Io mi trovo nelle condizioni di doverla accudire pressoché 24h/24h (mi trovo pure nell'infelice situazione di essere in "mobilità" e di non poter neppure validamente darmi da fare per cercare un lavoro), con ripercussioni, com'è facile immaginare, sulla serenità del rapporto con mia moglie e con le mie figlie, rapporti già provati tra l'altro da una convivenza più che ventennale che, se prima se non altro condizionava il nostro "raggio d'azione familiare" unicamente con una costante onnipresenza della mia genitrice, adesso c'impedisce la seppur minima autonomia, pregiudicandoci (al di là del mio perenne stress nell'accudimento) la possibilità anche di una semplice passeggiata. Le nostre condizioni economiche non ci permettono di assumere una badante a tempo pieno nè di sistemare mia madre in una casa di riposo che fornisca adeguata assistenza ( in ogni caso non potrei assolutamente tranquillizzarmi al pensiero di mia madre in un istituto) e la pensione di mia madre è appena sufficiente al suo mantenimento, all'acquisto di costosi farmaci e al pagamento di una governante "una tantum". Il mio profondo affetto per lei è fuori discussione, così come la mia volontà di sacrificarmi. Il problema sono mio fratello e mia sorella, che si sono sempre disinteressati alla madre e che non mi hanno mai fornito alcun valido aiuto. Ho maturato in quest'ultimo periodo un vero e proprio odio nei loro confronti (odio sì odio non rancore astio o acrimonia) che paleso ad ogni occasione anche con comportamenti sopra le righe e che mina il mio equilibrio psicofisico. Li odio ancora di più perchè (se posso far passare il paradosso) mi hanno costretto ad odiarli. Mi consumo, mi macero in questo sentimento che allo stato prevale su qualsivoglia altra mia emozione. Preferirei non esistessero, perchè la consapevolezza della loro esistenza rinnova lo strazio della mia condizione e mi pone l'alternativa (impossibile) della loro collaborazione. Se realizzassi che "non ci sono", potrei quietare il mio animo e dedicarmi a mia madre con maggiore serenità. A volte cerco di ragionare serenamente con me stesso, di cercare di capire se ciò che "sento" sia malato, tarato, sporcato, se "vedo" le cose lucidamente e immancabilmente la risposta che mi dò è che, per loro colpa, sono infelice, profondamente infelice, e che li odio. Architetto spesso intenti auto-lesionistici che sin'ora ho messo in pratica solo con violenti auto-schiaffeggiamenti. Credo pure di non riuscire a trasmettere lessicalmente appieno il mio tormento, e la mia ingenua, semplice domanda è: Che fare? Mi appare tutto tremendamente irrisolvibile.
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Dr. Daniel Bulla Psicologo, Psicoterapeuta 3,6k 207 56
Gentile Utente,
andiamo per ordine

Per quanto riguarda la vostra situazione familiare, dovreste se non l'avete ancora fatto segnalare il tutto ai servizi sociali del vostro Comune: se avete problemi economici e siete costretti comunque a dare supporto a sua madre la vostra situazione credo debba essere attentamente valutata, e anche se non la conosco direttamente mi viene da pensare ad esempio che possiate aver diritto ad una persona che settimanalmente possa aiutarvi nell'accudimento. Chiedere non vi costa nulla

E' chiaro che, non essendo Lei d'acciaio, tutto questo si ripercuote sul suo equilibrio psicologico, alimentando rabbia e ansia, così come ce le descrive. Per questo io le consiglio di rivolgersi al CPS della sua zona di residenza (appure ad un Consultorio Familiare) per un colloquio gratuito. Se vuole essere d'aiuto deve aiutare se stesso in primis, e se da solo non ci riesce allora necessita di aiuto esterno

Cordialmente

Daniel Bulla

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Dr. Giuseppe Santonocito Psicologo, Psicoterapeuta 13,6k 297 182
Gentile signore, io non parlerei di "volontà di sacrificarsi", ma più propriamente di "sentirsi obbligati a sacrificarsi". È chiaro che lei si sente totalmente obbligato nei confronti di sua madre, ed è altrettanto chiaro che i suoi fratelli, non sentendo invece quest'obbligo così forte, le lasciano volentieri l'incombenza.

Finché lei si sentirà così irrevocabilmente investito dalla missione di accudire sua madre, è probabile che nessun'altro, non solo i suoi fratelli, aspirerà a detronizzarla da tale posizione.

Quindi, invece di odiarli, dovrebbe riflettere su questo suo sentirsi obbligato con l'aiuto di uno psicologo, per vedere se riuscite insieme a lui a modificarlo, preservando l'amore per sua madre e al contempo tentando di coinvolgere maggiormente anche i fratelli, com'è giusto che sia in questi casi.

Le considerazioni di ordine economico vanno di pari passo a tutto il resto, ma riterrei prioritario riuscire a modificare questo suo atteggiamento forse troppo sacrificante, che probabilmente si accompagnerà anche a dei sensi di colpa.

Cordiali saluti

Dr. Giuseppe Santonocito - Psicologo Psicoterapeuta
Specialista in psicoterapia breve strategica
www.giuseppesantonocito.it

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dopo
Utente
Utente
Innanzitutto ringrazio. Vorrei solo aggiungere che (purtroppo) l'odio non è l'espressione di un'opinione o manifestazione di scienza o giudizio. Odiare o non odiare non attiene a questioni di merito od opportunità e non deriva da una "scelta", conscio, tuttavia, che trattasi di un sentimento, nella fattispecie, che nulla di buono produce. Certo, importante sarebbe riuscire a scardinare i meccanismi che attivano in maniera prioritaria tale stato d'animo, cercando di convogliare le mie risorse (e perchè no la mia rabbia) verso comportamenti più produttivi (se non meno distruttivi). Il problema è: come? Gli scenari che mi si presentano sono quanto di più fosco, e la mia paura è di non riuscire a controllare i miei comportamenti. Proverò ad attivare le mie scarsissime residue positive energie, ma non sono sicuro di riuscirci. Per un uomo della mia età, senza neppure un lavoro che lo preservi dal perenne stress dell'accudimento e senza possibilità di svago alcuno, accompagnare la madre in bagno 20 volte al giorno, lavarla, vestirla, aiutarla a mangiare, organizzare i farmaci, consultare continuamente i medici (con il contorno di una moglie che giutamente è anch'essa sull'orlo dell'esaurimento) rappresenta una prova molto difficile, che piaga la resistenza nervosa e fisica, e che t'induce a pensare ad indicibili "scorciatoie". Grazie ancora per le indicazioni fornitemi, che cercherò di mettere in atto. Un cordiale saluto, Gent.mi Dottori.
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Dr. Daniel Bulla Psicologo, Psicoterapeuta 3,6k 207 56
"Per un uomo della mia età, senza neppure un lavoro che lo preservi dal perenne stress dell'accudimento e senza possibilità di svago alcuno, accompagnare la madre in bagno 20 volte al giorno, lavarla, vestirla, aiutarla a mangiare"

Infatti tutto questo non può essere fatto SOLO da un uomo come Lei, seppur figlio. Lei ha il diritto di essere aiutato e tutelato. E soprattutto ha bisogno di risollevarsi da questo momento depressivo.
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Dr. Giuseppe Santonocito Psicologo, Psicoterapeuta 13,6k 297 182
Gentile signore, ciò che dice ha perfettamente senso. Su un punto però la inviterei a riflettere.

È vero che l'odio e la rabbia, una volta che si sono instaurate, sono difficili da scardinare. Ma queste sensazioni non nascono dal nulla. E in questi casi potrebbe essere meglio attaccare il problema indirettamente, attraverso, come le dicevo, quella sensazione d'obbligo profonda che tanto intensamente sente. Questo però può essere fatto più facilmente con l'aiuto di un professionista, anche se mi rendo conto che per vari motivi ciò possa rappresentare una scelta difficile e onerosa.

Cordiali saluti
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Utente
Utente
Siete veramente molto gentili con me e Vi ringrazio di cuore. L'attivazione delle vie istituzionali e legali rappresenta una scelta forse obbligata, seppur lunga e, nella seconda fattispecie, dolorosa. I sensi di colpa sono forse presenti, ma attengono probabilmente a percorsi emotivi recenti, direi "contemporanei" al manifestarsi del bisogno di accudimento. Probabilmnete ritengo di non essere emotivamente all'altezza e sconto, in un parossistico rincorrersi di accessi nervosi e slanci di sacrificale recupero, le mie debolezze. In realtà (ma forse ciò dipende dalla mia visione della realtà attraverso lenti deformate) non credo sarebbe possibile fare qualcosa di meno per mia madre, semmai farlo "al meglio", intendendo con tale espressione il mio atteggiamento nella "prestazione d'opera". Altra cosa è il soppesamento, il bilanciamento delle altrui esigenze (moglie,figlie,svaghi) ma su questo punto, ovviamente, è impossibile una convergenza tra soggetti diversamente coinvolti. Solo il buon senso potrebbe venirmi a soccorso.
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Dr. Daniel Bulla Psicologo, Psicoterapeuta 3,6k 207 56
A proposito dei sensi di colpa, vorrei concludere ricordandole che un buon bagnino si tuffa a salvare il malcapitato solo se si sente bene, altrimenti rischia anche la propria vita.
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Dr. Giuseppe Santonocito Psicologo, Psicoterapeuta 13,6k 297 182
>>> ma forse ciò dipende dalla mia visione della realtà attraverso lenti deformate
>>>

Credo proprio che abbia toccato un punto cruciale.

Fra l'altro, quando si verificano degli abbassamenti del tono dell'umore - come sembrerebbe essere il suo caso - uno degli effetti più comuni è proprio l'iniziare a vedere il mondo con lenti ancora più deformate.

>>> Solo il buon senso potrebbe venirmi a soccorso.
>>>

Certo, ma nell'attesa che il buon senso torni a fare capolino, può sempre scegliere liberamente di accettare i suggerimenti che sta ricevendo qui.

Cordiali saluti
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dopo
Utente
Utente
Ho attraversato percorsi depressivi, più che altro di tipo reattivo (risveglio precoce, pianto, appetito inesistente, "macigno" piantato nel petto), senza farmi mancare, nella mia esistenza, attacchi di panico, crisi di derealizzazione e depersonalizzazione. La situazione attuale mi trova invece a desiderare il sonno, a scoprirmi a faticare in ogni gesto banale e consuetudinario, a sorprendermi a gioire per un caffè e una sigaretta consumati in libertà ed a pensare, viceversa, che neppure gli accadimenti più fausti (soldi, donne, successo, viaggi) potrebbero appagare il mio senso di vuoto. Mi viene da pensare che la malattia di mia madre (accadimento preceduto e condizionato da una pur difficile convivenza più che ventennale) abbia "svelato" la mia natura depressiva di tipo endogeno. Sicuramente a monte esiste un disagio esistenziale che, alla mia età, è forse meglio lasciare dov'è, concentrandosi, invece, sul "da farsi". O no?
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Dr. Giuseppe Santonocito Psicologo, Psicoterapeuta 13,6k 297 182
Gentile signore, se le sono già state diagnosticate tutte le cose che dice, saprà bene che in confronto il "disagio esistenziale dell'età" potrebbe essere ben poca cosa. In questo caso il suggerimento d'obbligo sarebbe di riferirsi agli specialisti che già l'hanno seguita o la stanno seguendo, dato che si sta uscendo alquanto al di fuori del quesito iniziale.

Cordiali saluti
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dopo
Utente
Utente
Gent.mo Dott, non ho parlato di "disagio esistenziale dell'età" bensì di plausibile disagio esistenziale endogeno che, "alla mia età" mi domando sia il caso di "sconcicare". Il tutto non per mettere altra carne sul fuoco ma, semplicemente, per meglio evidenziare la mia difficoltà a gestire l'attuale situazione, in qualità di soggetto psicologicamente fragile. Ciò che ho riferito fa parte del mio vissuto, e non si è più riproposto. I sintomi attuali sommariamente descritti rappresentano una "novità". Non intendevo fuoriuscire dal problema inizialmente posto che rappresenta, lo confermo, allo stato una mia assoluta priorità. Grazie di cuore ancora per tutto, cordialmente

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